A cura di Davide Ticchi


CHIUSI FUORI


Forse non esiste una didattica migliore di un’altra, forse non c’è un modo per formare l’individuo migliore di un altro. Forse la didattica tradizionale sa solo “tirar su” ragazzi insolenti e maliziosi, che la mattina si scontrano con gli insegnanti e il pomeriggio vagano per i centri commerciali in cerca di nuovi stimoli. Forse è fallimentare chiudere “dentro le mura” i giovani quando l’esigenza più sentita dagli adolescenti è quella di conoscere, girare e curiosare per le vie del mondo, i suoi retroscena e le sue stranezze. Forse non soltanto alle mura spesse di scuola, che assorbono tutte le sgrida, le offese, le stupidaggini, e restano impassibili, il regista francese ha pensato quando ha realizzato il suo film. Può darsi che abbia pensato a tante altre mura spessissime e fredde dentro le quali gli uomini sono fatti prigionieri, ma come al solito Laurent Cantet ha preferito il caso particolare, per risalire all’universale con più discrezione, passando per la porta di servizio.

Nessun ammiccamento, puro sguardo compiaciuto d’autore, che appaga lo spettatore esigente con la tecnica dell’imparzialità apparente, del non dare giudizi e del non schierarsi. In realtà il regista ha le idee ben chiare, idee che con nitidezza trasferisce allo spettatore negli ultimi dieci minuti de La Classe. Idee che gridano in silenzio al fallimento, all’impotenza, al senso di ingiustizia che va e viene. E tutto ciò si concentra nella figura dell’insegnante di lettere Francois, né vincitore, né vinto, figura dignitosa ma incapace di riscattare i suoi giovani studenti con le armi del sapere. Armi che sembrano aver esaurito le munizioni, armi difettose che procurano lo scontro verbale, generazionale, che provocano la trasgressione e la ribellione.

In questo film emerge l’erroneità della didattica tradizionale, che crea stereotipi (il secchione, il ribelle, il solitario), che uccide la libertà e che smorza ogni energia, come quella del gioco. Tutto viene severamente incastrato dentro le classi, dentro le mura di un microcosmo senza via d’uscita, dove agli impulsi viene preferita la forma e all’entusiasmo la piattezza.

Realizzato con piglio documentaristico, La Classe dà ragione alle didattiche alternative delle “classi aperte” e a Rousseau, attraverso la convivenza con un gruppo multietnico che dura il tempo di un film. Come già in Risorse Umane, il regista sembra infatti prender parte, con occhio clinico, alle dinamiche della società attuale, chiusa fra le mura dei problemi e delle contraddizioni. E questo film dà ragione di un apprezzamento pressoché unanime all’operato di Laurent Cantet, vincitore della Palma d’Oro e applauditissima voce di chi è meno ascoltato.

La didattica non è esclusa dalle logiche dell’economia globale, anzi incentrata su un modello formativo in grado di selezionare e allevare mansueti consumatori di nozioni e patatine.

Laurent Cantet aggira l’ostacolo e arrivato in fondo lo abbatte.


(03/11/08)