LE PRESSENTIMENT

REGIA: Jean-Pierre Daroussin
CAST: Jean-Pierre Daroussin, Valérie Stroh, Amandone Jannin
SCENEGGIATURA: Valérie Stroh
ANNO: 2006


A cura di Davide Ticchi

VENEZIA 06': SOGNO E PRESENTIMENTO DI MORTE

Non è un caso che Daroussin regista concretizzi un esordio di questo tipo dopo avere interpretato ruoli d’attore con registi della qualità di Cédric Kahn. Se Luci nella notte era una discesa agli inferi del suburbano, dipartita da un arazzo di vita soffusa e insoddisfatta nella realtà urbana, quest’opera prima, correttamente convertita nella definizione di “Film” da un critico presente in sala durante l’anteprima veneziana, è il suo corrispettivo speculare a livello concettuale. La maniera in cui Daroussin affronta e mette in scena il suo lavoro non deve nulla ad alcuna sensibilità già rodata e messa in vendita, quanto a quel personale french touch e potenziale umano-estetico che lo caratterizza tanto come attore che come regista. Finalmente si è scoperta questa enorme facoltà, abbinata alla vissuta esperienza bio-filmografica e risaltata da un’umiltà intellettuale che emerge in ogni sequenza e meglio in ogni scena, provvista di senso autonomo a livello sociologico, basti pensare al momento in cui Charles Benestau, il protagonista, si trova ad eludersi dalla discussione avviata da amici pseudo-intellettuali in casa della moglie. Questo significa che a livello cinefilicamente psicologico, Jean-Pierre non ha dimenticato la vecchia cura minuziosa che si impiegava nella costruzione di scene e personaggi, appartenente a quel cinema che in Francia ha avuto fissa dimora nella seconda metà del novecento. Daroussin apprende, ma impartisce lezioni preziose di una realtà urbana troppo spesso banalizzata a mero contesto di azione dinamica alla thriller malavitoso o a dramma della degenerazione familiare e sentimentale. Altresì esso si frappone tra questi temi “caldi” e introspettivi, immancabili in una dimensione ormai degenere come quella civica ed intelligentemente, in questo preciso caso, circoscrittamene condominiale. Il riferimento all’Inquilino del terzo piano polanskiano pare obbligato, e com’è giusto e doveroso che sia nel cinema e nell’arte in genere, la differente sensibilità dell’autore attribuisce nuovi caratteri e punti di vista alla dimensione prettamente psicologica dei personaggi. Non a caso l’alterazione comportamentale che rincorre il protagonista del film è contraddistinta da un abbandono professionale, come nel caso specifico: avvocatesco, in favore di un progresso ideologico riferito alla scelta di vita, e rivolto alla scrittura di un libro ed alla sopravvivenza in un quartiere urbano borghesemente malvisto. Se i familiari interpretano negativamente la sua decisione e sono accomunati e invigoriti da questo parere, gli abitanti del condominio vedono con sospetto e malizia la frequentazione del loro luogo sociale da parte di un individuo che non vive di riconoscenza ma fantasia. Il sogno topico che fa a proposito del suo funerale coinvolge infatti tutte quante le persone in una condivisa risoluzione del mistero di quest’uomo, che ormai svanito, non può più suscitare pensieri spergiuri sulla sua esistenza di “uomo comune”.
Il personaggio di Daroussin si fa carico di una bambina rimasta sola in seguito ad un violento litigio avvenuto fra i suoi genitori, che li porta lontano, tra galera e ospedale. Eppure questo personaggio, bianco fra i neri, conquista una sua cristologica natura di bontà e solidarietà, nei confronti di una minore apparentemente traviata e dei suoi accusatori, con tutti i quali attua una logica comportamentale di affetto e remissione.
Jean-Pierre Daroussin si propone l’incarico della sincerità contenutistica, lineare e imprescindibile perché supportata da una naturalezza dello sguardo davvero invidiabile. Se la regia è sapiente e rigorosa, il suo corrispettivo semantico avvalorato da una sensibilità ancor più lodevole e fuori dal comune, per quella che è la media di lavori analoghi contemporanei.

(08/10/06)

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