
MY SUMMER OF LOVE
REGIA: Pawel Pawlikowski
CAST: Natalie Press, Emily Bunt, Paddy Considine
SCENEGGIATURA: Pawel Pawlikowski, Michael Wynne
ANNO: 2004
A cura di Davide Ticchi
STUPIDA RAGAZZA
Planare sulle ali dell’entusiasmo in una realtà definitiva e deviata può
essere molto pericoloso, lo stesso premeditarla o pianificarla. La pericolosità
di questo viene dimostrata da tre fattori consequenziali che riguardano My
summer of love; il primo riguarda la scrittura di un libro che più o meno
interessante porta alla realizzazione di un film - il secondo caso
consequenziale - che a sua volta agogna a consapevolizzare gli spettatori di
una realtà adolescenziale psicologicamente perturbata, che porta ad infangare
l’innocenza perduta, per farne gioco d’amore tradente e
miscredente. Ma è proprio il gioco d’amore a cui scrittrice e regista
sembrano soprattutto interessati, e per mascherare questo cercano una
giustificazione ipocrita all’amore lesbico che sta alla base del libro e
del film. Infimamente ipocrita è l’elemento mascherante della realtà
lesbica, una realtà subordinata ma reale, che secondo il regista deve essere
introdotta da un esempio di devianza all’interno della famiglia, o più
semplicemente dalla completa assenza di famiglia. Ma questa forma di
conseguente giustificazione psicologica, Pawel Pawlikowski può permettersi nel
suo film di ribaltarla completamente ad esclusivo pretesto (ir)reale di
desiderio ludico e di scoperta, verso mete sessuali che soddisfano e divertono.
Questo si verrà a sapere solo alla fine – tra l’altro la parte più
ipocrita e irritante di tutto il film - mentre il resto di My summer of love ha
il compito di esplicitare le fasi salienti della cognizione e dell’amore
adolescenziale. Questo è accompagnato immancabilmente da esempi degenerati di
pater familias, ruoli affidati nel caso di Mona al fratello fanatico religioso,
e nel caso di Tamsin al padre perennemente fuori casa e con amante da
raggiungere. Il ritratto psicologico delle due teenager sembra chiaro, esse
fanno parte di una realtà manipolante e condizionante data dagli esempi adulti
che le circondano. Così saranno portate a frequentarsi assiduamente, nella
campagna inglese deserta e solitaria, e ad innamorarsi l’una
dell’altra. Il ritratto di una realtà come questa, più banale che
elementare, sembra lucido, nulla si contrappone alla formazione di due
sessualità deviate o più semplicemente contro natura, ma niente supporta la
vivificazione di quest’ottica, che viene annullata entro breve, dal nulla
e dalla nullità di questo. Perché non serve certo la ricerca di un ottica
alternativa per inquadrare la realtà che al cinema quasi mai viene degnamente
considerata, nonostante le numerose proposte filmiche che vengono accantonate
nel giro di breve, per fare più semplicemente spazio ad altro. Ma è forse la
banalità del mezzo usato da Pawlikowski, o l’inconsistenza di ciò che
mostra, a lasciare terribilmente annoiati, istupiditi da quanto di un serio
problema adolescenziale si possa ricreare invece svago, gioco, divertimento, e
l’annullamento di questo. Non c’è bisogno dell’assenza del tutto
per raffigurare il niente, che si traduce in amore, amplesso, ritorsione, e in
niente appunto, per quell’occhio della mdp costantemente in moto, con
quelle leggere e instabili zoomate ravvicinate. Sui primi e primissimi piani
lavora molto il regista, indugiando su quegli occhioni di ragazze che prima di
tutto sono brave attrici, ma non supportate da un anima in My summer of love,
annullando quindi anche l’efficacia delle artificiose inquadrature
durevoli tutto il film. Come in Thirteen l’impegno psicologico e
adolescenziale viene sopraffatto dal desiderio di sconvolgere e ribaltare gli
eventi, perché troppo reali o perché troppo poco, anziché renderli schivi della
salubre verità dello sguardo. La sottrazione e la lentezza di questo, raggiunge
l’ipocrisia nell’arco di poco tempo, e lo sguardo dello spettatore
si ammorba ad una noia crescente data da problematiche adolescenziali
esasperate e ridicole, causate sempre dai rapporti interpersonali. Poi il
paradossale finale dove tutto viene smentito, e si introduce un nuovo campo semantico
psicologico, quello della creazione di fantasmi e mal di vivere adolescenziali.
Lo scopo non è chiaro, e se la scrittrice ed il regista lo conoscevano,
potevano più intelligentemente realizzare due rispettive opere che parlassero
in maniera esclusiva dell’uso e del tradimento ingiustificati tra due
coetanee adolescenti.
(27/06/05)