LA PROMESSA DELL’ASSASSINO

REGIA: David Cronenberg
SCENEGGIATURA: Steven Knight
CAST: Viggo Mortensen, Naomi Watts, Vincent Cassel
ANNO: 2007


A cura di Davide Ticchi

THEIR THOUGHTS CAN KILL

Direttamente dalla stirpe Scanners, la cui fondazione detiene la defunta memoria del Dr. Paul Ruth, padre dello Scanner “buono” Cameron Vale e di quello “cattivo” Darryl Revok (tra virgolette poiché la teoria della relatività non smette mai di abbracciarci), riaffiorano dall’oscurità di un sordido vicoletto londinese quelle che potrebbero essere le controparti, ai giorni nostri, dei due prototipi che nel 1981 erano i più potenti Scanners. Oggi infatti, dal momento che la moltiplicazione della specie è ormai a buon punto, unitamente a quella dei nuovi media virtuali che di certo non l’hanno frenata, non si sa più dove guardare per non incrociare con lo sguardo almeno un esemplare di questa neo-specie, che definito così suonerebbe un po’ come la figura dell’androide di futuribile memoria scottiana, apparentemente come noi seppur in realtà non umano, ma anche più prossimamente a quei tanti di noi che attecchiscono ad un medesimo modello etico-comportamentale. Ora, dal momento che Cronenberg non si è mai chinato alla ricerca dei nostri limiti, errori, possibili spiegazioni e/o rimedi, sondaggio che sarebbe per altro inesauribile, non sorprende la neutra presentazione triadica del male, qui come in Scanners ma anche nel precedente A History of Violence, senza guardare troppo indietro, dove ad innestare l’epidemia di violenza era il Genio Maligno dei due rapinatori (Dr. Paul Ruth in Scanners, Semyon ne La promessa dell’assassino), che guardacaso ridestavano la natura sopita della violenza sana o specifica di Tom Stall (Cameron Vale, Nikolai Luzhin), e giocoforza di quella malsana o aspecifica della malavita organizzata (Darryl Revok, Kirill); vale a dire che la santa trinità va sotto il nome di “impulso” (visione freudiana), poi dirottato dalla natura umana universale, che ne è sentiero, in “violento”, dopodichè conteso e sintetizzato dall’aggressività di eros e thanatos. Ossia, proprio dove entra in gioco la fredda autopsia dei vincitori e dei vinti, ci si accorge di come bene e male siano mente e braccio l’uno dell’altro, in una visione dualistica che malgrado ciò fa capo ad un unico super-corpo, quello del potere, che si serve degli uomini per manifestarsi in tutto il suo isolamento psico-carnale.
Insisto per la prima volta nell’attribuire a questo film il ruolo di importante copula delle due fondamentali correnti del cinema di David Cronenberg: Nuova Carne e Nuova Psiche, dal momento che, dopo la svolta psichica del “soggettivo” e miracoloso Spider, l’inciso necessitato A History of Violence, viene qui partorito l’ “oggetto”, il quadro clinico dello stato cadaverico e ormai superato dell’ex nuova carne, fattasi tatuata, pallida, vergognosa, e infine il passaggio di testimone alla psiche e ai suoi astuti disegni. Così da riformare il cerchio topico della filmografia del canadese, che prevedeva prima di tutto il calcolo e la ricerca psico-biologica, sebbene fino ad eXistenZ esclusa dalle sperequazioni visive della carne, vera protagonista della ribalta di Cronenberg. Un inossidabile filone di cinema guardante gli effetti visibili di cause invisibili, e oggi più concentrato su quest’ ultime partendo dai ben noti modelli di disfunzione carnale acquisiti, che se ieri apparivano suggestivi oggi si dimostrano anzitutto profetici e necessariamente legati alle nuove frontiere della mutazione psicologica, piuttosto che corporea, qui giunta al suo stadio terminale, alla sua vegetativa meccanizzazione.
Cronenberg non disprezza ciò nonostante il lato viscerale del suo percorso, pur sempre insito e pulsante in La promessa dell’assassino con disarmante efficacia, grazie a minuti di disturbante veridicità della lotta tra vita e morte, fra impulsi rivali eppure identici ma, come aveva già espressamente dichiarato attraverso Spider, la sua intenzione ora è quella di procedere a ritroso. Per risalire alle ragioni che spingono un uomo mentalmente disturbato a setacciare obliquamente una Londra spettrale, per ripercorrere il passato di un buon padre di famiglia che si scopre improvvisamente pistolero abilissimo, e per capire infine quale verità nasconde la misteriosa morte di una prostituta russa di appena quattordici anni in una Londra marmorea e sorda.
