50 ANNI (?) di NOUVELLE VAGUE (?) – 3° PARTE

A cura di Sandro Lozzi

LA LINEA CRITICA

La tavola di Labarthe

Per quanto sia fuori discussione che ognuno dei cineasti facenti parte di quel corpus di nomi e titoli, raggruppati (come abbiamo visto nell’articolo pubblicato in due parti, tra il 23 e il 29 gennaio, su queste stesse virtual-pagine) sotto il nome di Nouvelle Vague, abbia sviluppato e portato avanti il proprio percorso artistico in maniera del tutto personale, resta altresì vero il fatto che tutti i registi del movimento di rinnovamento generazionale hanno mosso i primi passi dietro la macchina da presa non solo quasi contemporaneamente, ma partendo da alcune, forti, premesse critiche comuni.
Facciamo dunque un passo indietro nella cronologia, e cerchiamo di inquadrare meglio il processo di concepimento e genesi di quel movimento generazionale che dai piccoli cineclub francesi degli anni Cinquanta ha finito (anzi, non ha finito affatto) con l’influenzare tutti i sistemi produttivi cinematografici del globo, e tutti – o quasi – i cineasti a venire, non solo francesi.

Per avere un buon punto di partenza ci è utile, come fa del resto anche Michel Marie in La Nouvelle Vague (Parigi, 1997; ediz. italiana Lindau, Torino, 1998), muoverci dalla Tavola dei punti di riferimento offerta da André S. Labarthe nel suo Essai sur le jeune cinéma français.

Tavola dei punti di riferimento

1948 - Alexandre Astruc: La caméra-stylo (“Ècran français”, n.144).
1949 - Nascita di “Objectif 49”.
- Primo Festival du film maudit di Biarritz.
1950 - André Bazin: Orson Welles.
1951 - Primo numero dei “Cahiers du cinéma”.
1952 - La tenda scarlatta (Le rideau cramoisi, di Alexandre Astruc).
1954 - Inizio delle posizioni critiche del gruppo dei “Cahiers du cinéma” e di François Truffaut su “Arts”.
- “Cahiers du cinéma”, n.31: F. Truffaut: Una certa tendenza del cinema francese.
- J. Rivette: L’age des metteurs en scène.
- A. Bazin: Cinémascope, fin du montage.
1955 - Produzione indipendente: La pointe courte, di Agnès Varda.
1956 - Influenza del cinema americano: Piace a troppi, di Roger Vadim.
1957 - “Cahiers du cinéma” n.70: De la politique des auteurs (André Bazin).
- “Cahiers du cinéma” n.71: Six personnages en quete d’auteurs (Bazin, Doniol-Valcroze, Leenhardt, Rivette, Rohmer).
1958-59 - Nascita della Nouvelle Vague.

Riepilogo delle influenze:
- Neorealismo;
- Film documentario;
- Cinema americano;
- Televisione.

I “Cahiers cinéma”, rivista cinefila

Seppure forse non completamente esaustiva, la tavola di Labarthe offre comunque quelli che sono i riferimenti principali di cui tenere conto in un discorso più o meno specifico sulla genealogia della Nouvelle Vague. Primi fra tutti, una serie di articoli critici apparsi sulle pagine di diverse riviste più o meno specializzate, tra cui la più importante (e la più citata) è evidentemente quella nata nel 1951 sotto la direzione di Andrè Bazin, i “Cahiers du cinéma”.
I Cahiers nascono fondamentalmente dalla confluenza dei membri di due cineclub: uno di stampo piuttosto dilettantesco, quello del Quartiere Latino, che pubblicava un bollettino, “La Gazette du cinéma”, su cui scrivevano tra gli altri Rohmer, Godard e Rivette; l’altro più professionale, fondato alla fine del 1948 da ex collaboratori della “Revue du cinéma” (Doniol-Valcroze, Kast, Bazin, Astruc, Dabat, ecc.), sotto il patrocinio di Jean Cocteau, Robert Bresson e René Clément: è il cineclub Objectif 49. È proprio il principale animatore di Objectif 49, Doniol-Valcroze, ad avere l’idea di continuare la Revue dopo la morte del direttore Auriol; non potendo ottenere lo stesso titolo, sceglie il nome “Cahiers du cinéma”, ed è proprio al Festival del film maledetto di Biarritz (organizzato dallo stesso Objectif 49) che i membri dei due cineclub, alcuni dei quali già si conoscevano avendo collaborato alle medesime riviste (Rohmer aveva scritto spesso per la “Revue”), hanno una prima occasione concreta d’incontro, cui partecipa anche il giovane Truffaut, che aveva accesso ai dibattiti di Objectif 49 in quanto amico di Bazin. Di lì a pochissimi anni, la fondazione dei Cahiers, e l’ingresso nel loro staff del côté Gazette, come spiega Rohmer intervistato da Jean Narboni ne Il gusto della bellezza (Parigi, 1984; ediz. italiana Pratiche, Parma, 1991).
Il tratto distintivo della rivista , quello che accomuna tutti i suoi collaboratori, è che si tratta di cinefili prima ancora che di professionisti. I giovani critici conoscono il cinema, la sua storia, i film, gli autori, l’etica e l’estetica della pellicola in movimento, hanno un sistema di giudizi basato sulla cultura (cinematografica e non solo) e sulla morale, e non hanno remore a dire quello che gli passa per la testa. Ne consegue una serie mai finita di attacchi e provocazioni contro il sistema cinematografico dominante francese, una vera e propria rivoluzione della critica (prima ancora di quella estetica, del modo di fare e produrre i film), che influenzerà da allora in poi l’approccio di chiunque abbia voglia di ragionare sulla settima arte.

