REBELS OF THE NEON GOD

REGIA: Tsai Ming Liang
CAST: Lee Kang Sheng, Chen Chao Jung, Jen Chang Bin
SCENEGGIATURA: Tsai Ming Liang
ANNO: 1992


A cura di Andrea Fontana

TSAI MING LIANG ALL’ESORDIO

Il primo film (1992) di Tsai Ming-Liang pecca per approccio tematico più che formale. Nel suo lungometraggio d’esordio il regista taiwanese tradisce una certa superficialità nell’approfondire quei concetti che in seguito caratterizzeranno il suo cinema futuro. Sin dal titolo si pone l’accento su una generazione che fa della ribellione la sua causa prima, senza però avere alcun tipo di retroterra culturale e politico. Non a caso i giovani ribelli sono del Dio Neon, ovvero di un oggi elettrico e convulso che ha perso coordinate etico-morali e linee guida ideologiche. La relazione quindi fra il disagio esistenziale e la contingenza del presente è evidente. I giovani protagonisti del film sono alla ricerca perenne del rischio e del sesso, intesi come elementi capaci di dare senso al vuoto che li attanaglia. Solo nel finale ci si accorge dell’importanza apparentemente marginale di un altro sentimento: l’amore. Se da una parte quindi il vagabondare e il teppismo sono prese di posizione senza fondamento ma sentite come necessarie, dall’altra l’amore (che tornerà dirompente in The Hole e Che ora è laggiù?) è visto come elemento secondario, quasi come una seconda chance da sfruttare in seguito. Tsai Ming Liang oscilla fra pessimismo radicale e comicità alla Kitano, fatta di sottrazione ed intuizione, mancando in questa maniera il bersaglio ultimo del film, che risulta privo di una coerenza tematica effettivamente troppo frammentata e superficiale. Ma il regista dimostra tutta la sua capacità artistica con sequenze girate stupendamente e un montaggio altamente funzionale. Anche qui si lavora per sottrazione, alcune sequenze sono suggerite, del tutto obnubilate, lasciate all’interpretazione dello spettatore. Il tutto rientra perfettamente nella tradizione orientale di cinema, che fortunatamente non tende a “far vedere “ per forza, ma a nascondere, far pensare lo spettatore stesso. È per questo che forse l’occhio occidentale stenta ad abituarsi al cinema orientale in generale, per questo differente approccio stilistico/tematico. Tsai Ming Liang sotto questo profilo non dice nulla di nuovo, nel senso che porta avanti la tradizione del cinema cinese/coreano e giapponese. Nella scelta consapevole della tematica di fondo Ming-Liang si dimostra grande, specie la decisione di esaminare a fondo concetti filosofico-esistenziali immersi in una quotidianità vuota quanto mai contemporanea, il problema sussiste nel non aver centrato problematiche univoche, lasciando il suo primo studio frammentato/frammentario e con troppi obiettivi da raggiungere, non del tutto risolti. Le tematiche ci sono, ma sono troppe e poco approfondite. Anche da questo punto di vista il regista non si dimostra innovativo, ma miete il seme per il suo cinema futuro, coltiva con cura tutti gli elementi semantici che andranno a comporre il suo lavoro venturo, che avrà sicuramente maggiore coerenza stilistica. Successivamente (da The Hole in poi) Ming-liang non punterà a colpire l’occhio (si pensi alla terribile sequenza finale di Il fiume), ma ad accarezzarlo, sebbene con un coltello ben affilato. L’acqua, elemento costante nel suo cinema, sia per presenza (The Hole, Il fiume) che per assenza (Il gusto dell’anguria), non trova la sua giusta collocazione, perdendo così parzialmente di senso, anche se non si dimentica facilmente la bellissima sequenza in cui questa copre tutto il pavimento mentre i due giovani litigano e si amano, vagamente tarkovskijana.

Giovani ribelli del Dio Neon non spicca per originalità o per profondità concettuale, ma contiene tutto il cinema futuro di Ming-Liang (il sesso senza sentimento, l’acqua, il disagio esistenziale, l’amore come ultimo appiglio di sopravvivenza), oltre che rivelare le capacità di un regista che farà molta strada, distinguendosi per una rigorosità autoriale molto simile a quella di Michelangelo Antonioni.

(21/12/05)

 

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