
(IN CERCA DELLA) NEW HOLLYWOOD – 3° PARTE
DI GENERI _ DI VECCHI E NUOVI (ANTI)EROI
A cura di Pierre Hombrebueno
A
differenza di quanto spesso si dice erroneamente, i registi della New Hollywood
non rifiutarono affatto l’allineamento filmografico ai generi
dell’epoca classica, anzi, contrariamente, più volte i generi sono stati
usati consapevolmente proprio come armi della propria poetica, in una nuova
elaborazione (o semplicemente: aggiornamento) di ciò che già era prefigurato in
precedenza, come una sorta di mescolanza, di vero punto d’incontro fra il
classico e il moderno, con queste situazioni e personaggi famigliari all’immaginario
cinematografico americano ma revisionati sotto un nuovo occhio ed espresse con
i nuovi abiti dell’esigenza sociale rinnovata.
Palesemente, film come Gangster Story
di Penn o Il Padrino di Coppola
riprendono esattamente lo stesso genere che fece la fortuna dei vecchi Scarface o Enemy of the state, il Cinema gangster già in voga negl’anni
30’ e 40’. Possiamo affermare che questo ritornare ad un genere
(con tutti i suoi topoi predisposti, dalle sparatorie alle lotte fra i vari
clan) è però stato usato dalla nuova generazione come medium riflessivo e
sociologico, in piena brezza del rinomato spirito americano che
s’affacciava negl’anni 60’, rimettendosi gli stessi costumi
abituali ma dagl’accenti emotivi più marcati e psicologicamente più
aperti (ambigui) e vicini al mondo (extra-telario) che avrebbe affrontato.
La celebre coppia di banditi del film di Penn
diventa quindi la bandiera di una romantica indipendenza libertina, riflesso
della nuova gioventù perennemente in lotta e in ribellione, come
un’ondata di Sex Pistolsiani che pur essendo dei gangster (i cattivi del
classico), diventano invece emblemi di (anti)eroismo, dei modelli con cui il
nuovo pubblico di giovanissimi amava rispecchiarsi.
Altro caposaldo della rivisitazione di genere, che stavolta colpisce e dilaga
doppiamente rileggendone non uno ma ben due tipologie (il Musical e soprattutto
il film Religioso), è invece Jesus Christ
Superstar di Norman Jewison, che trasporta la storia di Gesù
Cristo e dei suoi discepoli in un deserto ricoperto di hippy fricchettoni o
rockettari qualsivoglia: lo scandalo è segnato, ma il pubblico applaude.
L’idea che un personaggio come Gesù Cristo possa essere raffigurato come
un cantante cappellone fra i suoi seguaci/fans che sembrano provenire
direttamente da Woodstock, marca prettamente il confine: i tabù e le moralità
perbeniste dovevano essere infrante – il Cinema doveva e poteva
permettersi anche questo. Tramite Jesus
Christ Superstar, che non ha mancato di suscitare le più ovvie polemiche,
possiamo capire il salto mentale che il Cinema e il suo pubblico stava
attraversando appieno, non solo nel suo essere irrimediabilmente specchio delle
nuove tendenze in voga fra i giovani (dal rock ai figli dei fiori), ma anche di
come uno sta(tu)to stesse venendo disintegrato e messo sotto nuova luce
moderna.
Probabilmente però, nessun genere è stato sezionato più al tavolo
dell’americanismo per eccellenza: il Western. La New Hollywood ne ha
apertamente sfidate le vecchie convenzioni di genere, dal mito della frontiera
all’eroismo del pistolero, così come il confronto tra i cowboy e gli
indiani.
La frontiera, che nel mondo classico era la terra delle opportunità e delle
speranze per il futuro, si tramuta nel nuovo Cinema in uno scenario di
desolazione, una rappresentazione dei propri limiti, della propria alienazione
solamente accennata da Ford.
