PAFF3: MICRO-RIFLESSI DI CINEMA ORIENTALE CONTEMPORANEO

A cura di Pierre Hombrebueno - (con le suggestioni di Nicola Cupperi, Alessandro Tavola, Davide Ticchi, Ludovico Merighi)

 

Sguardi, presagi, re-visioni di un Cinema Orientale che scorre in bilico tra alcoolismo e occhi critici, ancora stupiti grazie a dio, seppur rossi di quella sigaretta che fuma ininterrottamente tra quattro mura di uno spazio isolato e isolante, persino puzzolente. Ma in fondo era prevedibile, radunando cinque positivisti in meditazione spirituale su quella stanza dell’oblio. Cinema. Quel Cinema che nel peggior dei casi non è mai arrivato qui da noi, e nel meno peggiore è uscito sì, ma in sale contabili sulle dita di mezza mano. Dunque, un Cinema che urge di essere (ri)scoperto, grazie al contributo dell’importazione di dvd (ringraziamo http://www.yesasia.com/ ), unico modo per tenersi aggiornati su quanto sta accadendo e passando dall’altra parte del mondo. Questo non è un Report per il semplice motivo che il Paff (sboronamente e giocosamente Parma Asian Film Festival) non è prettamente un Festival, seppur una rassegna di film. Il tutto è effettivamente nient’altro che una riunione redazionale in Corso d’aggiornamento per una cinematografia che non abbiamo mai nascosto di amare. Quella Hong Kong, Korea, Giappone, Tailandia, et altri ancora, che necessitano di attenzione e studio, laddove non possiamo contare né sui nostri media, né sui nostri distributori, tolte ovviamente un paio di eccezioni, in primis quei pochi siti specializzati e Festival come il Fareast di Udine.
Allora considerate questi diari d’appunti del/dal Paff come una specie di nuova rubrica che ogni tanto vi proporremo fra queste pagine. Annotazioni, consigli, pensieri, neo-visioni invisibili, uno spalancarsi ulteriore dei sensi, del conoscere ed esplorare l’ignoto spazio profondo. Ludico e scopo finale, il riflesso di un nuovo aprirsi degli orizzonti, immancabile in questo che è ormai Riunione numero 3 dell’incrociarsi très très privè dei Positivisti, sempre e ancora in rincorso del Cinema Orientale Contemporaneo.