Colpisce più la penna che la spada

Diamo dunque uno sguardo più da vicino ai più importanti di quegli articoli che nel corso degli anni Cinquanta, in particolare sulle pagine dei “Cahiers du cinema” e di “Arts”, hanno costituito il corpo dottrinale su cui si fonda la scuola Nouvelle Vague, se è vero – come tenta di dimostrare Michel Marie nel suo testo – che di scuola si può parlare.

1. L’assunto di Astruc: Naissance d’une nouvelle avant-garde: la camera-stylo
Fa bene Labarthe a mettere alla base di tutto il saggio-manifesto di Alexandre Astruc. Primo vero articolo critico rivoluzionario, in esso Astruc definisce il cinema in modo strettamente formale (addirittura come un teorema), e non fa riferimento alla trama e ai contenuti formali, come invece usava fare la critica del tempo.
Camera-stylo: macchina da presa-penna, dunque. Perché il regista, l’autore, non solo dovrebbe scriversi da sé la sceneggiatura (meglio ancora sarebbe che non ci fossero più sceneggiatori,poiché “dans un tel cinéma cette distinction de l’auteur et du réalisateur n’a plus aucun sens”), ma dovrebbe avere la medesima libertà creativa di cui gode lo scrittore, il letterato.
Dopo essere stato mero spettacolo di intrattenimento, per Astruc il cinema sta finalmente diventando un linguaggio, “vale a dire una forma in cui e per cui un artista può esprimere il proprio pensiero, per quanto astratto sia, o tradurre le proprie ossessioni, esattamente come avviene oggi con il saggio o il romanzo”.
Forza un po’ il discorso, Astruc, quando cerca di fare il punto sullo statuto del cinema, parlando di “tirannia del visivo” riguardo al cinema muto e di teatro filmato riguardo a quello sonoro, ma la sua arringa sulla figura dell’autore (che sarà poi sviluppata a fondo da Truffaut e compagni) è il nodo centrale di tutto l’apparato critico che porterà all’esplosione delle teorie della Nouvelle Vague.

