


RED EYE
REGIA: Wes Craven
CAST: Rachel McAdams, Cillian Murphy, Brian Cox
SCENEGGIATURA: Carl Ellsworth
ANNO: 2005
A cura di Luca Lombardini
WES CRAVEN COME DARIO ARGENTO
Mettiamoci il cuore in pace, perchè
ormai, il vecchio Wes lo abbiamo perso per
sempre. Ad essere completamente sinceri, ci abbiamo
anche provato a riacciuffarlo per i capelli, cercando (vanamente) di trovare
una spiegazione pseudologica in grado di giustificare
la sindrome ululante che lo aveva colpito pochi mesi or sono. Come innamorati
delusi, ci siamo attaccati alla luminosità dei ricordi, sperando di trovare
negli echi di un passato ormai remoto, un qualsiasi pretesto in grado di
legittimare il pasticcio dalle zanne affilate che ha preceduto Red Eye. Dopo tanto affannarci,
abbiamo individuato negli imprevisti produttivi la causa di cotanta schifezza,
e subito dopo, da fedeli amanti, ci siamo attaccati ai prestampati difensivi : “non lo fanno lavorare”, “ è sempre
stato un regista scomodo, per quale motivo dovrebbero lasciargli carta bianca
?”. Puntuale come un’insufficienza in matematica invece, è arrivata
la conferma di una verità che conoscevamo da tempo, ma
che in cuor nostro rifiutavamo di prendere anche solo in considerazione: come
il suo collega italiano (un altro che ci “terrorizza” da parecchi
lustri, ma nel senso meno nobile del termine) Craven
sta percorrendo la sua parabola discendente nel peggior modo possibile, cioè a
testa in giù.
Se tre indizi fanno una prova, quella che ingrassa il
fascicolo del “caso Craven” è a dir poco
schiacciante. Una spia rossa per la verità si era già accesa quando il suo nome
si materializzò, come per incanto, sui manifesti del
pessimo They. In questi casi però, se il film che
sponsorizzi si tramuta in un fiasco di pubblico e critica, puoi sempre salvare
la faccia scaricando le responsabilità di una cattiva gestione artistica sul
nome di chi la patacca l’ha effettivamente diretta; ma quando uno dei
registi che, insieme a Carpenter e Romero, ha rivitalizzato
l’horror made in USA, si diletta a sfornare due
prodotti lassativi uno dietro l’altro, rischia seriamente di mettere a
repentaglio la credibilità di una carriera, si di luci
ed ombre, ma in fin dei conti di tutto rispetto.
Un
prestanome, ecco quello che è diventato Craven, un
cognome su una tessera d’abbonamento accettata e lucidata anche dalle
cattedre universitarie più bigotte, usata per rendere stuzzicanti certi film
che, in mancanza del “marchio di garanzia”, non avrebbero motivo di
esistere. Red Eye è una pellicola amorfa,
priva di emozioni e sentimenti, senza un guizzo,
un’intuizione, una qualsiasi cosa che eviti allo spettatore di
sbadigliare una volta si e l’altra pure. Del prodotto cinematografico
possiede il budget, un paio di nomi ( la “virziana”
McAdams e il protagonista di 28 giorni dopo ) e la
presunzione di voler essere metafora del terrorismo contemporaneo. Per il
resto, potrebbe tranquillamente intitolarsi Terrore ad alta quota, venir programmato su canale 5 un sabato sera d’agosto
(magari per il ciclo alta tensione), e nessuno, tranne qualche sfigato
costretto a letto da un’influenza fuori stagione, lo noterebbe. Dalle
news che si rincorrevano in rete, e che puntualmente avevano conferma nei press book di presentazione, apprendiamo che il buon Wes ha trovato particolarmente avvincente la sceneggiatura
dell’esordiente Ellsworth, che nella
fattispecie si è ispirato, niente popò di meno che al soggetto che ha dato i
natali a In linea con l’assassino. La magagna però, sta nel fatto che il
film di Schumacher venne
curato da una leggenda come L. Cohen,
che fino a prova contraria di cinema di genere se ne intende eccome, mentre Red Eye sembra scritto da un
bambino di terza elementare. Ma se la sceneggiatura è
striminzita e i dialoghi sono ridicoli, il regista dovrebbe metterci del suo
per cercare di salvare il salvabile, e invece Craven
fa di tutto per confermare quanto male si dica di lui ultimamente. Il film
sembra girato con i resti della paghetta settimanale, e più passano i minuti
più l’ironia involontaria si impossessa della
pellicola. Ecco quindi che assistiamo alla disperata corsa della protagonista,
che, senza mai togliersi la scarpe con i tacchi, tenta
di seminare il cattivone di turno con scatti da
centometrista; e mentre controlliamo l’orologio in attesa che scadano i
fatidici novanta minuti, ci imbattiamo nella esilarante scena finale, dove i
due contendenti si picchiano neanche fossero grattachecca
e fichetto, con il povero Murphy
che prima di morire viene infilzato come un puntaspilli, con un penna nella
giugulare prima, e un tacco di scarpa nella coscia poi. Si arriva così al gran
finale, inutile e buttato lì per caso come quello del Cartaio (tanto per restare
in tema di vecchie glorie), inevitabile epilogo di un film dove non c’è
un solo movimento di macchina che rapisca lo sguardo, e dove il politico nel
mirino dei terroristi ha il volto di Jack Scalia, in
arte il tenente Bonetti, qui in gita premio senza il fido Tequila al guinzaglio.
La ciliegina sulla torta però rimane il titolo, che non c’entra nulla con
l’evolversi della presunta storia, visto che nel
film non c’è la minima traccia degli occhi iniettati di sangue che
chiudevano l’ultimo fotogramma del trailer.
Come dice il saggio: al peggio non c’è mai fine.
(27/10/05)