
NUMBER 23
REGIA: Joel Schumacher
SCENEGGIATURA: Fernley Phillips
CAST: Jim Carrey, Virginia Madsen, Logan Lerman
ANNO: 2007
A cura di Marco Compiani
ELOGIO ALLA CONFUSIONE
Tentare di capire se nelle suggestioni di Fernley Phillips, sceneggiatore debuttante, ci
sia una logica aprioristica o un qualche sottotipo di coerenza è un problema
non da poco.
Che volesse fare un thriller psicologico per intrippare gli spettatori in digressioni interpretative tra
le più strane sembra chiaro, ma la struttura narrativa si lancia in un
incredibile gioco confusionario, privo di credibilità e tensione emotiva.
Possiamo accettare, sebbene non risulti originale, la
dialettica tra un mondo reale-mediocre quasi appassito e quello
dell’immaginario letterario (cinematografico?) nel quale da goffo
accalappiacani Walter Sparrow (Jim Carrey) si immedesima in un detective fumettaro dal fare palpeggiante e pseudo-noiristico.
La psicosi che lo lega da subito a questa sorta di alter-ego è intorno al numero 23, elemento portante ma allo
stesso tempo destabilizzante di tutto il film.
La storia infatti, che salta un po’ di qua e un
po’ di là, un po’ dal Carrey sfigato e un po’ dal tough-boy
incipriato, risente di fiumi di parole ruotanti intorno a questo numero che
diviene metro di speculazione per ogni elemento dell’esistente. Nessuno
nega che l’ossessione in quanto tale viva di un
meccanismo ripetitivo, ma se la manifestazione di ciò si limita ad un elenco
snervante di divisioni, proporzioni, scomposizioni aritmetiche senza dare una spintina al dinamismo che un film di “genere”
necessita, soprattutto nel far tornare in modo naturale i vari tasselli del
puzzle, l’aspetto propriamente concettuale si appiattisce e rimane
indigesto nella fruizione. Ci ritroviamo inoltre ad osservare due personaggi
che di psicologico, a parte le macchiettistiche
smorfie, hanno ben poco, in quanto due
rappresentazioni assolutamente interscambiabili, sebbene l’agnizione
finale voglia provare il contrario. L’oscillare tra i due filoni
dell’intreccio, in maniera spesso casuale, accentuano
enormemente il disagio metabolizzativo, poiché, a
parte i trip numerologici, rimane ben poco su
cui “riflettere” e sul quale impostare un’ipotetica soluzione
a questo gran casino. Privati di una necessaria focalizzazione
aspettiamo inerti il colpo di scena finale, il quale
risulterà, come previsione, forzato nella sua banalità e disarmante per le
poche, utopiche aspettative rimaste.
Joel Schumacher,
ormai vittima sacrificale, si presta disgraziatamente a salvare questo delirio
verbale provando inutilmente a dare un’atmosfera al film, ma appare
chiaro fin da subito che non ci troviamo di fronte ad un regista in grado di
far nascere “dei fiori dalla merda”, e a
dire il vero, con una sceneggiatura simile sottomano e un team di Produzione
che ti soffia continuamente alito puzzolente sul collo, forse nemmeno un auteur di più grande risonanza
sarebbe riuscito a fare di più. Molto spicciolo (l’impressione è che,
arrendendosi in partenza, abbia preferito non prendersi neanche sul serio), la
sua messa in scena si butta a testa bassa nella realizzazione
dell’universo della detective story, probabilmente per dare un carattere
distintivo alla visione, mostrandoci un’estetica che è sottoprodotto Milleriano con toni kitchamente
rarefatti e staticamente congelati sui primi piani di Carrey, che trascendono ogni
volontà virile e cult.
(04/05/07)