g

(IN CERCA DELLA ) NEW HOLLYWOOD

INTRO: PER UNA PRIMA (NON) DEFINIZIONE

A cura di Pierre Hombrebueno

L’incipit più essenziale, quando si comincia a parlare di un movimento/clima cinematografico, è ovviamente la sua pretta e incisa definizione.
Questo procedimento però, riferendoci alla New Hollywood, “a certain tendency of the American Cinema between the mid 60’s to the mid 70’s”’, diventa assai problematico: “What fuckin tendency?”
A dire il vero di definizioni ne abbiamo lette tante, sparpagliate per libri, siti web, o quant’altro, ma nessuna riesce a soddisfare in pieno le nostre contestazioni. Troppi stereotipi, catalogazioni così generali ma proprio per questo così inconcludenti, troppe credenze, fraintendimenti, fuorviazioni pericolose, che spesso e volentieri, riducono la New Hollywood in una semplice “assimilazione della Nouvelle Vague da parte del Cinema Americano e quindi, l’abbandono dei grandi studios, gli auto-finanziamenti, il ritorno dello spazio aperto, delle vie e dei sobborghi della realtà, il tutto con una sfrenata sperimentazione data dalla libertà ritrovata nei confronti dei sistema formali di rappresentazione”.
Non mettiamo in dubbio che la New Hollywood sia ANCHE quello. Ma il primo rischio è proprio di ridurne i modus operandi a qualcosa di così circoscritto e chiuso, quando in verità l’argomento è tanto più vasto quanto flessibile.
Si parla di “abbandono degli studios”, eppure ci basterebbe prendere film come L’Esorcista di Friedkin o La Stangata di George Roy Hill per contraddire nettamente questa affermazione, in quanto film esattamente di Major, produzioni basate sulla ricerca del successo addirittura mondiale, prima ancora che prettamente americano.
E poi, ritorno dello spazio aperto? Certo è che Martin Scorsese o Woody Allen hanno girato diversi loro film fra le strade della metropoli, eppure, stando dall’altra barricata, non bisogna nemmeno ignorare che altri autori altrettanto importanti dell’epoca come Robert Altman (I Compari), giravano prevalentemente nei teatri scenici delle case di produzione. Anzi, diremo di più: queste sperimentazioni formali tanto sbandierate certo ci sono, ma bisogna considerare anche che il successo economico dei film della New Hollywood ha creato altrettanto conformismo. Cambiano i generi ma permane anche una certa forma del clonismo sfrenato, si pensi per esempio alla lunghissima fila dei film catastrofici, da L’avventura del Poseidon (Neame) a L’inferno di cristallo (Guillermin), senza contare gli interminabili sequel che il rivisitamento di genere ha subito. Non sono, anche questi, film “New Hollywoodiani”?
Che cos’è, dunque, questo rinnovamento tanto rinomato? E perché vi si trovano così tante difficoltà per una sua definizione il più concreta possibile? Probabilmente per la sua esatta caratteristica già allineata prima: La New Hollywood è, prima di ogni altra cosa, un enorme meltin pot dove convivono esperienze contrapposte ed espedienti formali tutte diversificate fra loro in morale e logica. I “marchi” preselezionati trovano dunque facilmente un postulato che ne estingua la validità, per questa enorme quantità di corpus, di strade, nuove o vecchie che siano. E soprattutto, è un processo a lungo termine. Non esiste, come per la Nouvelle Vague (1956), un anno di nascita ufficiale della New Hollywood. Così come non esiste il primo film definito prettamente New Hollywood. Vi risiede invece un clima totale ma diramata in più strade; non è quindi un movimento compatto a tutti gl’effetti, un’avventura collettiva, ma un puzzle intrinseco di nomi, film - e ideologie, ognuno con la propria forma e procedimento.
Per un primo approccio di ricerca delle radici di questo sistema, ci conviene dunque, prima di tutto, e qui ritorniamo alla Nouvelle Vague, partire dal clima sociale. Rileggendo l’articolo del nostro Sandro Lozzi riguardo il movimento francese, ripeschiamo una prima osservazione importantissima ed essenziale anche per la New Hollywood: “Il tema dell’avvicendamento generazionale, cruciale in campo cinematografico, preesiste in modo assai evidente nel paesaggio ideologico di fine anni ’50. La Francia sta cambiando regime e volto, quindi deve anche cambiare cinema”.
Effettivamente, è facile notare che entrambe le strade hanno lo stesso nucleo portante: Se il Cinema è cambiato, se il Cinema DOVEVA cambiare, era innanzitutto per una ragione popolare, politica, sociale.
Negli States, infatti, siamo esattamente negl’anni del Vietnam, della lotta dei neri per i diritti civili - e delle manifestazioni femministe. Il Cinema, necessariamente, doveva confrontarsi con questi sviluppi esterni del mondo, riflettersici. Questo, probabilmente, potrebbe già essere un punto in comune più concreto (ed accettabile) di tutta la generazione New Hollywood: il Cinema come specchio od ombra sociale del nuovo spirito americano a cavallo fra gl’anni 60’ e 70’. Una contestazione fuori e dentro lo schermo, sia dei film prodotti da soldi indipendenti, sia dagli Studios. Il Cinema Classico e le sue radici più dirette, nella nuova concezione pubblica che si stava formando, era ormai ritenuto troppo vecchio e asciutto. Non solo perché i suoi maggiori rappresentanti ancora in attività, e parliamo di Hitchcock, Ford e Hawks, avevano già dato il massimo dei propri contributi nel decennio precedente, ma anche e soprattutto perché il pubblico e la società reclamavano nuovi tipi di immagini ed icone. Questo è anche il motivo per cui un grandissimo autore come Clint Eastwood, di stampo definitivamente classico, fu praticamente snobbato alle sue prime prove di regia, per poi essere rivalutato solamente nel decennio successivo. Perché insieme alla “crisi sociale”, consegue la crisi di tutti i canoni che quella società aveva precedentemente usufruito. Insomma, come cazzo pretendere ancora la pulizia di Hawks quando in Europa Godard stava già colpendo col suo terrorismo? Il Cinema Americano, rimasto più o meno in stasi per tutti gl’anni 50’ (tranne casi rarissimi, come John Cassavetes), doveva voltare definitivamente pagina. Affrontare un nuovo pubblico. Un nuovo modo di vivere che sarebbe scoppiato nella sua totalità in quel 68’ storico.
Basterebbe un primo sguardo ai lavori usciti poco prima o poco dopo quel fatidico anno per captare il clima generale di novità: il 67' è l'anno de Il Laureato (Nichols) e di Gangster Story (Penn), mentre il 69' è marchiato da Easy Rider (Hopper) e Il Mucchio selvaggio (Peckinpah). Film che anche fra le rispettive diversità tra di loro, acquistavano il valore di precursori ufficiali della nuova facciata del Cinema Americano, la ri-discussione del classicismo (si pensi a quanto fatto dal western di Peckinpah col precedente western di John Wayne) e di nuovi valori e modelli (anti)eroici incarnanti la protesta verso la società e il buonismo incontemplato (il Dustin Hoffman alienato de Il Laureato o i motociclisti in cerca di libertà nell’opera di Hopper).
Palesemente, qualcosa era cambiato dal Cinema che la fabbrica dei sogni aveva sottoposto al suo pubblico fino agl’anni precedenti. Ed è su questa fronte generale che la Nuova Hollywood poggiava le proprie basi per trovare la sua Nuova multi-identità.


FINE 1° PARTE

 

(04/02/07)

HOME PAGE