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(IN CERCA DELLA) NEW HOLLYWOOD – 4° E ULTIMA(?) PARTE
VERSO IL NEO-CLASSICISMO: “FINE” DELLA NUOVA HOLLYWOOD

A cura di Pierre Hombrebueno

New Hollywood, con tutti i suoi flussi, come vittoria artistica ma anche economica.
Dicevamo, nell’articolo precedente, di Midnight Cowboy di Schlesinger, che arriva addirittura a vincere l’Oscar come Miglior Film, un evento sicuramente impensabile fino a pochi anni prima, in quanto sappiamo bene quanto l’Academy sia attaccata ad un’idea di poetica classicista, non solo messainscenicamente, ma anche e soprattutto tematicamente. Se consideriamo poi, che l’opera in questione era addirittura vietata ai minori, allora possiamo arrivare all’affermazione assoluta di questa vittoria come totale accettazione della strada che l’industria americana stava imboccando: la novità, “certain tendency”, non solo non passa inosservata, ma addirittura viene glorificata al suo massimo.
Tutto ciò, anticipato già dalla vittoria nel 67’ come miglior regista di Mike Nichols per Il Laureato, non fu che l’inizio e il tassello mancante di un periodo d’oro per la neo-generazione di cineasti: Il braccio violento della legge, Il Padrino, La Stangata, Il Padrino – Parte 2°, Io e Annie, Il Cacciatore – solo per citarne alcuni - insieme ai corrispettivi creatori Friedkin/ Roy Hill/ Coppola/ Allen/ Cimino – fra gl’alfieri più celebri della New Hollywood, arrivano tutti a vincere l’ambita statuetta, inserendosi immediatamente nel nuovo olimpo internazionale per la portata (prima mediatica più che artistica) del riconoscimento attribuito.
Nonostante i temi cupi, la violenza, l’auto-distruzione – e la depressione che attraversavano la coralità cinematografica del passaggio, la Fabbrica dei sogni (ormai diventata fabbrica di incubi fattosi reali) stava passando il suo miglior decennio: I registi erano riusciti a guadagnare il posto tanto ambito di auteur – abbracciando una libertà che i loro predecessori raramente hanno conosciuto, i producers ridevano beati dall’alto della loro posizione, scaricandosi una grossa fetta di responsabilità per poi essere compensati da un ritorno economico quasi sempre favorevole, e gli spettatori (prevalentemente youth) avevano prodotti confezionati su misura, un loro riflesso sociologico e finalmente aggiornato ai tempi delle loro esperienze del momento.
Un altro guild sicuramente beneficiato dal momento è quello dei giovani attori, portati in sella dai neo-cavalieri dell’apocalisse in questa creazione di nuovi volti – icone – miti della nuova bandiera in formazione; non era più il tempo dei visi rassicuranti, dei Cary Grant o dei James Stewart, bensì di un’estetica impassibilmente borderline, sorta di mix fra James Cagney, l’aureola noir di  Humphrey Bogart, e ovviamente, la dannazione di James Dean. Ecco dunque, dalla parte maschile, Robert De Niro, Jack Nicholson, Al Pacino, Dustin Hoffman, Gene Hackman – e da quella femminile, Diane Keaton, Meryl Streep, Faye Dunaway, Jane Fonda – irrimediabilmente ed immediatamente coniati “mostri di recitazione” e valorizzati da ruoli imponenti e decisivamente cariche di evocazioni capaci di risaltarne le caratteristiche in totalità metodologica Stanislavsky.

Tutto questo negl’anni 70’, una sorta di decennio isolato creante una specie di isola felice, che però, col finire del decennio, arriverà già al suo (troppo anticipato) decesso, complice una serie di avvenimenti che poco per volta ci faranno culminare verso la “fine della New Hollywood”. In primis, proprio il successo commerciale dei lavori proposti, che porta alcuni autori - Steven Spielberg e George Lucas a fare da aprifila – alla creazione di massicci blockbuster.
Da una parte va riconosciuta la genialata di questo modus operandi, ovvero il tentativo di unire il tocco imprescindibile della propria autorialità con il favore di più persone possibili, non solo i giovani (aka il pubblico privilegiato di allora), ma anche le intere famiglie, creando così qualcosa di contemporaneamente “personale” ma anche “commerciale” ed “universale”. Dunque un ritorno a tematiche meno cupe (si pensi a Incontri ravvicinati del terzo tipo), fino alla creazione di veri e propri prodotti di massa dalle potenzialità mediatiche che andranno ben oltre a quella prettamente “cinematografiche”, come l’universo di Guerre Stellari. Ma proprio il successo commerciale di questi prodotti da un lato, e quello del grossissimo budget richiesto nella loro realizzazione dall’altro, hanno ri-condotto i producers (gl’agenti economici dell’industria) a ri-mettere il proprio naso nei progetti dei propri registi. Nonostante le libertà acquisite precedentemente, a Hollywood continuava silenziosamente a vigere la regola del “più soldi ci sono in ballo, e più un singolo (in questo caso, il cineasta) ha meno poteri decisionali”.
Comunque, grazie all’accoglienza più che superlativa per i loro film, sia Spielberg che Lucas riescono a mantenere salde le proprie posizioni di demiurgo, ma pochi anni più tardi, col super fallimento ai botteghini de I Cancelli del cielo, kolossal costosissimo di Michael Cimino, s’accende la miccia definitiva della causa occasionale, compromettendo la lavorazione della nuova generazione: Siamo all’inizio degl’anni 80’, e ritorna nell’aria non solo quella sfiducia nella Director System, ma anche quel recupero di temi e metodi del classico, complice anche il tamponamento delle agitazioni sociali, presumibilmente calmate. Passato l’uragano degl’anni precedenti, il circuito stati-unitense cominciava a riprendere gli elementi scartati durante gl’anni di lotta, cercando di ri-costruirsi i precedenti valori dopo la tempesta.
La libertà assaporata dagl’autori per la rinnovazione del Cinema Americano pian piano si tramuta in un ricordo lontano: il taglio finale alla propria opera ritorna nuovamente in mano ai producers, che dunque si porgono, come già nello Studio System, al vertice di tutto il lavoro creativo, ri-aprendo dunque l’eterno combattimento con la figura del regista.
Nel 1980, Ordinary people di Robert Redford è incoronato Miglior Film agli Oscar, con una vittoria simbolica che prima ancora di essere un riconoscimento personale a Redford, è innanzitutto un ridare il benvenuto alle vecchie strade battute, ad un recupero del classicismo inscatolato negl’anni bollenti dei 70’: L’era del dominio New Hollywoodiano era ufficialmente arrivata alla fine.

Ovviamente però, come tutte le grandi movimentazioni e rinnovazioni, anche la New Hollywood è destinata a lasciare segni indelebili nella Storia del Cinema (non solo) Americano, sparpagliando tracce e stili che si ritroveranno a convivere con il neo-classicismo emergente, rappresentato proprio da cineasti come Redford.
Tutto questo, fino ad arrivare ai nostri giorni, decenni dopo (si pensi al recente Munich di Spielberg, una vera crociata di recupero messainscenico anni 70’), come ormai incessante lotta tra due idee di Cinema, classicismo e modernismo, Clint Eastwood e Martin Scorsese.

FINE 4° E ULTIMA(?) PARTE

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(24/03/07)

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