
IL CINEMA DI PATRICK TAM
PRIMA, DURANTE E DOPO LA NEW WAVE: 1° PARTE
INTRO – A cura di Luca Lombardini
Mettiamo
le cose in chiaro fin da subito: Patrick
Tam è autore unico, sorprendente e irripetibile.
Di conseguenza la sua opera filmografica va trattata con l’attenzione e
la riverenza che spetterebbe “ad un parente infermo o ad un giovane
re”. La retrospettiva a lui dedicata, è stato uno dei punti più alti mai
raggiunti dal Far East Film Festival
durante la sua quasi decennale esistenza, questo, per almeno due, validissime,
ragioni. La prima, prettamente storica, riguarda il preziosissimo lavoro di
recupero effettuato da Alberto Pezzotta e dalla sua equipe di collaboratori,
che hanno pazientemente scandagliato ogni recondito angolo dei mercati del
globo, per portare in quel di Udine pellicole che
potessero palesare la grandezza di questo sublime cineasta. Un’
operazione ai limiti dell’archeologia cinematografica, che ha salvato
dall’oblio capolavori di inestimabile valore.
Per avere un’idea dell’importanza del lavoro effettuato da Pezzotta e soci, basta citare il
secondo lungometraggio del maestro di Wong
Kar-wai: quel Love Massacre che,
data la sua assoluta irreperibilità, non figura nemmeno tra le 850 schede de Il dizionario dei film di Hong Kong curato
da Giona A. Nazzaro e Andrea Tagliacozzo. Sorta di libro sacro
per chiunque cerchi una guida in lingua italiana tramite la quale avvicinarsi
al cinema di Hong Kong. La seconda ragione invece, ha a che fare con la sfera
puramente analitica del fenomeno meglio conosciuto come New Wave. (ri)Vedere
oggi The Sword, Love Massacre, Nomad e Final Victory (senza contare i lavori televisivi presenti
all’ultimo FEFF) obbliga a guardare il movimento nato nell’ex
colonia britannica da tutt’altra angolatura. Quello che era
“genere” e stilizzazione della violenza,
alla luce degli sperimentalismi precursori di Tam, non può non trasformarsi in parabola autoriale, figlia degli
insegnamenti di Bresson, Godard,
Truffaut, Chabrol, Bergman, Renoir, Antonioni, Fellini e Ferreri. Alla luce
di quanto visto nella otto giorni friulana quindi, è
possibile ripercorrere le origini del fenomeno, partendo proprio
“dall’educazione” televisiva dove Tam, come Tsui Hark del
resto, ha trovato terreno fertile all’interno del quale coltivare
tematiche e libertà espressive, che diverranno fondamentali
nell’evoluzione della sua poetica. Caso questo più unico che raro, visto
che in quasi tutto il mondo occidentale (e prevalentemente in Italia), esordire
in lavori finalizzati al piccolo schermo, equivale a conformarsi a parametri di intrattenimento e di politicamente corretto, vettori
artistici che corrono in direzione diametralmente opposta rispetto alla sperimentazione
di linguaggi e di tecniche visive. Studiare la filmografia di Tam oggi, obbliga a rivedere ogni
percorso genealogico che voleva il cinema di Hong Kong legato quasi
esclusivamente ai modelli “peckinpiani” e
“melvilliani”, che fecero da humus al John
Woo’s style. Perché se il regista di The Killer e Bullet in the head è stato il primo cognome attraverso il quale
sdoganare in occidente quel tipo di cinema, tra le pieghe dei film di Tam è facile rintracciare il primo
tentativo di analizzare il realismo sociale e criminale di Hong Kong. Insegnamento che tornerà utile a serie divenute di culto in
seguito, come nel caso di Young and
Dangerous. Allo stesso tempo i lavori di Tam, sono la riprova di come ancora
oggi, la New Wave resti un fenomeno esclusivo dell’intera storia della
settima arte. Raro caso di movimento in grado di
coniugare esigenze d’incasso, sperimentalismo d’autore, rivelazione
di nuovi linguaggi e riflessione intorno a temi scomodi e per nulla
popolari. Tutto questo con l’aggiunta di ispirazioni
cinefile di cui a malapena si sospettava l’esistenza.
