
PARANOID PARK
REGIA: Gus Van Sant
SCENEGGIATURA: Gus Van Sant
CAST: Gabe Nevins, Jake Miller, Daniel Liu
ANNO: 2007
A cura di Pierre Hombrebueno
EVOCAZIONE POETICA AL MASSIMO
GRADO
A prima vista, Paranoid Park sembrerebbe avere il suo fulcro
narrativo nell’evento centrale, l’uccisione colposa di un agente da
parte di un giovane skater, ma in verità ciò non è affatto la partenza
principale dello svolgersi messa-in-scenico, in quanto Van Sant preferisce concentrarsi sui bordi, rimanendo (e
circumnavigando) nei contorni evocativi e psicologici di un anomalo ritratto,
che parte da un teen-ager per poi espandersi in una Visione del mondo.
Come in Elephant
e in Last days, la
violenza che sfocia nella morte è solo un punto climatico, perché
l’occhio di Van Sant si
focalizza sulle sfumature, su un’osservazione sospesa tra la pedagogia
(mai espressa esplicitamente) e la poesia della costruzione cinematografica. Ma
chiariamoci con parole più semplici: ciò che vogliamo dire è che Paranoid park non è prettamente Cinema
narrativo, in quanto non è importante il thrilling di
cui dispone il plot (la messa in scena non si occupa di creare i meccanismi di
un genere suspense, nonostante questo elemento non manchi), ma il dipingere uno
sguardo ampio sulle difficoltà dell’età adolescenziale, gli stessi
adolescenti di cui da sempre Van Sant si occupa.
Eppure in Paranoid Park giungiamo a quello che è
probabilmente l’apice della cinematograficità
dell’autore, che qui abbandona la classicità stilistica che potrebbe
essere dei Will Hunting o dei
Finding Forrester (i
quali, guardacaso, sono proprio i film più brutti
della filmografia del regista, in quanto canonizzati
per Hollywood e censuranti di una poetica ed una genialità assai oltre) per
abbandonarsi alla totale evocazione dell’audio-visivo. Più di Elephant
e Last Days messi
insieme, in Paranoid Park l’anarchia espressiva
raggiunge la sua massima vetta, a cominciare dall’uso del sonoro anti-diegetico, che mischia spazi temporali diversi,
ricordi, diari in voce off, echi, immaginazioni, perforazioni uditive, mentre
scorrono le immagini ormai slegate da una qualsivoglia linearità, in un
continuo avanti ed indietro, saltare e tornare, togliere ed inserire,
provocando così due cuciture inscindibili: la deframmentazione
di una mente posta in crisi (il protagonista), e la deframmentazione
del Cinema stesso (il “vero” protagonista). Mai come in quest’opera Van Sant ha raggiunto
una così elevata espressività enfatica, come sottolineano
i bellissimi piani-sequenza sui trampolini, dove la macchina da presa riesce a
infiltrarsi come un ectoplasma dentro e fuori gli skate-board, dimostrando
palesemente che dietro questa messa in scena, che inizialmente potrebbe puzzare
anche di “arty a tutti i costi”, si celi
invece anche una grande abilità nella gestione dello spazio, capacità di
posizionare la macchina da presa e di muoverla in contesti inimmaginabilmente e
sperimentalmente difficili: Van Sant, effettivamente, estranea un semplice giro in
skate-board trasformando la scena in un trip quasi onirico, dove la potenza
delle immagini e della musica utilizzata ricrea immediatamente un pathos quasi
toccante che trasuda passionalità fantasmatica.
E’ il sogno che si manifesta, l’euforia o la narcotizzazione
che una disciplina come lo skate suscita in questi ragazzi non più bambini ma
non ancora uomini, dunque sospesi in quel limbo che sta tra fantasia e realtà
dura e cruda; necessariamente, nel film si crea proprio questo dualismo, la
vita e il sogno. Vita che la macchina da presa coglie con i suoi lievissimi
movimenti, che sfociano in un primo piano silenzioso ed inquietante, ricolmo di
quella paura percepibile (la scena dell’interrogatorio con il detective
mandato a scuola), per non parlare del magnifico momento della doccia, semplice
quanto un piano fisso, ma carico di un’evocazione puramente estetica e
pittorica, ma anche di un senso altamente tragico in
quanto simbolo di un tentativo di purificarsi e di ripulirsi dal peccato appena
commesso. E poi, il sogno, che come segmenti paralleli, invadono sempre il
campo della realtà, con inserti casalingamente
documentaristici di spensieratezza fra i ragazzi, pronti ad apparire come
piccoli sintagmi di ormai nient’altro che una trasfigurazione esistita ma
ormai lontana: il sogno viene pesantemente sommerso dal dramma. Gli inserti
sono in realtà flash back di un passato che non potrà mai cambiare il presente,
anche se di un presente sospeso si tratta, tantochè Van Sant non
termina nemmeno la storia (o almeno, non come tutti vorrebbero), fatto che
prova ancora una volta la sua intenzione formale/evocativa piuttosto che
narrativa/etica. Non giudica il suo protagonista così come non giudicava gli
assassini di Elephant, il messaggio
e la significazione diventano nient’altro che una grande Lezione di
Cinema, di un grande schermo che ritorna ad arricchirsi di audio-visività empatica, capace di dare il suo senso non per parole o per
fatti/accadimenti, ma per la creazione di immagini così belle e ricche di
significati propri che varranno tanto e tanto più di qualsiasi moralità dettata.
Van Sant, dunque,
critica proprio mantenendo il silenzio. Perché tale silenzio, linguaggio muto (di un Cinema di immagini e suoni/musica persi nella
loro esistenza senza direzioni), ha la potenza reazionaria di un urlo implicito
e trattenuto.
Anche senza giudizi morali, veniamo esposti ad una
Visione del mondo che è automaticamente valutazione sintomatica.
Forse è anche per questo che Paranoid Park,
oltre ad essere continua stimolazione per gli occhi e le orecchie, è pure fottutamente commovente.
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