A volte lo spazio è stato addirittura cambiato, prefigurando la figura del
Cowboy nella caotica metropoli, come dimostra quel capolavoro che è Un uomo da marciapiede di Schlesinger, probabilmente il film
dissacratorio del Western per eccellenza, non solo per la (non poi così) celata
omosessualità dei suoi protagonisti, ma anche per la loro debolezza: il mito
del pistolero americano non poteva più trovare posto nel nuovo Cinema e Società
americana, e tutti i valori patriottici del western sono stati tramutati in un
riflesso tutt’altro che ideologico, addirittura nichilistico talvolta.
Tutto questo, con la massima approvazione del pubblico e dell’industria,
tantochè il film arriverà a vincere la statuetta come Best Picture
agl’Oscar, entrando nella sua Storia come unica opera vietata ai minori
mai premiata.
Il mood generale, che sia di genere o meno, era ormai chiaro, e il revisionismo
era prettamente pulsante: il simbolo dell’americano, colui al quale si
specchiava il suo Cinema, era quasi sempre tutt’altro che positivo e
ricoperto di onori e di gloria. La nuova parola chiave diventa
“Alienazione”, il disagio di essere nel posto sbagliato nel momento
sbagliato. Film come Non si uccidono così
anche i cavalli (Sydney Pollack – 69’), Cinque pezzi facili (Bob Rafelson – 70’), L’ultimo spettacolo (Bogdanovich
– 71’), Nashville (Altman
– 75’), sono tutti accomunati da un personaggio (de)motivato dal
raggiungimento di uno scopo, ma se nell’epoca classica (ricordiamo Capra, per citarne uno), ad averla vinta
è l’idea di un progresso e di un sogno che si avvera, per la New
Hollywood le speranze sono spesso destinate a infrangersi, se non con
sofferenza e abbandono, perlomeno con una nera malinconia sempre persistente.
La soluzione è la fuga, lo scappare dalla società e dalle sue regole,
trasgredendo la moralità comune per (cercare) di ritrovare sé stessi; il
self-made man diventa l’ombra di una nuova depressione, consapevole dei
propri limiti e del proprio fallimento: morte del super-eroe e nascita di un
uomo che di super non ha proprio un cazzo, uno semplice come tutti
gl’altri, in bilico fra pazzia e auto-distruzione, depressione.
Ecco dunque che trova strada aperta un neo-genere che conosce in questi anni la
sua massima fioritura: il movie On the road. Ovvero, come sottolinea il suo
massimo esponente, Easy Rider di Hopper, l’essenza stessa di questo
isolamento dalla comunità, del viaggio riparatore in cerca di un senso
all’esistenza, oppure di un inseguimento della libertà perduta.
Ed in fondo, lo stesso filone dei Disaster Movies (come L’inferno di cristallo di Guillermin,
già citato in articoli precedenti), non è anch’esso soprattutto il
riflesso di una paura, di un timore, di un’ansia leggibile agl’occhi
del pubblico? Si, questo sentire l’insicurezza, camminare in bilico tra
vita e morte, distruzione e resurrezione, è diventato in quegl’anni il
nuovo occhio percettivo dell’intero sistema.
Hollywood, volente o nolente, è stato pitturato di grigio cronico. La ripresa,
il ritorno della luce e della speranza, arriverà solamente verso la fine dei
70’, quando con film come Rocky (Avildsen – 76’), e
soprattutto, il buonismo di Spielberg
(Incontri ravvicinati del terzo tipo
– 77’), il Cinema (e il pubblico) stati-unitense, sarà nuovamente
pronto a riacquistare i sogni perduti. E i losers, potranno tornare a vincere.
FINE 3° PARTE
ARTICOLI
CORRELATI:
- (IN
CERCA DELLA) NEW HOLLYWOOD – 1° PARTE
- (IN
CERCA DELLA) NEW HOLLYWOOD – 2° PARTE
(19/03/07)