UNA CERTA (CONTRO) TENDENZA DEL CINEMA KOREANO

Due semplici film che riescono a simboleggiare lo spaccato dell’attuale Cinema in Korea
. Due visioni trattanti d’amore per giunta, girati in modo prettamente opposti, a rappresentare dunque non solo due approcci di messa in scena, ma direttamente due idee di Cinema mainstream. Parliamo di Windstruck di Jae Young Kwak e One fine spring day di Jin Ho Hur, entrambi film celebri in patria, uno per i super incassi e il tifo incondizionato della massa, l’altro per il grande sostegno della critica e delle premiazioni/festival locali.
Un dualismo che nel suo piccolo, mostra efficacemente le due facce del Cinema Koreano attualmente in voga, che si possono ri-assumere nel semplice uso diverso che i due autori fanno della macchina da presa: laddove l’occhio di Jae Young Kwak sembra incapace di soffermarsi in maniera riflessiva sulle immagini che delinea, la visione di Jin Ho Hur pare invece sempre lasciare il tempo meditativo delle sue azioni rappresentate. Allora Windstruck, sulla scia del precedente My sassy girl, sta all’esplicitazione del pop kitsch koreano, con personaggi che sembrano usciti da manga e un uso dei tempi e della musica extra-diegetica che punta chiaramente alle grandi platee, tantochè diverse scene sembrano proprio stralci pubblicitari di macchine, per non dire di shampoo per i capelli. Che poi, e qui arriviamo al punto, è esattamente lo specchio di quella che è ormai definita Nuova Romantic Comedy Koreana, iniziata e definita proprio da Young Kwak in Sassy girl.
Medaglia rovesciata per One fine spring day e la poetica di Jin Ho Hur, di un Cinema il cui romanticismo risiede più sugli spazi che sui tempi; un film prevalentemente di piani fissi e lieve musica mai invasiva o pop, richiamante una messa in scena che può ricordare lo stasi di Tsai Ming Liang, stringendo però l’altro braccio al sussurro enfatico di un certo Kim Ki Duk.
Laddove Windstruck costruisce il romanticismo con i primi piani sulle smorfie della Star Gianna Jun accompagnata da una colonna sonora da Hit Parade, One fine spring day si affida invece ai corpi colti in campo con una macchina da presa che raramente invade i suoi attori, preferendo lasciarli confinati nel paesaggio, in mimesi silenziosa.
In questo micro-cosmo rappresentatoci, scorgiamo le due versanti: da una parte, l’iper enfasi del Film di Jae Young Kwak, di cui possiamo apprezzare soprattutto la scorrevolezza naif e la vitalità di un Cinema commercialissimo capace però di essere ancora evocazione formale (e qua, il Cinema italiano, tra i vari Ho voglia di te e Notte degl’esami, ha veramente ancora tanto da imparare), e dall’altra, e sinceramente è quella che preferiamo, la concessione alla forza meditativa della fissità in Jin Ho Hur, una vera lezione sul come lasciar parlare il silenzio e la poesia dei singoli quadri, un modus operandi, questo, ancora tipico e quasi esclusivo del Cinema Asiatico.

SGUARDI META-CINEMATOGRAFICI

Edmond Pang è ormai uno degl’auteur prediletti della nostra rivista. Scoperto al FEFF di Udine pochi anni fa, siamo tornati a scavarne le origini, visionando la sua opera d’esordio: You shoot, i shoot.
Appare assai ironico, perché una delle cose che ricordo di più al mio primo incontro con Edmond (proprio in quel di Udine), è la sua lamentela sul fatto che a Hong Kong non esista più spazio per i giovani autori. Beh, probabilmente egli non sa che noi in Italia siamo messi ben peggio, e a dire il vero la sua singola presenza nel Panorama Hongkonghese garantisce una grande e giovane vitalità in quella cinematografia. You shoot, i shoot, girato a 28 anni, è già Opera lucidissima di un Autore che solo ora si sta rivelando al Panorama Mondiale (il suo precedente Exodus è stato presentato a Torino, e prima ancora, Isabella è stato scelto In Concorso a Berlino) ma che già dal primo film espose chiaro e tondo la sua poetica e il suo approccio col Cinema. Approccio che è poi un ritorno al Cinema stesso, cioè alla meta-cinematograficità che contraddistingue You shoot, i shoot (e più avanti, A.V), con quel gusto e quell’intelligenza cinefila che non si ferma alle semplici citazioni, ma che si infarcisce di quell’ironia naive propria di un Effetto Notte truffautiano che diventa ad occhi mandorlesi: non sorprende dunque sapere, più avanti, proprio dalla bocca di Pang, che i suoi due registi preferiti in assoluto sono Martin Scorsese e John Woo, perché da questo film si capisce già perfettamente, così come in esso c’è già tutta la freschezza della gioventù in quello scorrere imperfetto ma senza mai tempi morti, con stralci di inquadrature kar-waianamente distorte che continueranno a ritornare anche nei prossimi lavori del regista.
Cambiando territorio e livello, ci offre uno sguardo metacinematografico anche l’ultimo film di Kim Ki Duk, Breath, passato prettamente inosservato fra le sale italiane (con probabilmente 2 o 3 copie in tutta Italia) e recuperato nel corso del Paff. Un auto-riflettersi sicuramente più narcisistico (e quindi, automaticamente teorico) del primo Pang. Quello di Ki Duk è a tutti gl’effetti un esame di coscienza (come Time, del resto), un riguardarsi indietro e tirare le fila della propria filmografia, dunque auto-citandosi totalmente (da Primavera a Ferro3), e addirittura presentandosi in carne ed ossa come riflesso di un demiurgo (il capo della Prigione in cui si svolge la narrazione): ancora una volta, Politique des Auteurs, tesi visiva dimostrata non senza un certo gusto sadico e sborone, tipici di Autori maturi che non sentono più il bisogno di dimostrare niente a nessuno, se non l’affermazione del proprio totale controllo stilistico.
Ci si può forse lamentare di una certa facilità delle simbologie (ma in fondo, il finale de La samaritana non giocava proprio con le stesse carte?), ma essendo in un territorio Politico, la cosa fondamentale rimane la Coerenza col proprio percorso autoriale, Coerenza che in Kim Ki Duk non manca di certo, anzi, e pochi cazzi per i puristi Ki Dukiani (che continuano ad affermare la discesa artistica del regista da Primavera estate in poi..), Soffio non fa che confermare tutto ciò che di magnifico e trascendentale abbiamo amato e amiamo del suo Cinema.

