
NANA 2
REGIA: Kentaro Otani
SCENEGGIATURA: Kentaro Otani
CAST: Mika Nakashima, Yui Ichikawa, Hiroki Narimiya
ANNO: 2006
A cura di Pierre Hombrebueno
FAR EAST FILM FESTIVAL 07’:
APPUNTI MENTALI SU NANA 2 DI KENTARO OTANI
Mettiamo
subito in chiaro che il sottoscritto è amante allucinato di Ai Yazawa, l’autrice del manga da
cui è tratto questo sequel firmato Kentaro
Otani. Ciò significa, semplicemente, due cose entrambe vere ma opposte: il
sottoscritto è la persona meno adatta a scrivere questo articolo in quanto
fuorviato da pensieri e riflessioni più extra che cinematografiche / ma nel
contempo è anche la persona più idonea, proprio per una conoscenza totale
dell’oggetto “Nana” in questione, fenomeno acidomane che ha
colpito patria natale e non.
Tralasciando un momentino questo non facile dilemma, cerchiamo di concentrarci
sulla trasfusione oggettuale dell’operazione condotta da Otani, probabilmente sfigata di per sé
nel trovarsi di fronte ad uno dei manga più ricchi della sua Storia conosciuta,
distinto da personaggi a 360°, ognuno pieni di una propria evocazione ed un
proprio perché, una funzionalità che ben si allontana da quella
semplicisticamente iconografica: per trasporre un’opera come Nana, è innanzitutto richiesto uno
sceneggiatore coi controcoglioni che sappia valorizzare appieno le tante
personalità che popolano l’universo Yazawaiano. Questo, ovviamente, se si
intende dare una rilettura il più fedele possibile – il contrario di una
rilettura possessiva dove il regista s’impadronisce dell’opera
originale per trasformarlo in qualcosa di totalmente diverso, in un punto di
partenza dove però il punto d’arrivo sta all’opposto, e in cui lo
script può sbizzarrirsi in tripudi mentali personalissimi ed autoriali.
Entrambe le vie percorribili sono buone, se si ha le capacità di portarle a
fondo con decenza e idee/ideazioni, comunque consapevoli della necessità di una
traduzione inter-semiotica nel passaggio da un medium all’altro.
Possiamo facilmente notare che Otani
cerca di seguire la prima strada, quella della trasposizione fedelissima, e ne
è prova la cura meticolosa dell’impatto estetico come già provato dal
primo film del 2005: le tavolozze del manga paiono prendere forma tridimensionale
sullo schermo – e i personaggi diventare carne ed ossa. Tripla bava per i
fans. Leccaculaggine a iosa, e basterebbe prendere Mika Nakashima, realmente specchio visivo della protagonista Nana
Osaki. Gioia per gli occhi e il cuore, almeno a prima vista.
Eppure il problema principale, come già nel precedente film, continua a
persistere: ritorniamo nuovamente sotto il punto di vista scritturale
(guardacaso, rivelazione: lo sceneggiatore è lo stesso Kentaro Otani!), dove a mancare è proprio il principio della
funzionalità – aka – invece di concentrarsi sui punti fondamentali
dell’intreccio, vengono inseriti nello script (e dunque, automaticamente
davanti la macchina da presa) delle situazioni – dei personaggi –
degl’avvenimenti che rasentano l’inutilità e dunque il fastidio. Il
perché di questa scelta è prestodetto: di nuovo, leccaculaggine. Obbligo (non
poi così) morale di mostrare nella propria presa di fisicità certi personaggi
che i fans del manga amano, seppur nell’intreccio scelto e svolto
c’entrano una mazza. Il risultato è che i fans s’incazzeranno (o
perlomeno dovrebbero incazzarsi, se hanno ancora un briciolo di dignità) perché
più personaggi che presumibilmente amano sono inseriti a cazzo nel film senza
un come o un perché, mentre i non_fans continueranno a chiedersi chi diavolo
sia quel personaggio e quale sia il suo ruolo nel film, per poi capire
finalmente che in verità un ruolo non ce l’ha.
Se la sensazione dopo la prima trasposizione era quella di
“un’occasione sprecata”, in questo sequel è invece
“confusione sintattica”. La seconda non esclude la prima (anzi,
probabilmente la rafforza), e nel calderone si capisce (si capta – si
assorbe) ben presto che il materiale circumnavigato è troppissimo, e persiste
un trascinamento generale nell’influidità narrativa per eccellenza. Non
troviamo prettamente un nucleo da cui parte l’opera, ma ci svegliamo in
mezzo a sintagmi incollegati che prima provocano dispersione, e poi
immediatamente nausea, in un combattimento soffertissimo tra sincerità enfatica
e falsità caricaturale, fra l’evocazione (del primo) karwaiano e una
sfilata truzza.
Nana 2 si cosparge contemporaneamente
di (piccolissime dosi di) oro e (tantissima) merda, in un continuo fare sesso
di lacrime e superficialità, con queste fotogenie che a volte riescono a
toccare (magnifica scena dell’abbraccio iper-melò tra Nana Osaki e del
suo chitarrista nonché migliore amico Nobu), ma che non riescono mai a celare
quell’anti-poeticità data da un’attenzione prima estetica (“riprodurre
in modo visivamente clonante i personaggi da manga a pellicola) che
introspettiva: essi, invece di diventare personalità, diventano invece dei
modelli pronti a sfilare in una festa di coolness suprema. Kentaro Otani è più (pre)occupato a cambiare vestiti ad ogni scena
a Mika Nakashima che a delineare il
suo personaggio nel modo più captabile ed emotivo possibile.
Sta di fatto che anche volendo tralasciare i difetti puramente tecnici (da voto
4 se fosse stato al Liceo), ci si accorge che Otani, nel suo doppio tentativo di assimilare in toto il Manga e
contemporaneamente di portarlo a più persone possibili, finisca esattamente per
tradirlo e a pugnalarlo alle spalle; persino le belle lacrimate rischiano di
sembrare plastificate ogni volta, da questa pseuda-fichezza tipicamente
nipponica, zucchero multi-colore pronta ad ammazzare le venatiche più dark e
malinconiche, che diventano solamente accenni vaghi, micro-secondi di
scenettine immediatamente ripulite prima che si sporchino del dovuto nero. In
verità è confusione Otaniana. Finto pathos che provoca morte lacerante, dettata
nel modo più dispregiativo possibile.
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