MR. SUAVE

REGIA: Joyce Bernal
CAST: Vhong Navarro, Angelica Jones, Long Mejia
SCENEGGIATURA: Earl Ignacio, Dindo Perez


A cura di Pierre Hombrebueno

FAR EAST FILM FESTIVAL 05’ REPORT: LEZIONI DI DECADENZA DEL CINEMA FILIPPINO

Mr Suave è un’opera tristissima. Non tematicamente, ma la proiezione che ne trasuda della sua anima (semmai ne abbia uno), che riecheggia ancora una volta la decadenza del cinema filippino. Morto. Sepolto. Resuscitato. E poi ancora morto. Salvo rare eccezioni, a Manila il Cinema non esiste più, e non è tanto per mancanza di talento (Gli ultimi Crying Ladies o Feng Shui hanno dimostrato), bensì per mancanza di un interlocutore in possesso di nozioni cinematografiche: il pubblico. Il pubblico che c’è ma non sembrerebbe esistere. Un pubblico che viene trapassato da tanta decadenza senza rendersene nemmeno conto. O meglio, “Noi ci rendiamo conto. Ma chi se ne frega, uscito dalla sala canticchiamo Hoy Hoy Hoy”.
Così mi unisco al coro, esco dalla sala con la disperazione agli occhi, e mi metto a cantare “Hoy Hoy Hoy”, la canzone post-ska da cui è tratto Mr Suave. E’ una bella canzone dei Parokya ni Edgar, una delle rock band più celebri di Manila. E Hoy Hoy Hoy, un po’ come Hey Hey Hey, che letteralmente non significa nulla, lo trasformo in Festa Festa Festa, perché i primi minuti di Mr. Suave sono pura festa folcloristica, fatta di colori e anime danzanti, dove la macchina da presa scivola lentamente sui corpi unti delle ballerine (raccattate dal supermercato, senz’altro, e lo dico per esperienza). E viene presentato il Suave del titolo: Vhong Navarro mezzo cow-boy e mezzo latin lover tinto di demenziale. L’icona si presenta in modo interessante, come un (anti)contaminazione dello stereotipo, una sberleffa a quelli che si credono tanto macho e fighi. Ancora per poco assisteremo ad una fiesta dinamica, in quanto la regista Bernal, guardacaso, ex montatore, possiede un senso chiaro di ritmo cinematografico, reso anche dalla musicalità (almeno mezzo Mr.Suave è un grande videoclip) della messa in scena. Siamo in territorio Mtv, dove l’apparenza conta più dell’essere, dove la messa in scena “distribuisce” i corpi sfruttando ampiamente lo spazio cinematografico delle linee, mettendo così a fuoco quadri perfetti in campo visivo. Perfetti per la vista, un po’ come assistere ad un gig di Madonna. Semplice e rotondo come un cerchio. Ma poi, come per magia, giunti nel secondo tempo del film, la tradizione filippina, il pubblico filippino, pretende la falsità e falsifica le immagini cercando di inseguire quella banalità così fuori contesto in Suave che rende il Cinema non più Cinema ma cacca che striscia, fatta di umili (grandiosamente falsi) valori, che sbocciano pienamente in una morte della dialettica visiva, in una mancanza di funzionalità della macchina da presa.
Non siamo più nel folclore iniziale, ma in pieno trash (non il genere, ma la spazzatura), dove la messa in scena diventa deja non della memoria cinematografica (per carità), ma degli sceneggiati che probabilmente scrivevamo all’età di 3 anni. E’ sempre difficile dover usare la parola “banale”, perché è esso stesso una parola banale, così usiamo pure il termine: televisivo. La televisione, da sempre un punto di riferimento per i filippini ancor più del Cinema, si addentra in Mr. Suave trasformando la dinamica iniziale in una piatta messa in scena senza movimenti e fatta di piani (mai) ravvicinati che nemmeno tentano un qualche approccio meta-televisivo (o, cinematografico). Si parla, e tanto, di valori falsi mai accennati ma che sbocciano come caramelle da dare ai bambini bisognosi di dolci. La discesa è incontrollabile, e spacca in due l’opera di Bernal.
Detto in modo gentile:
- Abbiamo la prima parte, il dinamico, il visivo. La tradizione filippina di feste e balli. Il Navarro che colpisce (in bene o in male, ma colpisce) perché la sua costruzione è meticolosamente iconografica. Un cinema che colpisce per immagini.
- E poi, la seconda parte
. Dove si tende a scavare nel livello della semiologia. Dalle immagini passiamo tendenzialmente ai dialoghi e ai significati parafilmici.
La seconda parte perde di funzione, in quanto troppo diversificata dalla prima. Bernal non possiede ancora la giusta chiave semantica per poter sviscerare dentro l’opera filmica, oltre l’immagine per addentrarsi nelle ossature dei segni e livelli di significazione, nel collegare con fluidità il bianco e il nero. E’ un anti-fluidità fighetta quella che colpisce il film, un sistema che la regista impone nell’equazione sbagliando tutti i calcoli. Se proprio bisogna dare a Mr. Suave un taglio politicamente corretto, allora che non lo si faccia in modo così superficiale. Se si parla per immagini, continuiamo a parlare per immagini. Perché ciò che scaturisce dal significato segnaletico dell’opera è vuoto a zero. Mr. Suave si è annientato da solo. O più probabilmente, è stato annientato dalla massa prima ancora di essere fatto.
Il pubblico ride, divertito, definendo Mr. Suave “un capolavoro del comico”.
Io, perplesso, sputo per terra.

(27/05/05)

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