DILATAZIONI E SOSPENSIONI: CRESCERE IN GIAPPONE

Linda linda linda di Nobuhiro Yamashita e Nobody knows di Hirokazu Kore-eda. A prima vista due film che non hanno nulla da spartire l’un l’altro a parte la provenienza comune (Giappone), ma che se osservati con attenzione, si rivelano esattamente le due facce della stessa medaglia. Oltre ad essere entrambi dei film formativi che parlano dell’abbandono dell’età fanciullesca/adolescenziale, Linda linda linda e Nobody knows sono in realtà accomunati anche da uno stesso procedimento messa in scenico: partendo da uno scarnissimo plot (da una parte, un gruppo di ragazze liceali in preparazione per un concertino scolastico, dall’altra dei bambini che si ritrovano orfani dopo l’abbandono della madre), sia Yamashita che Kore-eda dilatano la narrazione sospendendo i sensi per lasciare le evocazioni alla semplicità dell’intreccio.
Effettivamente, possiamo affermare che in tutto lo svolgersi dei due film, non ci sono affatto particolari colpi di scena o rivelazioni shoccanti a dare colpi d’interesse: la verità è che la storia si ferma a semplice pretesto per un concatenamento di eventi ripetuti ma, ed è qui il bello, mai ripetitivi. Allora Linda linda non è che una serie di rehearsals in sala prove della band, mentre Nobody knows altro non è che il degrado continuo dei suoi bambini protagonisti. In Kore-eda abbiamo uno svolgersi da osservante silenzioso semi-documentaristico o comunque neo-realistico che ha il suo punto focale quasi immediatamente, quando capiamo che i bambini sono stati abbandonati dalla madre. Da lì in poi il film è un andare avanti di dilatazioni sospese, di pietas senza però quel dosaggio di enfasi marchettistica che una sceneggiatura simile poteva rischiare. Se queste scelte sono comunque più palesemente idonee per ciò che il regista giapponese intendeva mostrare e dire, lo stesso non si può affermare di Yamashita, per il semplice motivo che Linda linda linda è prettamente un film di musicisti e un’opera rock n’ roll. Eppure la bellezza del film in questione risiede proprio nel suo abolire i cliché della mangata modaiola (vedesi i casi delle due Nana di Kentaro Otani), confinando l’esplosione delle chitarre e del cool solamente nel finale, lasciandoci sguardi nostalgici per gran parte dello svolgersi precedente. A quel punto il plot stesso si disintegra per lasciare spazio a sintagmi silenziosi che sono piccoli momenti di implicita dolcezza, dove accade il nulla ma è proprio questo nulla a creare quell’atmosfera di malinconia, quell’humour trattenuto e mai forzato (in questo senso, può ricordare il viaggio di Bill Murray in Lost in translation), mai puzzante di falsità formale, ma neanche di inutili introspezioni psicologiche. Sia Kore-eda che Yamashita ci mostrano dunque un Cinema di corpi sospesi nel loro divenire adulti. Ciò basta per fare di Nobody knows, e ancor più di Linda linda linda, tra le nostre visioni più suggestive degl’ultimi anni.

