

OLD BOY
REGIA: Park Chan-Wook
CAST: Choi Min Sik, Yu Ji
Tae, Kang Hye- Jeong
SCENEGGIATURA: Hwang Jo Yun, Lim Chun
Hyeong
A cura di Gianluigi Perrone
SYMPATHY FOR MISTER PARK
Con la forza implacabile dei pugni del suo protagonista, arriva anche il Italia la tempesta Old Boy, dopo aver meritato quasi un
anno fa a Cannes, il Gran Premio della Giuria (e l’invidia di Tarantino). Speriamo vivamente che il pubblico accolga positivamente perché se c’è un film che vale la pena
andare a vedere al cinema quest’anno è proprio
questa Odissea coreana targata Chan-wook Park,un
regista che nel giro di 4 lungometraggi (compreso il già concluso imminente Sympathy for Lady Vengeance) si è ricamato uno status di autore cult e,
insieme a Kim Ki-Duk,
alfiere della nuova Renaissance del cinema Koreano. E ci sono tutte le prerogative perché Park è regista di
talento fenomenale sia nelle riprese che nel rendere l’insieme delle sue
storie coraggiose e spettacolari.
Supportato da una fotografia calda e intima (gli interni sono dichiaratamente
ispirati a quelli immaginati da David Lynch), la
narrazione frenetica di Old Boy raggiunge vette di
etica altissima, che cavalca da una colonna sonora altrettanto emozionale
(topico Vivaldi sulla tortura odontoiatrica). Park parte da un manga giapponese
di trascurabile fattura per approdare in un mondo di delirio che si scatena
ferocemente sui corpi nudi dei protagonisti con pulsioni di odio
ed amore estremo. La repressione di 15 lunghissimi anni tutti uguali ,sfogata con veemenza contro tutto e tutti. L’Estasi e l’agonia di un guerriero senza bandiera,
senza identità.
L’anima di Old Boy è sostenuta dalla incredibile
interpretazione di Choi Min-Sik
che domina il film con un magnetismo che fa invidia a decine di colleghi
hollywoodiani. Oh Daesu è un personaggio talmente
carico di emotività da risultare opprimente e incredibilmente
accattivante (grazie anche a un azzeccatissimo humour
amaro) che si trascina con forza il pubblico nel suo dolore. Secondo di una
trilogia, Old Boy analizza il desiderio di vendetta umano che, nella sua
inaudita irrazionalità, pare diventare l’irrefrenabile impulso che muove
i fili e le vite dei protagonisti. Lo fa con Oh Daesu,a cui vengono rubati 15 anni di vita senza motivo tanto da
portarlo a una spasmodica ricerca della verità e di soddisfare la sua rabbia
inarrestabile (spettacolare da tutti i punti di vista la lunga carrellata in
cui si scontra con quaranta nemici con una furia e una disperazione febbrile) e
lo fa il suo carceriere che gli vuole far pagare una apparentemente
insignificante cattiveria, diventata il motivo della distruzione della vita di
troppa gente. Una vendetta vuota e inutile che funge da
motore emotivo e che, una volta soddisfatta, lascia solo spazio alla
disperazione. E’ questo che pulsa e trasuda dalle immagini di Old Boy. Un insano desiderio di rivalsa
che porta solo dolore, distruzione, disfatta. Né
vincitori né vinti. Solo un immenso vuoto esistenziale. Park sembra preferire
l’oblio di un immemore alla consapevolezza di una vita bruciata, di un
orrore umano dedito ai più bassi sentimenti, a una
consapevolezza di aver superato il punto di non-ritorno. Messaggi diretti e
recepiti attraverso la violenza portata all’eccesso, quella del corpo e
quella dello spirito, delle immagini e delle tematiche,
verso le sinapsi che collegano a una consapevolezza della propria natura animale.
Nonostante la pellicola sia incentrata sulla costante ricerca della morte e del
dolore, è fortemente impregnata di quella vita che è
stata negata al protagonista, quella libertà che cerca con ogni senso, dal
tatto al gusto all’odorato e che si pone a nemesi di una prigionia che sa
di ravioli fritti e che vede in un elettrodomestico effimero come il
televisore, la pompa di tutte le emozioni. Una prigione che
lascia spazio ad una prigione più grande ma altrettanto inespugnabile: una
delle tristi realtà del film. Oh Daesu,
novello conte di Montecristo, perde la sua umanità in
luogo dell’istinto bestiale per ricercare l’annientamento del suo
nemico che, ironia della sorte, è tale e quale a lui. Un illuso che insegue la più futile delle ragioni di vita.
Old Boy è un turbine di emozioni contrastanti, di
colori cangianti che si dimenano nel buio come raramente nel cinema di oggi, e
con in più la capacità di sapersi esprimere, chiaramente e francamente, in una
lingua universale.
Ad Hollywood pensano già ad un remake stelle e strisce
diretto da tale Justin Lin
con Nicolas Cage o Russel Crowe, ma quella è un’altra storia e difficilmente
potrà essere paragonabile a questa.
(06/05/05)