PATRICK TAM: LA LEGGENDA – A cura di Pierre Hombrebueno
Una
figura leggendaria del Cinema Hongkongese, elogiato, amato, schifato,
rifiutato, misinterpretato, ignorato, celebrato, Patrick Tam nasce a Hong Kong nel 1948, e fin dagl’anni
del College inizia i primi approcci con la materia Cinema, scrivendo recensioni
e critiche. Dunque, è chiaro che ci ritroviamo subito
l’immagine di un Autore-Cinèphile, continuatore (o meglio: iniziatore) di
un’eredità come potrebbe essere quella dei Giovani Turchi dei Cahiers du Cinéma (non a caso, Jean Luc Godard rimarrà una delle
personalità ed influenze fondamentali del Nostro), il quale ha saputo
perfettamente amalgamare uno sguardo forte ed incisivo verso il formalismo
della (non ancora post) modernità, con le radici della propria cinematografia
natale, che Tam rileggerà proprio col
lungometraggio d’esordio The Sword
(1980), chiara ripresa ed omaggio dei wuxia di King Hu.
Una carriera, quella di Tam, che fin
da subito mostrerà al pubblico il proprio intento: non solo trovare un modo di
rappresentazione messa-inscenico alternativo al Cinema Americano, che in quegl’anni, più che mai, stava invadendo ed inglobando
le sale asiatiche, ma anche e soprattutto ri-aprire le porte alla ricerca e
sperimentazione dell’immagine, nuovamente rimessa in tavola per essere
sezionata con la ri-discussione critica degli stilemi prefigurati del Cinema di
Hong Kong. Come un JLG
cogl’occhi a mandorla, Patrick Tam,
con il fido contemporaneo Tsui Hark,
compie a tutti gl’effetti un vero attacco terroristico verso la
cinematografia hongkonghese, in un brusco orgasmo nel modernismo estetico più
assoluto: scavalcamenti di campo, giochi cromatici ed espressionisti con la
fotografia, inquadrature ricercate ed insolite, claustrofobie percettive; tutto
questo, mentre gli spettatori erano ancora abituati ai precedenti film di
genere (dai wuxia di Zhang Cheh o King Hu ai Kung Fu di attori poi registi
come Jackie Chan e Sammo Hung). Hong Kong doveva compiere
un ulteriore passo avanti, guidato da una schiera di
esordienti pronti a dare nuove sfumature al Cinema: era ufficialmente aperta
l’era della New Wave hongkonghese, che proprio in Tam riconoscerà forse la sua figura più emblematica.
Prima regista, più avanti anche Montatore (per nomi del calibro di Wong Kar Wai, suo diretto erede, o Johnnie To) e Scenografo, in ogni caso
manovratore di immagini per eccellenza, Patrick Tam ha portato avanti una continua ricerca sullo spazio e il tempo
filmico, evocando raccordi finalizzati non a dare linearità o trasparenza,
bensì poeticità emotiva ed espressiva, dove il tempo morto è in verità una
riflessione aggressiva, poi colta in flagranza da un exploitation di
manutenzioni ed esperimenti sulla diegesi, con accelerazioni o ralenti
improvvise. Sempre uno stile imprevedibile, che unisce la totalità di tutto il
Cinema Europeo di cui si è divorato, dal senso impressionista della Nouvelle Vague Francese, fino al naturalismo e al
Cinéma Verité, contemporaneamente e contraddittoriamente quiete ma violento,
statico e dinamico.
Più di chiunque altro, Patrick Tam ha saputo incarnare nella propria
poetica un urlo totale alla libertà artistica, che nell’Industria
hongkongese odierna è ormai un’ utopia. Ma
proprio di questa libertà Tam verrà punito: il pubblico abbandona il suo Cinema pian
piano, preferendo pararsi il culo con Autori e stili più
“rassicuranti” e “classicheggianti”; lo spettatore (e
gran parte della Critica) non è ancora pronto a riconoscere in Tam il suo reale valore di innovatore.
