
PRIERES POUR REFUZNIKS 1 & 2
REGIA: Jean Luc Godard
CAST: Luce fantasmagorica da Les Carabiniers – oppure inesistenza fisica
SCENEGGIATURA: Jean Luc Godard
ANNO: 2004
A cura di Pierre Hombrebueno
TORINO 06’: APPUNTI MENTALI
SU PRIERES POUR REFUZNIKS 1 & 2 DI JLG
“Oggi la domanda “Che
fare?” si pone con forza ai cineasti militanti. Non si tratta più per
essi di scegliere una strada. Si tratta di determinare che cosa devono fare
praticamente su una strada che la storia delle lotte rivoluzionarie ha
insegnato loro a conoscere. Da parte mia, credo che:
1) Dobbiamo fare film politici.
2) Dobbiamo fare film in maniera politica
3) 1 e 2 sono antagonisti e appartengono a 2 diverse concezioni del mondo:
4) 1 appartiene alla concezione del mondo idealistica e metafisica.
5) 2 appartiene alla concezione del mondo marxista e dialettica – ”
Una dichiarazione/propaganda di Jean Luc Godard che risale agl’anni
60’, ma che ancora oggi, 2006, vale a tutto tondo nonostante un’
estremizzazione ancora più astratta del proprio modo di fare Cinema ed
esperimentare sulle immagini, decostruire regole, tornare
all’incontemplazione dadaista, di un metteur en scene sempre più selezionatore
e montatore. Non una scelta per denigrare la macchina da presa al cospetto
della post-produzione video-clippara, ma l’unica via per God(ard) di
rinnovare e rinnovarsi, andare controcorrente (come sempre) a regole
pre-definite del gioco visivo, che ancora una volta, in Priéres pour Refuzniks 1 & 2 (cortometraggi dedicati ai 5
soldati israeliani condannati per essersi rifiutati di prestare servizio
militare - commissionati da Avi Magrabi
- e mostrato ad un pubblico solamente un paio di volte), si trasforma in
un’elegia politica, delle lettere – preghiere cinematografiche che
scavano non solo nella costruzione della realtà o della video-arte, ma anche in
spiriti-fantasmi che jlg resuscita e
rinfresca: amplificazione della propria poetica, del proprio noumeno che ancora
una volta volteggia tra/fra/oltre quelle immagini proiettate sullo schermo,
aleggiante fantasmagoria di brevi ma incisive suggestioni orgasmatiche.
Si, qui trattasi di puro bombardamento d’orgasmo, di quello artistico,
idillio emotivo che nasce dalle viscere estetiche più profonde e radicali di
questo Dio, Godard, irrimediabilmente
dentro il telone bianco oltre ogni legge della fisica per iniettare una
par(e)te fisica di sé stesso, il proprio sperma dilagante e dilatatorio che si
tinteggia di un passato che si fa presente e poi eternità.
Così, la Priére 1 è esattamente
riarrangiamento enfatico de Les
Carabiniers (1963), un proprio scavare nella memoria (e lo sappiamo bene
quant’è importante la memoria per Godard)
per recuperare (e dunque: recuperarsi) una micro-particella del proprio
percorso filmografico e flasharla nuovamente nel visibile e tangibile del
quadro sotto una nuova luce e una nuova vita. La medesima scena di fucilazione
a cui abbiamo già assistito nel 63’, stavolta con l’accompagnamento
de L’oppression, canzone
cazzutamente militante e retrò di Leo
Ferrè, per cambiare, sottolineare, enfatizzare, evidenziare in modo ancor
più potente il punto morale d’arrivo a cui l’Auteur punta e ha
sempre puntato. Inutile dire quanto sia densa di teoria un’operazione di
questo genere; forse, semplicemente, Godard,
in pochissimi minuti, ha dimostrato in concreto tutta la tesi dell’Arte
modernistica; oppure, magari, è solo ancora una volta la messa in senso(sensi)
della sua grandezza, unendo le linee di ieri e di oggi per canonizzarle in un
nuovo spazio collocativo, stavolta addirittura più immenso e toccante
dell’origine, delle origini.
La Priére 2 è invece operazione più
vicina agli Histoires du Cinema,
de-costruzione scheletrica della macchina filmica che viene poi codificata,
ricostruita ed assemblata in un tripudio dadà, sperimentale, carica di
simbolico simbolismo in ogni piccolo frame che si sovrappone coi pensieri, le
riflessioni, l’immaginario dell’Artista intellettuale disfattista
guerriero uomo che è Godard,
onnipresente ed onni-ossessivo, illimitato, vecchio e nuovo e permanente come
una ferita senza rimarginamenti: Preghiere che si meta-figurano in poesie
– è ancora una volta con l’Arte che
s’affronta/s’indaga/ si rappresenta il mondo, lo specchio della
società e dell’umanità resa così incaptabile, forse mai guaribile da
questa malattia dilagata e dilagante. Un continuo alternarsi di fotografie
legate al conflitto palestinese e una mano che dipinge la stella di David con i
colori simboli dell’ebraismo e dell’Islam, il blu e il verde. Ed
infine, l’utopia dadà: “Jerusalem, Halt ein! Dein Tanzer ist der
Tod” (Gerusalemme, fermati! Tu balli con la morte).
Ma in fondo, JLG è sempre stato pura
Utopia. Le sue opere, trasfigurazioni utopiche. Superiore a tutto e tutti, e
per questo, così incisivo ed essenziale. Dio Godard. Che non sbaglia mai.
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