(IN CERCA DELLA) NEW HOLLYWOOD – 2° PARTE

AUTHOR THEORY & FLUSSI EUROPEI

A cura di Pierre Hombrebueno

Nel precedente articolo, abbiamo voluto insistere palesemente sulla molteplice identità della Nuova Hollywood formatasi, mai perforata in una strada unica, ma diramata in direzioni abbastanza diversificate fra di loro, per non dire opposte; basti pensare ad autori come Steven Spielberg, Martin Scorsese – e Woody Allen, tutti nuovi filmakers esorditi in quegl’anni in perfetto New Hollywood style, ma tutti e tre dalla poetica assai poco assimilabile fra di loro ma ben distinte e riconoscibili. E in fondo, questo potrebbe essere esattamente un altro dei punti che lega sotto un unico tetto le diverse correnti del nuovo cinema americano: la pretesa, l’obbligo morale ed etico - di personalizzazione del proprio prodotto concepito. In una parola, “The Author theory”, meglio conosciuto come “Politique des auteurs”.
Ancora una volta, un ritorno alla Nouvelle Vague. Ancora una volta, un ritorno ad una rivoluzione sociale. Infatti, siamo proprio nel periodo in cui fra le Università a stelle e strisce compaiono per la prima volta come materie didattiche delle discipline relative al Cinema. Lo spettatore americano, aspirante regista o meno, ha la possibilità di conoscere la Storia della Settima Arte (complice, finalmente, anche la televisione). Il risultato, oltre che culturale, è mediatico: a metà anni 60’, più di 800 film stranieri, vecchi e nuovi, vengono messi in circolazione fra le sale stati-unitensi: Hollywood, più che mai, era finalmente pronto ad assorbirne le conoscenze e le prassi, in perfetta sintonia con la venuta a galla della nuova generazione, che antecedentemente al passare dietro la macchina da presa, ha la possibilità di immergersi a tempo pieno in una cultura e una conoscenza profonda della propria passione, fattore raramente coglibile prima di allora.
Personalità come Martin Scorsese, Steven Spielberg – o Woody Allen, prima ancora di essere registi, sono a tutti gli effetti dei cinefili che conoscono la Storia del Cinema, quella stessa Storia che i loro predecessori non avevano avuto modo di scavare e amare così svisceratamente.

Ma ritorniamo un momento alla Author theory, a questa totale ri-messa in scena del regista come Autore del suo film, di cui è completo demiurgo/controllore, teoria perennemente in lotta con tutto il Sistema Hollywoodiano degli Studios, ormai costretti a rivedersi per una nuova ri-formazione gerarchica nella propria organizzazione lavorativa.
Una prima guerra da vincere da parte della nuova generazione era proprio questa: cambiare le regole del sistema piramidale. Porre fine alla dittatura dei grandi Producers e ritrovare quella stessa libertà che da tempo circolava in Europa. Una Guerra che i nuovi cavalieri dell’apocalisse vincono perfettamente, complice anche il successo commerciale dei loro primi film, specchio della nuova società disillusa che corre in massa ad assaporare le opere di questi aspiranti filmakers dalla visione fresca come la loro. Il regista, a tutti gl’effetti, si tramuta in Auteur, conoscendo quelle libertà mai concesse a un Ford (a cui non era nemmeno permesso entrare in sala di montaggio!!) o a un Hawks. Il sistema organizzativo era cambiato. Ma attenzione, come già spiegato nella nostra introduzione, ciò non significa necessariamente, come sostengono in molti, “sperimentazioni nel campo formale”, ma semplicemente libertà (pur essendo una libertà che rimane ambigua, e anche questo è stato spiegato nell’introduzione al primo articolo). Le soluzioni narrative adottate dai neo-registi infatti, sono esattamente nient’altro che delle riprese più o meno evidenti dal richiamo tipicamente Europeo. Come non pensare all’ A bout de souffle di Godard? Ai suoi scavalcamenti di campo, alla sua gestione d’intreccio, ormai entrate a tutti gl’effetti come possibilità formali anche nel Cinema Americano di quegl’anni, forse addirittura in modo più estremo, con quelle zoomate repentine e un uso della macchina a mano che non sarebbero mai state possibili in epoca classica.
La rivoluzione, la modernizzazione del Godard (e di tutto il Cinema d’avanguardia o di genere europeo), aveva permesso alla cinematografia e al pubblico Americano di rinnovarsi, di estinguere, seppur in parte, le regole inviolabili della cristallizzazione classica, creando nuovi punti di vista per la propria cultura.
Come non considerare i nostri poliziotteschi italiani (e ancora prima, il Neo-Realismo) in film come Il braccio violento della legge di Friedkin o Mean Streets di Scorsese? O alla continua citazione di Bergman (implicita o esplicita) nei film di Woody Allen? Le radici del Cinema Europeo, volente o nolente, avevano messo punta alla Nuova Hollywood, tantochè in debito di riconoscenza, fra i protagonisti di Incontri ravvicinati del terzo tipo di Steven Spielberg ritroviamo nientedimenoche Francois Truffaut, ovviamente non per le sue doti come attore, ma per ciò che un critico-regista-rivoluzionario come lui ha rappresentato per la nuova scuola di cineasti americani.
Con la New Hollywood, a tutti gl’effetti, possiamo dire che il Cinema si è totalmente “globalizzato”. Ciò che prima di allora era definito l’influenzatore numero uno (il Cinema Americano nei confronti dell’Europa), era ora l’influenzato numero uno.
L’ambiguità diegetica, le recitazioni improvvisate, le sequenze apparentemente insensate all’interno dell’intreccio, tutte lezioni assorbite dal caro e buon vecchio continente, erano diventati nuovi punti di riferimento della nuova grammatica filmica di Hollywood. E questo, inevitabilmente, ha aperto nuove strade di riflessione (sociale) e di metodologia, che sbocceranno in pieno nella ri-lettura dei generi classici per eccellenza (western, gangster, musical, melò, noir) rivisitati sotto l’occhio del modernismo entrato ormai a pieno diritto fra le salette a stelle e strisce.

 

FINE 2° PARTE

 

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(12/03/07)

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