L’ORA DI PUNTA

REGIA: Vincenzo Marra
SCENEGGIATURA: Vincenzo Marra
CAST: Michele Lastella, Fanny Ardant, Giulia Bevilacqua
ANNO: 2007


A cura di Pierre Hombrebueno

VENEZIA 07’: SENZA APPUNTI SU L’ORA DI PUNTA DI VINCENZO MARRA

Scorre, o almeno suppone di scorrere, Vincenzo Marra e questo L’ora di punta, che inizia nella più doverosa sobrietà inevolutiva, quasi sospesa (o fantasmagorica), nel suo parlare per spazi, e nel delinearci il fantasma qualunquista di Michele Lastella.
Effettivamente, lui, Lastella, è veramente una creatura ectoplasmica, di quelli intravisti in televisione in qualche serie dimenticata persino da Dio, di quelli che non dicono niente su grande schermo, di quelli impiantati tra il fare e il morire, prima che prendano prettamente fisicità e corpo, dunque personalità e personalizzazione. O almeno, di nuovo: si tenta.
Ed è così che l’opera di Marra si delinea pian piano proprio con l’aprirsi del suo protagonista, del suo scoprirsi lievemente (e bruscamente) dall’essere fantasma all’essere carne fisica, dal suo essere uomo d’ambizioni alte, a gran bastardo spacca cuori e occhi d soldi, dividendo prettamente l’operato in due punti distinti collegati da quell’ormai celeberrimo stacco che innalzò in quel della proiezione veneziana, il delirio di risate (una volta tanto giustificato) dei presenti: il prima e il dopo sesso con Fanny Ardant. Cioè quando Lastella cambia / suppone di cambiare / è stato ordinato di cambiare espressione del viso – aka denudarsi completamente dei vestiti celati, e mostrarsi per quello che si è, accompagnato da quell’avvicinarsi della macchina da presa per sottolineare meglio l’attacco e l’aggressione; ripetiamo: Lastella, da faccia inesistente di un uomo che non c’era, diventa faccia da totale rincoglionito, ridicolissimo, comicissimo. Sarà colpa sua, sarà colpa di Marra che non sa dirigere i suoi attori, o sarà doppiamente colpa di Marra che non sa valorizzare i propri volti da schermo se non con quel semplice avvicinarsi, forse con paura, forse col tentativo di apparire / apparirsi auteur, magari comunque specchio riflettente in quanto Marra è Lastella - e Lastella è L’ora di punta. Si dia il caso che nel momento in cui il presunto attore cala completamente i propri costumi, anche il film si mostri prettamente per quello che è, ovvero il tentativo di autorializzarsi con gli espedienti messa-inscenici che si suppone facciano sempre colpo (i piani fissi, i silenzi, gli sguardi dei primi piani, il volteggiarsi lieve della macchina da presa fra gli spazi oscuri (del set e della mente?)), ma che se gestiti senza quella naturalità che solamente le inquadrature giuste (mano registica) nei momenti giusti (mano montaggistica) si trasforma invece in un’opera trasparente, trasparente nel senso di un film le cui (tante) pecche ed errori sono triplamente visibili e percepibili, esposti su pubblica piazza, perché in ogni singola inquadratura ed ogni singolo stacco de L’ora di punta si avverte quella pesantezza formale, che non è data da una trasgressione concettuale delle regole grammaticali, bensì proprio dalla mancanza di capacità basilari del lavoro di produzione e post-produzione.
Probabilmente bisognerebbe fingere di essere vuoti, piuttosto che riempirsi di finto contenuto. Probabilmente conveniva semplicemente lasciare il nulla fantasmagorico dei volti e degli spazi, piuttosto che riempirli di cacovisività; o semplicemente, meglio una bottiglia vuota (che sotto la mente malata dei critici potrebbe addirittura riempirsi di genialate da viaggi mentali), che una bottiglia riempita di veleno che nessuno riesce a bere. Perché i primi piani su Lastella sono puro veleno visivo. La colla al tavolo del montaggio, totalmente e banalmente annaspate d’acqua diluente, prive di una personalizzazione qualsiasi, di un’idea di qualsiasi tipo nella gestione e connessione dei vari quadri e della diegesi, e che finisce forzatamente a svalorizzare tutte le cose neutrali (come le battute della sceneggiatura), o la povera Fanny Ardant, derisa e delusa pure lei, pena a iosa, domande scongelate ed inconcrete.
L’ora di punta lascia il vuoto proprio quando suppone di rendersi pieno. Con quel finale “aperto” che invece è chiusissimo nella sua mancanza di direzioni ed ovvietà così poca incisiva, povera estetica e significazione che nemmeno Elisa di Rivombrosa..

(13/09/07)

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