2. La requisitoria di Truffaut: Une certaine tendance du cinéma français
Dopo i primi 30 numeri di rodaggio, al terzo anno di vita la vera linea teorico-critica dei “Cahiers” esce allo scoperto con la pubblicazione del pamphlet di François Truffaut “Una certa tendenza del cinema francese”, tra le remore della direzione (Bazin e Doniol-Valcroze) che prende le distanze dalla posizione polemica di Truffaut e dei “giovani turchi” (nomignolo affibbiato al gruppo dallo stesso Bazin) pur accettando volentieri di appoggiare editorialmente la loro linea spregiudicata. Del resto sia Bazin che Doniol-Valcroze erano cristiani di sinistra, e Pierre Kast era piuttosto impegnato politicamente a sinistra; inoltre i direttori stimavano molto René Clément (uno dei padrini di Objectif 49) e Claude Autant-Lara, due dei registi maggiormente presi di mira dall’attacco di Truffaut, i cui toni da fascismo intellettuale stridevano contro la tendenza politica della direzione (senza comunque che questo creasse problemi interni, come abbiamo già detto), e furono determinanti per le critiche che a loro volta i giovani turchi subirono dall’opposizione (in particolare dalla sponda “Positif”) sia per le loro opere editoriali che, in seguito, per quelle filmiche.
Truffaut nel lungo articolo si scaglia irruentemente contro quello che dalla seconda guerra mondiale in poi viene generalmente chiamato il cinema francese della “tradizione di qualità”, non tanto in quanto cinema delle grosse produzioni (“Si è sempre creduto che quelli della Nouvelle Vague fossero film a basso costo contro film costosi. Non è affatto così. Erano semplicemente bei film, a prescindere da quali fossero, contro film brutti”, ha dichiarato una volta Godard) quanto piuttosto come una cerchia di cineasti e di dieci-dodici film all’anno che difendono (ignobilmente, per Truffaut e compagni) il nome del cinema francese in patria e all’estero. Per Truffaut, questo cinema che si autoproclama di qualità non fa altro che replicare da anni sé stesso e i suoi schemi fissi, realizzando prodotti che somigliano a quelli americani (più che altro per il metodo di produzione), ma senza l'inventiva dei migliori registi hollywoodiani. Viene fuori ogni anno una gran quantità di film standard, in cui sempre i soliti tre o quattro sceneggiatori scrivono film per i soliti quattro o cinque registi, coloro che sono riusciti ad occupare i posti centrali nell'industria cinematografica francese. Il giovane critico punta il dito contro alcuni registi – Autant-Lara, Delannoy, Clément, Allégret, Pagliero – e, con ancora più veemenza, contro gli sceneggiatori, veri dominatori dell’apparato cinematografico francese: Jean Aurenche e Pierre Bost, e con essi i loro colleghi, sono per Truffaut dei letterati, che disprezzano il cinema non facendo altro che raggirare produttori e pubblico grazie alla “scienza delle sfumature” con la quale sceneggiano e, in particolare, adattano testi letterari per il grande schermo.
In un capitolo del saggio, Truffaut propone un parallelo tra la versione di Aurenche e Bost del Diario di un curato di campagna, che non sarà approvata dallo stesso Bernanos, autore del romanzo, e la versione dello stesso romanzo sceneggiata da un giovane cineasta di nessun successo, Robert Bresson, che realizza il film nel 1951. La versione concepita da Aurenche e Bost, come da standard del cinema di qualità, conteneva continui tentativi di rendere cinematografico un testo attraverso delle varianti, cioè creando nuove scene al posto di quelle intraducibili in immagini. Bresson invece sceglie la strada opposta: dichiara apertamente la matrice letteraria del film, fa il film come è scritto nel romanzo, attraverso continui riferimenti all'atto di scrivere (prime fra tutti, ovviamente, le stesse pagine del diario, scritte davanti alla macchina da presa). Bresson soprassiede là dove non si può trasporre, mostra la pagina scritta, evita qualsiasi trucco, raggiungendo il massimo della de-drammatizzazione ed evitando completamente la spettacolarità. Per il giovane Truffaut, siamo di fronte ad un nuovo modo, anticonformista, di concepire il cinema.
Per Truffaut non è possibile ammirare allo stesso tempo tanto Yves Allegret che Becker, Jean Delannoy che Bresson, Claude Autant-Lara che Renoir poiché, afferma, “non posso credere alla coesistenza pacifica della tradizione di qualità e di un cinema d’autore”: è la classificazione basilare su cui si fonderà qualunque teoria sul cinema di lì a seguire. Gli autori, per Truffaut, sono qui descritti (non si parla ancora di Politica degli autori) come un pugno di uomini che sarebbero incapaci di concepire personaggi abietti (come quelli mostrati nei film di sceneggiatura) e la cui visione del mondo non è meno valida di quella di Aurenche e Bost. “Si tratta di Jean Renoir, Robert Bresson, Jéan Cocteau, Jacques Becker, Abel Gance, Max Ophuls, Jacques Tati, Roger Leenhardt; sono cineasti francesi ed il fatto è – coincidenza curiosa – che sono autori che scrivono spesso i loro dialoghi ed alcuni inventano le storie che mettono in scena”.