SCONFINAMENTI DI GENERE

Ormai dovrebbe essere risaputo per tutti, anche per i babbei puristi della mono-genericità: il vero passo avanti nel Cinema di oggi sta nello sconfinare i generi cinematografici mischiandoli fra di loro e cercando di trovare nuove formulazioni per far annusare un certo sapore di nuovo, seppur commistione di tanti vecchio.
Come la New Hollywood per il Cinema Americano degl’anni 70’, oggi è il Cinema Orientale che ancora una volta pone le basi per degli sconfinamenti di genere così marcati, capaci di unire topos di diverse casate per cucirli in un meltin pot che riesce ancora a riportare in scena il magnifico grigio sospeso, né bianco né nero, ambiguo e per questo generante di nuovi sensi, riflessi(oni) d’interesse, e nel migliore dei casi, di lodi.
Ecco allora un action hongkonghese che è però intrippamento esistenziale (Beast cops di Gordon Chan e Dante Lam), un horror thai che è però commedia demenziale e addirittura melò (Rahtree di Yuthlert Sippapak), e un Action futuristico e decadentista che ha il sapore del sentimentalismo dark (Moon Child di Takahisa Zeze).
Capiamoci: in questi casi, il pericolo maggiore è sbagliare la dose di contaminazione che si vuole somministrare, lasciando al prodotto finale un senso indefinito del né carne né pesce. Questo è probabilmente il caso di Beast cops, sorprendentemente un classico per il Cinema Hongkonghese, ma il cui limite sta proprio nel dualismo attuato: è troppo Action per essere un buon film Introspettivo, ed è troppo Introspettivo per essere un buon Action movie.
Molto più interessante la commistione che ci propone il tailandese Yuthlert Sippapak in Rahtree, dove i vari linguaggi a disposizione sono combinati con lucidità ed intelligenza; Horror, Commedia demenziale e Melò si intrecciano in un unico piatto, ottenendo interessanti risultati di commistione: la risata esplosa può essere interrotta da un thrill orrorifico di paura, e il thrill può essere sospeso da un retrogusto romantico addirittura inaspettato per un film simile.
Stessa cosa si può dire del giapponese Moon Child, che con tutta la sua tamarragine (non a caso i due protagonisti, Hyde e Gackt, sono forse i  j-rocker più celebri fra i giovani nipponici di oggi) e il suo susseguirsi di sparatorie ed action, riesce anche a ritagliare momenti di intimità riflessiva sui cambiamenti che porta il tempo, tra amicizie che si sfaldano e amori fatali, a volte anche ambiguamente queer, ad arricchire ulteriormente il campo semantico su cui il film lavora. Allora non sorprende nemmeno sapere che l’Autore Takahisa Zeze deriva proprio dal mondo dei Pink movies, quel cerchio di Cinema elitario dove risiede anche la maggior sperimentazione formale-narrativa dell’attuale panorama giapponese.

PAFF 3.
FILM VISIONATI


Beast cops di Gordon Chan e Dante Lam
. Hong Kong 1998
Breath di Kim Ki Duk. Korea 2007
Linda linda linda di Nobuhiro Yamashita. Giappone 2005
Moon child di Takahisa Zeze. Giappone 2003
Nobody knows di Hirokazu Kore-eda. Giappone 2004
One fine spring day di Jin Ho Hur. Korea 2001
Rahtree di Yuthlert Sippapak. Tailandia 2003
Windstruck di Jae Young Kwak.
Korea 2004
You shoot, i shoot di Edmond Pang. Hong Kong 2001

 

(11/01/08)

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