REC

REGIA: Jaume Balagueró, Paco Plaza
SCENEGGIATURA: Jaume Balagueró, Paco Plaza, Luiso Berdejo
CAST: Manuela Velasco, Ferran Terrazza, Jorge Serrano
ANNO: 2007


A cura di Davide Ticchi

LA RABBIA CHE (NON) T’ASPETTI

I titoli di coda, sulle note ripide di un pezzo sbruffone, esorcizzano quanto di più temibile possa proiettarsi sul pallido schermo bianco di un cinema, di questi tempi
. Smorfie da circo, effetti speciali da scannatoio, ragazzine urlanti e bellimbusti col fare da spaccamontagne. Tutti risucchiati dentro il vortice della violenza, efferatezze a non finire. Forse la domenica, prima o dopo un atteso incontro di calcio si preleva un campione di cotanta malattia sociale, ma nei feriali che succede? Quando non si gioca si fa sul serio, o si gioca duro. Contro un avversario “rabbioso” come una ficcante infezione che stringe un condominio spagnolo tra le sue fauci secernenti morte. Stritola il bassoventre di uno spettatore che farebbe meglio a restare a casa, se si aspetta uno dei tanti horror annacquati in circolazione. Questo nuovo breviario dell’orrore, firmato Balaguerò e Plaza, paga per tutti.
Partorito dalle molteplici psicosi che ci contaminano da ogni dove, REC non la fa spuntare a nessuno, nemmeno al mondo intero. Poiché è in grado di mandare a morire i giovani pompieri che ci tutelano da incendi e altri spiacevoli inconvenienti ogni giorno. Perchè ci fa accorgere di essere carne al macello giusto quando ci stavamo identificando nei personaggi umanissimi della rappresentazione. E questo grazie a che cosa? Non crediamo allo smisurato talento di un regista poco più che discreto come Balaguerò, nemmeno all’indiscussa ispirazione del suo collaboratore Plaza, quanto alla fulminante intuizione di girare un film in prima persona. Ad opera di due sadici sperimentatori di genere. Che non inventano niente, anzi, a stemperare la presunta autorialità dell’opera rimando a inizio recensione, quando si parlava di musica dello sfasciacarrozze. Ma pregio più grande della produzione di REC è quello di aver saputo legittimare la scelta di un film fatto sulla spalla di un reporter televisivo, con l’orrore più imponderabile. Mostrato col desiderio malsano di guardare ciò che disgusta e repelle. Perché se Balaguerò e Plaza sono il reporter, allora noi siamo loro, ossia due voyeur fraudolenti ingordi di violenza fosca e brutale. Di quelle che ti fanno rabbrividire per la loro verità, la loro plausibilità.
Che ne sapevano i poveri inquilini di quel fedifrago appartamento nel pieno centro di Barcellona, che l’anziana signora urlante al piano di sopra sarebbe stata l’inizio della loro fine? Una grassa e sfatta anziana della porta accanto, senza figli e abbandonata ai tormenti più oscuri della mente, comincia il suo viaggio negli inferi aggredendo e mordendo il portinaio. Sangue che schizza su una sottoveste di lino bianco già macchiata di plasma ormai secco. Un bel colpo di scena per chi credeva che il duo di registi spagnoli si fosse dato al documentario sociale, ai pompieri e ai loro momenti di relax, a inizio film. Ma perché la televisione avrebbe squarciato un’età intera dell’umanità se il suo potenziale si fosse ridotto alla riproducibilità, alla finzione? È tutto verissimo, testimoniato dagli intervistati chiusi dentro il palazzo dell’orrore più sibillino. Cambiano faccia, si gridano l’un l’altro, e in mezzo a loro il darwinismo sociale che fa calare la sua lama decapitatrice. Nemmeno il più forte sopravviverà, ma questo fa parte del gioco, del divertimento, se può essere chiamato tale il rimanere estremamente terrorizzati davanti ad uno schermo.
Le atmosfere al punto giusto lugubri, il buio che s’intrufola dentro la sala, il timore per la vecchia signora che abita dentro il nostro palazzo e in un modo o nell’altro ci ucciderà. Anche se siamo più giovani e robusti. D’accordo, è l’altra metà del nonno di Non aprite quella porta, e pure il film di Hooper era tratto da una storia vera… Ma attenzione, REC non è tratto da nessuna storia, perlomeno vera, è bensì la Storia, la Realtà, La Televisione. Questo è ciò che spaventa di più, della martellata che riceviamo addosso.

Del finale non vi anticipiamo niente. Però vi bisbigliamo che è suggestivo quasi quanto le spiegazioni alle prime epidemie cronenberghiane.

 

(29/02/08)

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