
RADIAZIONI BX – DISTRUZIONE UOMO
REGIA: Jack Arnold
CAST: Kevin McCarthy, Jack Finney, Larry Gates
SCENEGGIATURA: Richard Matheson
A cura di Davide Ticchi
CIBO PER SE’ STESSO
Volenti o nolenti finiamo per confrontarci con il
mondo che ci circonda, fatto molto spesso di oggetti più grandi di noi stessi e
delle nostre possibilità, meri pretesti di sfida inconscia verso il
raggiungimento di qualcosa che è in costante rapporto alla nostra grandezza
interiore, e non. L’uomo come ogni essere vivente, vive per raggiungere
determinati scopi solitamente a lui sproporzionati, impostigli dal suo
desiderio di stare al mondo, e al contempo di evadere da esso
per conoscere l’ignoto. A un uomo come a un
altro può capitare qualcosa d’imprevisto, sporadicamente immaginato,
sognato forse, concretizzato mai; qualcosa che assume le sembianze del sogno ad
occhi aperti, dell’anormalità che si fa fantascienza, della fantascienza
che si fa normalità. L’uomo “rinato” nel dopoguerra, riemerso
da un tragico orrore, non può essere altro che questo, una squassante bomba
riesumata che non ha empito il suo dovere, e che ora brancola
nell’incertezza del presente e del futuro, senza alcun fine, in attesa di “imprevisti”. Questo perché
standardizzato al sistema, che lo distrugge perché inutile o che lo ribattezza
imperatore perché ideatore del presente, l’uomo/bomba cerca rifugio in qualcosa di più grande, sconosciuto, o in
qualcosa di più banale, come una gita in fuoribordo. E proprio così comincia il
film dell’ all’ora regista noto solo per
il mitico “Mostro della Laguna Nera”, e iniziatore di un genere che
con Radiazioni BX prende una direttrice precisa, quella dello scavare in linea
retta nella mente umana, fino a raggiungere lo spazio infinito.
Un giovane uomo felicemente sposato viene inghiottito
da una sospetta nuvola bianca, che sorvola rapidamente le acque marine e che
lascia sul suo corpo una scia di brillantini sospetti. Pochi giorni dopo il
curioso accaduto, l’uomo nota che la sua statura è ogni giorno inferiore,
e che le camice che indossava ieri, oggi gli vanno più
larghe. Insospettito dallo strano comportamento del suo (nuovo) corpo, egli si
reca dal medico che lo indirizza a sua volta in un centro sperimentale di
malattie genetiche. Gli esperti trovano in lui una nuova specie di malattia
radioattiva, che lo costringe a rimpicciolirsi sempre di più ogni giorno che
passa…
Appurato che il genio di Arnold
sta tutto nelle sue scelte, quelle di non prediligere una narrazione rivolta
alla grandezza, altresì esplicare le ragioni e le difficoltà che stanno in uno
status di rimpicciolimento, che all’epoca era quanto di più
controcorrente; si può facilmente catalogare Radiazioni BX tra i film più
drammatici, simbolici e filosofici di quegli anni, e solo poi fantascientifici.
Questo perché gli elementi che il film propone stanno alla base di un cinema
che in anni successivi, utilizzerà il ragno come simbolo di precarietà e
sottigliezza psicologica, ed anche come elemento di costante attacco
per l’uomo, ridotto nella sua stessa grandezza, nella sua natura così
contorta. Il cinema di Ingmar
Bergman ad esempio era una costante alienazione di
quelli che sono gli elementi quotidiani dell’uomo, che segnano la sua
vita e il suo tempo, e non c’è niente di più affine a come anche Arnold li inquadra, sempre visti come pesi ed ostacoli
insormontabili per un uomo costretto al proprio essere, qualunque esso sia.
Una prima parte romantica di ricerca per il piccolo eroe, che mentre insegue
una spiegazione alla propria mutazione, la osserva con occhio ravvicinato ed
adattabile direzione psicologica, tanto da avvicinare una nana in un bar quando
le sue dimensioni lo rendevano “logico”. Mentre la metamorfosi che
si viene a esplicitare a pieno regime verso metà film,
rende il tutto più decadentista, miscelando le ragioni del subconscio alla
rinuncia del proprio status sociale, fino alla rassegnazione per ciò che si è
in ogni fase dello “shrinkaggio”.
L’epilogo non può essere altro che di audace
forza fisica e cognizione mentale, che permette al piccolo uomo di uscire vivo
da quella casa delle atrocità, che per lui era diventata davvero troppo grossa.
La sfida finale con il ragno esemplifica questo, dato che mostra la natura più
meschina ed inferiore dell’uomo, al quale non serve certo l’ingegno
per sopravvivere, ma la forza e il coraggio di mettersi in discussione con un
potentissimo insetto, per continuare a vivere e a lottare, per raggiungere
forse il proprio pianeta mentale.
Risultano infine evidenti i temi della denuncia
sociale e mass-mediale, i quali non permettono al corpo umano alcun tipo di
trasmutazione verso qualcosa di indefinito, senza che questo desti scalpore o
curiosità nella gente. Ma il messaggio del regista di un film che ha
notevolmente influenzato la concezione della fantascienza inter-terrestre anni
’50, non può essere altro che di ammonizione per
questa, verso la troppa curiosità che può portare l’uomo ad essere anche
più piccolo dell’erba ben tosata del proprio giardino, di una qualsiasi
bella casettina.
(22/05/05)