LA PASSIONE DI CRISTO

REGIA: Mel Gibson
CAST: Jim Caviezel, Maya Morgenstern, Monica Bellucci
SCENEGGIATURA: Mel Gibson, Benedict Fitzgerald


A cura di Pierre Hombrebueno

LA PASSIONE (SADICA) DI GIBSON

Gibson ci aveva già mostrato in passato la sua strada registica. Brutale è la parola adatta a descriverla, una pura brutalità come mezzo e i temi alti e nobili come fine.
Gibson è un regista materialista, e cerca di rendere concrete tematiche come la bontà d’animo e il valore della libertà sottratte da occhi diversi. Come rendere concreti concetti così astratti e spirituali? La ricerca metafisica trova risposta in Gibson nella ricerca estetica del dolore fisico, quello stesso dolore espresso da Braveheart giunge qui al massimo del suo climax, nel corpo di Gesù Cristo: sputato, lapidato, disonorato.
Protagonista de La Passione di Cristo non è perciò Cristo, né tantomeno è un film sulla religione (non quello standard almeno), ma un film sul dolore (La Passione è Dolore), e Gibson lavora su questo dolore in maniera quasi meticolosa, in una ricerca estetica del male fisico quasi esasperata.
Polemiche o non polemiche, La Passione è grande Cinema, la riscoperta di un genere guardato con l’occhio di un sadico regista esteta. Questo è il film meno sacro con Gesù Cristo, tantochè lui non parla tranne che per enunciare le solite 4 frasi dal vangelo; La Passione potrebbe essere un film muto e in bianco e nero, proprio perché come i film dell’epoca, il fulcro filmico ritorna ad essere l’immagine in sé, o meglio, il ciclo di immagini in movimento, che arrivano a soverchiare qualsiasi elemento di contorno, anche le musiche corali e tenebrose di Debney, funzionali e comunque sufficienti per marchiare il prodotto come horror splatter drama peplum.
Impossibile rimanere indifferenti a questo Film. L’amore e l’odio perviene. Io ho scelto l’amore, perché non credevamo nemmeno possibile la riuscita di un’opera come questa, la riscoperta del genere religioso che abolisce tutte le regole della sacralità, facendone un lavoro fatto da uomini per uomini, non più cristiani o non cristiani, ma solamente uomini. Perché il Cristo che vediamo davanti ai nostri occhi è diventato carne da macello, filmato da Gibson in primissimi piani e dettagli enfatizzati dal ralenti. La macchina da presa diventa un trapano che scava nella fisicità per giungere oltre quella pelle e carne macellata nella sua ricercatezza e buon gusto anatomico.
La Passione è un’opera iconografica, non abbiamo mai visto un Satana così suggestivo nella sua rappresentazione di maligno. Ed è proprio in Satana che il regista ci offre le metafore connotative, come il tanto usato serpente (tentazione) o il bambino che il demonio tiene tra le braccia mentre Gesù è in piazza che riceve le frustate (“Vedi, io dei miei figli mi prendi cura.. mentre tuo padre ti lascia lì a farti torturare”).
Ma a fare de La Passione di Cristo un’opera personalissima è anche la scelta delle luci, che vanno dal dark più profondo, fino al giallognolo più acceso, non solo per catturare in sé i quadri religiosi del rinascimento, ma anche materializzare le figure, rendendoli toccabili, più che tridimensionali, grazie soprattutto alle angolature della macchina da presa, posizionata sempre in modo da cogliere appieno questa fisicità. E poi l’uso delle lingue morte come l’aramaico e il latino, per dare alla fiction la sua denotazione storica più forte e anche per la stessa aggressività cacofonica di queste lingue, proprio come piace a Gibson, che brutalizza il linguaggio della sua opera, facendolo diventare un forte schiaffo verso Gesù Cristo e noi spettatori.
Ma ora mi sorge una domanda che non c’entra direttamente col film: Perché distribuire in originale una pellicola in aramaico e in latino mentre tutti gli altri film continuano a rimanere doppiati (e anche male)? Solita inculata di questo maledetto sistema cinematografico che vige in Italia?
E ancora una volta noi diciamo “Abbasso il doppiaggio”.

(25/03/05)

 

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