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IL CINEMA DI PATRICK TAM
PRIMA, DURANTE E DOPO LA NEW WAVE: 2° E ULTIMA PARTE
GENERI MESCOLATI: LOVE MASSACRE
(1981) – A
cura di Luca Lombardini
Probabilmente il capolavoro di Patrick
Tam insieme al successivo Nomad. Love Massacre è un esempio disturbante e
maledetto dell’incrocio coatto tra generi diversi (thriller e
melodramma), girato con una maestria da far tremare i polsi e montato con lo
strabismo dell’occhio destro che guarda Godard e quello sinistro che fissa Antonioni (la scelta di ambientare parte della pellicola in scorci
desertici che fecero da fondale per Zabriskie
Point). Il regista opta per una messa in scena formalista dove tutto, dal
taglio delle scene fino ad arrivare all’uso del colore, ricorda il
maestro francese: scelte cinefile riconoscibili, ma che nell’insieme
appaiono personali in maniera disarmante. Con la sua seconda fatica dietro la
macchina da presa, Tam dà libero
sfogo alla sua passione/ossessione per le tonalità blu e rosse, azzera i
virtuosismi di macchina e si concentra sul lato bidimensionale delle immagini,
ottenuto grazie all’abuso del teleobiettivo. Più che un semplice film
quindi, un quadro dipinto con i colori cari alla tavolozza di Buono Legnani, che solcano le sagome
autome di alieni condannati a compiere azioni ripetitive. Love Massacre può risultare slasher solo ad una lettura assai
superficiale, in quanto la sua essenza poetica è custodita in un cuore melò
prossimo al marciume, perchè consumato dal male di vivere derivante dal
represso sentimento di incesto che alimenta il rapporto tra fratello e sorella.
Tam scavalca qualsiasi reticolo di
sceneggiatura, non si cura dei legami psicologici che dovrebbero quanto meno
dare un senso ai rapporti interpersonali, i quali, per tutta la durata della
pellicola, risultano deliziosamente malfermi e provvisori; non si preoccupa
nemmeno di trovare una motivazione sociale e politica alla vicenda (come invece
farà per Nomad). Qualsiasi impianto
scritto viene sacrificato sull’altare dell’estremismo espressivo e
formale, unico rinvigorente utilizzato dal cineasta per donare verve e
interesse al racconto. Tam vuole stupire,
punto e basta. E ci riesce, eccome se ci riesce. Per buona parte della
proiezione infatti, si ha la sensazione di assistere ad un dramma
d’amore, per poi esser trasportati in un crescendo a spirale di assassini
a sangue freddo, capaci di investire una platea impreparata all’evento
semplicemente perché, non conoscendo l’animo dei personaggi, non ha
difese nei confronti delle azioni commesse da questi ultimi. Love Massacre è un quadro astratto,
popolato da sentimenti come l’amore, la morte e la follia, un’opera
che rimane indelebile nella mente, impressa fotogramma per fotogramma, un
incubo ricorrente dove si rivivono sempre le stesse scene: un uomo vestito di
bianco sta per uccidere un’altra donna. Sale le scale ma di lui vediamo
solo le gambe. Un triangolo che va dal cavallo ai piedi. In prospettiva, chiusa
in questo triangolo, una ragazza indifesa. L’uomo avanza per
assassinarla. Stop. Pochi secondi che si trasformano in una sequenza di un
duello western diretto da un Kubrick in
acido. Basta?
LA RAGAZZA DEL BAGNO PRIVATO: NOMAD
(1982) – A cura di Davide Ticchi
Non soltanto fra le polarizzate ambientazioni, caratterizzazioni di personaggi
incollati l’un l’altro dal comune denominatore che li erode,
liofilizza, vince, il terzo film alla regia di Tam camuffa echi skolimowskiani di cinema “libero”. In
realtà un bel po’ rigorosa a dispetto del contemporaneo polacco, vetta di
una corrente adottiva britannica, quella del Free Cinema, che ha soggiogato l’intero decennio precedente a
quello d’esordio per il cineasta hongkonghese, la sua poetica ha saputo
far fronte a ogni tematica con inusitata passione, strenuo coinvolgimento, e Nomad ne è l’energica
dimostrazione. Snello, sinuoso, elastico è infatti il corpo cinematografico di Tam, mentre si muove agilmente fra gli
altrettanti fisici giovani e affusolati del suo cast, capaci di saltare qua e
là per la piscina comunale, vero e proprio luogo dell’anima personificato
di un film culto di Jerzy Skolimowski
quale La ragazza del bagno pubblico (1970).
