UN PONTE PER TERABITHIA

REGIA: Gabor Csupo
SCENEGGIATURA: Jeff Stockwell, David Paterson
CAST: Josh Hutcherson, Annasophia Rob, Robert Patrick
ANNO: 2007


A cura di Pierre Hombrebueno

INTROVERSIONE PEDAGOGICA

In primis c’è da dire che l’opera in questione, e aggiungerei thanks god, non c’entra assolutamente nulla con Le cronache di Narnia, la cui pseuda-assonanza sentiamo spesso citare nei trailer televisivi che da giorni girano in televisione. E il lavoro di Gabor Csupo non c’entra un tubero con Narnia per il semplice motivo che Un ponte per Terabithia non è, alla fin fine, nemmeno un fantasy, ma semplice – sincera – opera di formazione e di crescita, indirizzato innanzitutto a bambini e adolescenti, ma capace di evocazioni enfatiche anche per i grandicelli, a patto che abbiano mantenuto dentro di sé una fetta di umanità ed innocenza.
Aiutato dall’omonimo romanzo di Katherine Paterson (che negli Stati Uniti, per la sua lucidità, è stato addirittura adottato come libro di testo fra le scuole), l’operazione di Gabor Csupo rinchiude e mostra tutto il suo raison d’etre fin dai primissimi minuti di pellicola, precisamente fra i titoli di testa, quando vediamo il protagonista Jesse correre con le sue scarpe infangate e rotte in mezzo alla natura. Il regista c’inserisce immediatamente in medias res, quasi in uno still fotografico dove vediamo lo svolgersi dell’azione ma ancora non sappiamo il perché. Solo dopo verremo informati che Jesse, in verità, si stava allenando per una gara scolastica di velocità, subito configurata non come semplice “passatempo di educazione fisica”, bensì come dimostrazione davanti al mondo di uno status, di una posizione all’interno di una comunità come può essere quella fra i banchi scolastici, non più luogo di acquisizione e formazione ma di competizione.
Invero, più precisamente e semplicemente, Un ponte per Terabithia è un film sul correre. Correre per allenarsi. Correre per scappare. Correre per raggiungere una meta. Correre per acchiappare. Correre per sfuggire. E non importa se ad un certo punto ti ritrovi con le scarpe rotte ed immerse di merda, perché bisogna continuare a correre per non farsi lasciare indietro dall’esistenza, per andare avanti e raggiungere il prossimo stadio.
Dunque, Un ponte per Terabithia come opera pedagogica. Come favola dura e pura indirizzata alla crescita e al crescere, di quel passaggio dolce-amaro che comporta la trascendenza da bambino ad adolescente, e poi da adolescente ad adulto, configurata con l’arrivo di quella grande amicizia che ti cambia la vita, di quelle che si vivono solo nella pre-adolescenza. Effettivamente, possiamo vedere che Terabithia, questo luogo mentale che i due protagonisti si costruiscono per scappare dalla realtà, sia proprio nient’altro che il suo stesso senso opposto, ovvero la dimensione irrifiutabile per il raggiungimento della maturità necessaria. La figura del mondo incantato si trasfigura non tanto (solo) in un posto di rifugio, bensì in un’occasione di costruzione ed applicazione, che sia sotto il lato della creatività artistica (lui è un disegnatore, lei una scrittrice), che in quello umano del rapporto d’amicizia(amore) che si sta instaurando e ingrandendo fra Jesse e Leslie.
Il processo con cui la crescita viene mostrata è proprio rigirato all’opposizione / contrapposizione: per maturare, i due protagonisti scappano dal mondo materiale. Aka, attraverso l’alter-mondo, quello della fantasia e della creazione (artistica – liberazione della mente – appropriazione del sogno), i ragazzi riescono ad arrivare a quel riflesso narrativo che gli permette di affrontare l’esistenza (reale-tangibile) sotto nuovi sofisticati punti di vista.

Un po’ Stand by me di Reiner, un po’ Finding Neverland di Forster, l’opera di Csupo pare inizialmente accorpare una messa in scena quasi televisiva, da fiction su Canale 5 di un pomeriggio Estivo, ma nel suo procedere di climax ed enfasi ben dosata, arriva a colpire dritto nell’obiettivo emotivo, grazie anche ad un lavoro di condensazione che rompe il rischio di perdizione, preferendo dunque concentrarsi direttamente sul nucleo plottistico, tantochè gli spazi utilizzati dal regista sono semplicemente tre: la casa dei protagonisti (lo spazio intimo), la scuola (lo spazio pubblico), e il bosco (lo spazio onirico). Ecco la realtà che si confronta con l’immaginazione. La prosa che si concatena con la poesia, in una lavorazione che col Fantasy centra una ceppa per l’altro semplice motivo che Un ponte per Terabithia non ha nemmeno nulla di epico, in quanto opera molto più intimistica, introversa, che si costruisce dal basso come dei pezzi di lego. Per Csupo l’importante non è tanto l’estetica, bensì la concettualità, il processo mentale, quel coraggio di riscavare oltre le pulsazioni visive per giungere in quella concatenazione spirituale della propria umanità, un po’ vita e un po’ memoria.
Come avverte Leslie prima di andare nel luogo incantato: “Chiudi gli occhi, e tieni la mente ben aperta”. Tutto ciò, in fondo, ci rimanda esattamente a quella storia d’amicizia naive che dentro di noi abbiamo sempre voluta vivere. E che forse abbiamo realmente vissuta, ma purtroppo dimenticata o inscatolata, sommersi come siamo dal materialismo dell’età adulta. Anche per questo, Un ponte per Terabithia si rivela una dolcissima terapia.

 

(05/04/07)

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