3. È ufficiale!: Alì Babà e la “Politica degli autori”
Mi sono qui concesso un titolo un po’ scherzoso: la recensione di Truffaut al film Alì Babà di Jacques Becker (“Cahiers du cinéma” n.44, 1955) è considerata come manifesto della Politica degli autori, ma in realtà rappresenta solo la prima occasione in cui questa politica è esposta e nominata ufficialmente. Non a caso Truffaut, parlando del film di Becker, ammette che “Anche se Alì Babà fosse mal riuscito, lo avrei difeso ugualmente in virtù della politica degli autori, che i miei consimili nella critica e io stesso pratichiamo”: dunque si tratta di un qualcosa di già esistente e abbondantemente affermato, come del resto si capisce spulciando altri articoli precedenti a quello di Truffaut, come ad esempio Su tre film e una certa scuola di Eric Rohmer (1953), Quando un uomo… di Alexandre Astruc (1954) o Amare Fritz Lang dello stesso Truffaut (1954).
La politica degli autori è riassumibile in una serie di punti tutti facilmente estrapolabili dalla recensione ad Alì Babà:
1) l’unico autore del film è il regista (metteur-en-scène), lo sceneggiatore si limita a fornire la materia prima, l’autore dev’essere l’istanza centrale della produzione del film e tutti devono fare riferimento a lui;
2) “non esistono opere, esistono solo autori”. Con questa citazione di Giraudoux, Truffaut dichiara che ci sono autori e registi non-autori, e anche un film apparentemente sbagliato di un autore sarà sempre più interessante di un film apparentemente riuscito di un regista;
3) solo la messa in scena, vista come mezzo di espressione dell’autore, è tenuta in conto nella valutazione di un film;
4) una sceneggiatura disastrosa (“triturata da dieci o dodici persone, dieci o dodici persone di troppo rispetto a Becker”) non inficia il valore di un film d’autore.
Come afferma Bazin (nell’articolo Come si può essere “hitchcocko-hawksiani”?), se i giovani turchi tengono in tale considerazione la messa in scena, “è perché vi scorgono in larga misura la materia stessa del film, un’organizzazione di esseri e di cose che ha di per sé stessa il proprio senso, intendo sia morale che estetico… Ogni tecnica rimanda a una metafisica”.
Nel 1953 escono due importanti film europei, Viaggio in Italia di Roberto Rossellini e Monica e il desiderio di Ingmar Bergman: due culture e due generazioni diverse, forse contrapposte, così come contrapposte sono le situazioni descritte nei due film. Nessun punto di contatto tra i due film, dunque, e nessun successo per nessuno dei due, se non fosse per i critici dei Cahiers. Viaggio in Italia viene stroncato dalla critica tradizionale, e i critici ironizzano su Rossellini. Bergman, dal canto suo, è uno dei tanti giovani, e nessuno si accorgerebbe di lui se non fosse per i Cahiers e per l'esaltazione fatta sulle pagine della rivista, dove Godard, in un articolo intitolato Bergman-o-rama, parla di una forma totalmente nuova per il cinema. Non sono solo Rossellini e Bergman ad essere scoperti (o ri-scoperti) dai giovani critici dei Cahiers, ma tutta una serie di personaggi che riescono a seguire la strada della camera-stylo, proponendo uno stile personale, senza schemi standard, film non chiusi, ma che siano pure e semplici emanazioni di cosa pensa il regista, delle idee che ha il diritto di proporre.
Truffaut viene accusato di essere un esterofilo schierato contro il cinema francese, ma Truffaut non ha assolutamente nulla contro il cinema francese, anzi si impegna (insieme ai colleghi dei Cahiers) nell'esaltazione di una serie di figure finora ingiustamente sottovalutate o addirittura non considerate (Jean Vigo, Jean Renoir, René Clair,...), e di cineasti ancora non conosciuti, rimasti fino a quel momento ai margini dell'industria cinematografica francese, Max Ophuls e Jacques Tati su tutti.
Truffaut e compagni difendono con forza Hitchcock, Hawks, Fritz Lang, Rossellini, Renoir, Abel Gance dai critici che li accusano di rimbambimento senile riguardo alle loro ultime opere e snobbano molti di questi considerandoli parti di un ingranaggio di intrattenimento come Hollywood; Alfred Hitchcock e Howard Hawks (e con loro molti altri registi hollywoodiani, soprattutto europei emigrati) sono considerabili a tutti gli effetti autori dei loro film, a livello degli altri, anche se non scrivono i soggetti o le sceneggiature, non montano, non recitano, non realizzano la colonna sonora, e così via. La base su cui i giovani turchi impostano il proprio discorso è lo stile. Stile inteso non nel senso di una serie di espedienti linguistici, ma come un modo di fare cinema che rispecchi sé stessi. Tutti i film di Hitchcock parlano di lui, delle sue ossessioni, delle sue manie, delle sue idee; Hitchcock è un cineasta capace di fare film frammentati in più di 1300 inquadrature (Uccelli) o in un unico piano sequenza (Nodo alla gola), film a colori o in bianco e nero, di variare tutti gli stili e le maniere, ma in un modo o nell'altro vengono affrontate e messe in forma (cinematografica) una serie di ossessioni che costituiscono la sua visione del mondo e il suo modo di pensarsi come artista (e quindi anche il suo modo di esserlo, artista).
La politique è dunque un partito preso del cinema d'autore che ruota intorno a un perno, il primato della messa in scena, che pone sullo stesso piano registi come Hitchcock e Hawks, che scelgono uno tra i romanzi acquistati dalla casa di produzione, lo fanno trasporre, dirigono il film nei limiti di budget e secondo gli schemi produttivi per poi affidarlo a un montatore, e personalità artistiche come Bergman, Antonioni, Bresson, Tati ed altri, che ricevono una cifra (spesso piuttosto ridotta) e si occupano di tutto il processo produttivo e realizzativo.

FINE 3° PARTE                                              

(19/03/06)

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