Risalendo al lemma unificatore di due film giovani e belli come questi, non
viene altro in mente al di fuori del sentimento d’amore, celebrato per
quelli che sono i suoi entusiasmi e le sue malizie, ma infine confiscato
immancabilmente dal draconiano Thanatos. Qui, vale a dire, i soggetti di Eros
sono oggetti di Thanatos. Dicotomia inconciliabile, avvertibile in via del
tutto soffocante per buoni tre quarti film, ovvero quando gli amori si radicano
fra le libido aristocratiche e i conflitti d’interessi imperversano
sempre più fittamente. Difatti l’habitat umano è pressoché conforme alla
créme di rango, la stessa che per condotta, uno come Bunuel, avrebbe gradito mettere alla berlina, oltre che per
estrazione e accessori, Antonioni,
sarebbe stato capace di isolare entro remote lande; giustappunto fra le quali Nomad rinviene il proprio epilogo, nei
pressi di una spiaggia battuta dalla spumeggiante risacca.
Tam opta per il rispetto di ogni
posizione sociale rivestita dai suoi personaggi, che concorrono, ognuno a modo
proprio, al mantenimento in vita della fiamma d’ardire amoroso. Chi
attraverso il prorompere di un corpo plastico e allenato, come quello del
bagnino “povero ma bello”, chi sfruttando la propria mellifluità,
come la giovane e ricca seduttrice di costui. Quello che l’unione dei due
corpi e delle due anime feconda è vibrazione dei sensi, moto di passioni che
procede fino al cuore alchemico di fisicità transitoriamente incommensurabili.
Il finale viene in ultimo raffigurato da Tam
mediante un’enorme tensione patetica, da cui la macchina è
letteralmente permeata e divorata. Gli spazi sbottonati si aprono quanto il
punto di vista registico, fino a poco prima asserragliato sui corpi.
FEAT. WONG KAR WAI: FINAL VICTORY (1987)
– A cura di Luca Lombardini
La pellicola che segna l’incontro tra l’allievo e il maestro. Nella
mente dello sceneggiatore Wong Kar-wai
infatti, Final Victory avrebbe dovuto
rappresentare il tassello conclusivo di un’ambiziosa trilogia dei film
jianghu. Peccato che As Tears Go By,
inizialmente posto in apertura di serie, uscirà solo un anno dopo, mentre la
seconda parte, quella di raccordo, non vedrà mai la luce. Tam dirige una commedia con la C maiuscola, attraverso la quale si
diverte a rivisitare e al tempo stesso demistificare i comandamenti del cinema
gangster. Rispetto ad altri film dell’autore, Final Victory può giocarsi la carta vincente di una sceneggiatura
sontuosa, satura di dialoghi e momenti mozzafiato, ed estremamente precisa nel
delimitare il quadrilatero di amore e odio all’interno del quale svetta
un giovanissimo e trascinante Eric Tsang.
Detto ciò, è Tam a prendere il
possesso, facendoli suoi, di storia e personaggi, imprimendo personalità
fotografica all’alchimia cromatica tra blu e rosso, delegati a
trasmettere rispettivamente sentimenti di solitudine e passione. Il regista
regala al pubblico l’ennesima e magistrale performance dietro la macchina
da presa, esaltando i colori primari delle scene con un eccellente gioco di
campi e controcampi. Tam torna a
stupire chi guarda per coraggio e personalità. Non era facile nel 1987 (anno in
cui usciva City on Fire e periodo di
massima diffusione e produzione dell’Heroic Bloodshed) decidere di
firmare un pasticcio di generi, all’interno del quale farsi beffe, spesso
e volentieri, dei luoghi comuni appartenenti ai film di mala. Accettare una
pellicola dove già sai che la sequenza centrale della rapina deve essere
occultata, e i sottostesti eroici del genere verranno sacrificati
sull’altare delle gag (il sacrificio dei genitali richiesto più volte dal
personaggio interpretato da Tsui Hark
ad esempio), non è cosa da mestierante di second’ordine. Allo stesso
tempo, dirigere un’opera che si dimostra ancora più audace di molte
operazioni tout court, non può non confermare la grandezza e il talento di chi
il progetto lo porta a compimento. Final
Victory è un film tanto complesso quanto meraviglioso, che si concentra sul
lato sentimentale del criminale descritto attraverso la complessità dei suoi
rapporti umani: palpitazioni e angosce dell’amore romantico sacrificato
sull’altare delle dinamiche di affiliazione e fratellanza. 93 minuti che
incollano lo spettatore alla sedia, lo lasciano con la bava alla bocca dopo
l’ultimo faccia a faccia (esempio di montaggio praticamente perfetto che
dovrebbe essere mandata a memoria dagli studiosi di cinema) tra Hark e Tsang, appena prima di gonfiargli gli occhi di lacrime durante
l’ultima, toccante, sequenza.
FINE 2° E ULTIMA PARTE
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(20/05/07)