Ci vorrà del tempo e della presa di coscienza, che si
manifesterà più esplicitamente solo nell’avvento della generazione
successiva, dal già citato Wong Kar Wai
a Stanley Kwan, che porta ricamata in
sé gli innegabili insegnamenti che film come Love Massacre o Nomad
hanno portato.
Con
l’arrivo di After
this our exile nel 2006, che segna il ritorno di Tam sulle scene dopo ben 17 anni di assenza dalla macchina da
presa, l’industria coglierà finalmente l’occasione per insignire
all’autore il riconoscimento dovuto, coronando l’opera di ben 5
Hong Kong Film Awards, compresi Miglior Pellicola e Miglior Regista. Una
celebrazione sicuramente tardiva, che suona più come un Premio alla Carriera e
un riparare alla cecità precedente, considerando anche che il film in questione
è di gran lunga inferiore ai precedenti e ormai priva
di quella carica di anarchia visiva che ha contraddistinto i lavori passati di Tam, quegli stessi film precedenti che
sono e rimangono non solo la propria vetta come Artista, ma anche una delle
vette più alte di tutta la Storia del Cinema Hongkongese (e non).
ESORDIO: THE SWORD (1980) – A cura di Luca Lombardini
Esordio
dietro la macchina da presa per una delle icone maggiormente rappresentative della Nouvelle Vague che è di li a poco per arrivare. Come
molti suoi colleghi, Tam sceglie di
saldare i conti con la tradizione (ri)partendo dal filone hongkongese per
eccellenza: il wuxiapian. Omaggiare il genere caro al
pubblico di casa, per poi proseguire verso lidi decisamente più personali e
sperimentali. The Sword (come Butterfly Murders di Tsui Hark del resto) rilegge il cappa e spada dei settanta attraverso una prospettiva
inedita: consueto il tema portante dell’opera (la crescente bramosia di
potere che logora e corrompe lo spirito), di geometrica precisione il gioco
delle coppie che lega i protagonisti e regola l’intreccio, rivoluzionario
il messaggio di fondo e le scelte stilistiche deputate alla messa in scena. Adam Cheng
interpreta alla perfezione la parte dell’antieroe in costume, diventando
ben presto vittima inconsapevole della sua stessa ambizione. Una
metafora, quella del disfacimento individuale, che si rispecchia
nell’abilità con la spada del protagonista. Non più vanto di invincibilità e superomismo, bensì sinonimo di
(auto)distruzione e quindi di condanna alla solitudine e alla morte. Tam opta per
uno svuotamento scenografico, per poi riempire l’artificilità
dei set di ambientazione con il suo gusto estroso e originale del montaggio,
che diventa marchio di fabbrica attraverso il quale riconoscere la sua
personale poetica. La forma cinema propria del maestro King Hu, viene rielaborata attraverso una
concatenazione di scene selvaggia, evocativa e vertiginosa. L’autore
getta le basi estetiche della New Wave facendo ricorso ad un’ammaliante
ricerca stilistica finalizzata alla decostruzione e al riassemblamento dei
generi attraversati da soggetti provocatori. Tam individua l’anima concettuale della vicenda descrivendo
la parabola decadente del protagonista, ma spezza il film in due metà
visivamente riconoscibili. Ad una prima parte (neo)classica, caratterizzata da
inserti naturalistici e movimenti di macchina tanto sobri quanto calibrati,
l’autore risponde con una seconda porzione di pellicola contrassegnata da
scelte estremamente audaci e sperimentali, che
raggiungono il loro meraviglioso apogeo in un crescendo coreografico
orchestrato alla perfezione da Ching
Siu-Tung. The Sword è il
risultato di un lavoro di assemblamento di materiali e
linguaggi in grado di esplodere con forza detonatrice nel finale, la scintilla
che accende la miccia cinematografica della meravigliosa opera di un sublime
cineasta.
FINE 1° PARTE
(17/05/07)