Pertanto, assoldato un cast dall’elevato potenziale, lavorato abilmente dalla mano paterna del regista canadese, qui al suo secondo film con Viggo Mortensen, ne scaturisce una pellicola tesa dall’inizio alla fine, contraddistinta da un serpeggiante e crescente coinvolgimento ai passaggi narrativi, dettati dalla straordinariamente sostenuta sceneggiatura di Steven Knight. Che Cronenberg converte con chirurgica lucidità in immagini piovose e fredde richiamanti all’unisono Scanners e Crash, film, quest’ultimo, che dopo undici anni rivela la sua non ancora pienamente raggiunta attualità, ma senz’altro l’enorme influenza fotografica, che ha efficacemente esercitato un decennio dopo su questo importante passaggio filmografico che non va mai per il sottile. Dalla corrosiva drammaticità della prima scena, fino al crudo epilogo vengono infatti iniettate dal regista dosi considerevoli di violenza epidermica, senza enfatizzazioni o distorsioni, quanto per il loro indigesto retrogusto di verità. Oggettività della sofferenza di giovani ragazze recluse nel mondo della prostituzione; dei gerarchismi malavitosi che nascondono l’equanime e volgare fame di potere di chi ne fa parte; della netta linea di confine eretta fra criminalità e gente comune, quali che fossero i primi superiori ai secondi, dall’alto dei loro costumi impeccabili, dell’agiatezza e impassibilità esistenziale che li celebra, stimolata da un utilizzo erroneo e distratto della carne. I tatuaggi sono infatti un momento di rinnegamento biologico, naturale, catalogano l’individuo in compartimenti sociali imprescindibili che determinano addirittura il suo destino[1], come nel caso lampante di Nikolai e le sue stelle. C’è chi nasce “principe” e chi lo diventa, ma chi lo nasce già, chi lo dà per scontato, mai si porrà il dubbio di essere nel giusto o meno, come invece chi per diventarlo guarderà dall’esterno ciò a cui va incontro.
Ebbene, con occhio endoscopico Cronenberg ci introduce entro le quinte di una mafia russa insensibile, stupratrice, vigliacca, che però detiene il potere, e di conseguenza è Il Potere. Il regista lo accetta come polo violento negativo, gli contrappone il corrispettivo positivo e tenta una conciliazione fra le parti. E’ da considerarsi l’ultima sequenza come estrema fusione di bene e male, quindi dei due nuovi “re”, in un unico corpo, in un’unica dimensione?
Se ricordate l’ultima sequenza di Scanners riceverete la medesima sensazione all’inverso, mentre lì era il corpo di Revok (Male) a sopravvivere con dentro l’anima luminescente di Cameron, qui è invece quello di Nikolai (Bene) ad imprimersi sullo schermo, in silenzio, con sguardo roccioso e impenetrabile. Questo sta a significare che per davvero il tempo della nuova carne è ormai tramontato, poiché essa non può niente se non riciclarsi al fine di servire la psiche e i suoi pensieri, nessuna escrescenza, nemmeno un capello fuori posto, figuriamoci poi un’espressione d’affetto, bensì la consapevolezza di dover gestire freddamente ogni singola operazione dell’intelletto, come dei computer.
Non un Cronenberg pessimista, piuttosto nostalgico, che intravede ben poco di buono nel presente e ripone ancor minore fiducia nel futuro, e che proprio per questo disseppellisce l’organicità di Scanners e l’ossatura di Crash, per non parlare della musicalità languida di M. Butterfly.
In alcune scene viene percepita un’atmosfera neo-medievale, di riti elettivi e funebri, fino a quando il bacio finale tra Nikolai e Ann raccoglie un po’ le fila dei molteplici temi morali appena appena suggeriti lungo la preponderante corrente scorrevolmente thrilling del film, aprendo i battenti ad un finale introverso e malinconico come quello di Scanners. Ognuno è alienato sul proprio pianeta mentale, l’amore, la vita coniugale e la procreazione non sono nemmeno più ipotizzabili, resta solo un isolato presentimento, come se Ann, infine, rispolverando le parole scritte sul diario della giovane prostituta morta, comprendesse che attraverso il pensiero, quel confine invalicabile presente fra gente comune e mala non fosse altro che un semplice disguido spazio-temporale. In quanto la piccola bimba che Ann (Vita) tiene in braccio è l’omaggio da lei dedicato a Nikolai (Morte), e che dopotutto, abbattendo ogni steccato, anche stavolta premurosamente esclama: “Abbiamo vinto, abbiamo vinto!”.
E Cronenberg ha trionfato, giacché La promessa dell’assassino è un film memorabile.

[1] Come d’altronde ogni medium che abbia mai frequentato il cinema di Cronenberg, dalla televisione (Videodrome), al virtuale (eXistenZ), passando per la parola che si fa carne (Il pasto nudo), spingendosi fino all’inchiostro sulla pelle.

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(28/12/07)

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