NON APRITE QUELLA PORTA: L’INIZIO

REGIA: Jonathan Liebesman
SCENEGGIATURA: Sheldon Turner, David J. Schow
CAST: R. Lee Hermey, Jordana Brewster, Diora Baird, Taylor handley
ANNO: 2006


A cura di Alessandro Tavola

TEMA – TITOLO – SVOLGIMENTO – 10 E LODE

Remake di seguiti, seguiti di remake; horror tratti da fatti realmente accaduti, fatti realmente accaduti tratti da horror, rifacimenti di film che prendono spunto però da altri film ancora, a loro volta diretti dai procreatori di qualcos’altro, seguiti di prequel, spin off di colonne di giornale, galline sgozzate e omonimie, brunch di nomenclature, registi che rifanno loro stessi, ipertesti che si sciolgono tra l’autoriale e il nominale: un casino. E dire che The texas chainsaw massacre: the beginning è il seguito di un remake di un horror basato su fatti realmente accaduti quasi suona rischioso; è meglio non porsi neppure il problema. Dimenticare la burocrazia e vedere che succede con questa new generation orrorifica, che arriva dai videoclip/dagli spot/dal nulla ma sempre e comunque da quella golden age splatter 70s/80s, di cui adesso, a prolificazione ultimata, tra alti e bassi, trova autentico riscontro incontaminato in questo nuovo cine(a)mare, aromaterapia quasi totalmente dedicata al momento della (ri)visione.
Leggiamo e ricordiamo – titoli di testa in cui compaiono i nomi di Tobe Hooper e Michael Bay, chiedendoci quale dei due possa essere indice di qualità e quale di sciatteria, rammentando il senso visivo del secondo e il vivere di rendita da più di trent’anni del primo, padrone di un patriarcato che più che mai oggi suona come artificioso, e quindi quasi senza dubbi su chi sia il fantoccio, anyway con una partenza ottimale tra una cicciona che partorisce quel che sarà Leatherface e credits almodovarianamente ammiccanti, dove su “Montaggio” vediamo un coltello e su “Fotografia” il gioco di ombre si accentua, nell’oscuro sagomare di lame e uncini, nel sangue e nella carne celati fuori luce, nel sabbioso e umido intraprendere dell’atmosfera che diventa realtà sul “Diretto da”.
Mentre trovo doveroso soffermarmi sui titoli di testa, che oggigiorno sembrano ancora vivi ma già sepolti, sempre più rari, bassiana arte tristemente messa da parte da quest’assurda inclinazione imposta dai doveri distributivi (e troppo poco spesso, e si vede, da scelte registiche), triste indice di decadimento dell’astrattismo e troppo (immotivatamente? O è solo per non far entrare la gente in ritardo?) codificante, di font ormai annientati nell’animo messi alla fine del film, denaturalizzati in semplicità, in ritmo funereo, costretti in uno sgabuzzino troppo stretto per un cheek-to-cheek coi titoli di coda. Ma tant’è.

1969 e fantasmi post-Vietnam ben reincasellati, bifolchi rappresi nel loro cristianesimo, il deserto statunitense, l’isolamento, il caldo, lo sporco, i freaks, i situazionismi sessuali da teen movie.
Lo stralcio/plot-fotocopia c’è accademicamente tutto, non come clichè ma come ritorno all’originale in questo caso, con in più tutte le contorsioni d’oggi e gli “immancabili” che paiono essere parte dei form preimpostati dei file degli sceneggiatori. E la regia è qui, immancabilmente, tutto: ognuno di questi elementi trova un suo giusto equilibrio nell’asse temporale, nel crescere imperterrito della visibilità della sofferenza, in realtà sempre forte a livello oggettuale, graduale e quasi senza sbavature, in un risalire perfettamente dritto e a 45 gradi, secondo il quale un primo colpo di fucile può rimanere lontano, quasi celato dal panorama, mentre nel finale ogni taglio e microtaglio – di motosega (e ci mancherebbe altro…), di coltello - hanno la loro collocazione, cruda, diretta, dolorosa, emoglobinamente, giustamente. Oscuro inscenare in cui il sangue non è mai rosso e anche i pallori appaiono d’un giallo deserto e tutto è beige o nero pece, seguendo il più tipico (alla lunga) quasi fastidioso clichè sabbioso, ma personale nel feticcio d’armi bianche e soprattutto di carne, carne umana in tutte le sue forme e applicazioni sia crepuscolarmente cinematografiche sia vorticosamente univoche verso una nuova l’impersonalità del tessuto stesso, della perdita di significato dell’organico mercificato, abusato, viziato, dall’obesità ironicamente rimarcata al cannibalismo da tavola alle forme esagerate della protagonista bionda (perfette per i pruriti preadolescenziali e non solo), inno di spreco e di abbondanza, abbondanza esagerata e cieca, che, nel prettamente visivo, trova fuga in (spel(l))lamenti, cute strappata in indugi sadici, che sarà proprio nuovo volto Leatherface, nuovo aspetto necessariamente rubato,improprio, costretto, maschera di sofferenza diventata delirio sadico che sarà poi nel precedente film, non ultimo rimando da saga ben realizzato, dove motore è ancora, e di più, R. Lee Hermey quasi assoluto protagonista presenzial-verboso, accattivante e sudicio di nera esasperata demenzialità gore, che prepondera sopra le righe, in esagerazioni grottesche che troppe volte sforano nello sbraitare ipernervoso e malato che s’accumula quasi (negativamente) teatrale e baraccoso, sempre alto, buon contraccolpo all’ascesi visivo-sanguinolenta che però sovente si slega troppo dalla sua stessa dimensione, goccia traboccante, che rovescia in staticità da cartoon Hannah & Barbera, quasi assuefatta e a se stante rispetto a ciò che è il resto, facendosi testo fumettistico ridanciano ma non inquietante, a causa del quale The beginning si fa incautamente doppio, di dolce e di amaro mescolati in maniera rocambolesca, che non riesce a far convivere a pieno e in armonia queste due nature, con le quali, nel momento in cui devono apparire assieme sulla scena, tutto si fa pasticcio discontinuo, altalena distraente dall’una e dall’altra, disordine di battutario di Hermey, di gore feticista, di una camera a mano troppo succube dell’inquietudine movimentata che (in questi anni) la contraddistingue, che, come in tanti altri casi, non riesce a essere dominatrice del casino scenico che vuole catturare, finendo col rimanerci immischiata, nelle corse veloci così come nel semplice inquadrare che finisce col risultare insicuro, ferita realizzativa (inconsapevole?) che cerca punti di sutura nel montaggio, e li trova, ma finiscono con l’essere troppi.

È un bilancino a due piatti sporco di sangue scuro Non aprite quella porta: l’inizio, estàsi e mal di testa, di pregi e di difetti, ma comunque di energetica unicità che lo slega dalla massa bassa degli horror americani del 2000, ne fa compito in classe che va oltre le consegne e lo appoggia, comodamente e senza alcun problema di giudizio, alla porta di quelli buoni, le case di diavoli e corpi, di colline che vedono e di enigmisti che giocano.

(11/12/06)

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