(MANIPULATIONS FROM) THE AIR
IS ON FIRE
A cura di Alessandro Tavola
1. REALIZATEURS AND MORE(?)
David Lynch è un
immaginario, cosa che non si può dire di tutti gli Autori: approcci che
feriscono gli argomenti e le eterogeneità che permangono nelle fattezze e nella
generalità, messe però di un unico sistema di gravitazione, il cui centro è
tanto sole quanto buco nero, un (qual)cosa che per quanto estrinsecato dalla
propria natura ambigua dalle analisi – psicologiche, sociali,
stilistiche, artistiche – sta nella sensazione, originaria e finale, del
prodotto in sé, che nel particolare di Lynch
è sempre allo stesso tempo astronave e landa come navetta spaziale ferma su
un’arida pianura o appartamento stagno sospeso nell’universo;
sintetico quanto assoluto contrasto che ha il “vuoto” (empty) come punto d'incontro ma non di scontro, nel
concetto, nell’idea tanto nitida da sembrare ugualmente sia inconscia sia
costruita ma mai volgare; più che di morte (che necessita la vita), di
non-vita.
Quanto Kitano, pittore,
poeta, comico, scrittore; anche Lynch è
poligrafo esteso in senso artistico: pittura, disegno, fotografia, musica, videoarte. Entrambi trovano il
loro lavoro-capo nei Film (affermazione cinefila non
senza candore), ma solo col secondo si può parlare di un immaginario unificato,
derivato (anzi, deducibile) proprio dal paragone dei loro differenti, ambedue
magnifici, Cinema: Takeshi Kitano è fuga dal dover esistere, da sé stessi (e
l’ultima, ancora per 2/3, trilogia ne è la massima espressione
distruggendo pian piano, parlandone, la registicità e
il regista stessi); David Lynch è overdose di
interiorità, di riflessione, di ricerca essenziale che non riesce a fuggire una
fobia praticamente omnia e il baratro gorgogliante conseguente (lo specchio di Mulholland Dr, il cerchio di Strade
perdute, la matrioska di INLAND EMPIRE, il blocco assoluto di The
elephant man); via dal mondo il primo, alla
disperata ricerca il secondo; e se nel centro c’è lo spirito, le loro
direzioni sono opposte, de-geometrizzando speculari,
quasi congruenti, trovando uno il non-mondo che cerca dando lo stesso nella
sterilità e nella crudeltà – quasi non ci volesse avere a che fare;
l’altro vomitandolo su un vassoio d’argento, che non riesce a
ricomporlo, a coglierlo nella sua integrità, a digerirlo, a guardarlo in
faccia. Il Cinema è sempre, prima di tutto, un esorcismo.
La differenza è quindi proprio in
quanto detto, verso la cima (Lynch) e verso la
valle (Kitano) dell’unica montagna di
cui si può parlare; percorso di offuscamento ed embolia che come scopo, quindi
come mezzo, ha un solo pensiero, contro un obbligato dover scegliere –
quanto estesa può essere quella valle? – che risolve nello sdoppiarsi
espressivo: yakuza, fiori, poesie su pagliacci,
dramma e comicità demenziale così auto-e(sc)lusive da diventare irriconducibilità
se non nominale, evitare il punto comune, negare un tratto, qualsiasi certezza autoriale, immaginaria, persistente solo nel demerito autoimposto, nell’eco di un senso di colpa o nella compresenza in una stessa opera cinematografica, dove
l’indecisione può/deve/grida (non) raccontando, per natura, bulimica (cit.) e ancor più nello scindersi in più arti,
dove si stagliano forme e pensieri, libera(n)ti (s)confinati tra infantilità e maturità; pannelli, fil(m)
di ferro e soldati che in Lynch non esistono,
se non disciolti, fusi bruciati vivi: massa informe, vomito di tutto, accumulo
di pensieri fino ad esplodere, rigetto unico, pulito e sporco elasticizzati in
un a/co-mplesso; per contrappunto necessario: anoressia, ch’è genetica, e
sconfinatezza.
2. LE (GLI) ARTI DI DAVID LYNCH
È nel miscuglio, dal colore impuro e dall’odore
cattivo, che è tutto. Elementi che trovano l’identità, che nel negativismo è nell’errore, nell’essere
stati non diverso dall’essere futuro; maggiormente nell’atto
di diventare passato, nella metamorfosi nascente, dopo il primo conato, alla
prima emissione che lascia una digestione a metà, il cui tempo è espropriato
dallo scopo, interrotto. Appunto, il vomitare è per un qualche problema
d’organismo che non riesce a compiere l’aspettato presupposto; il
rappresentare le cose qui è nel limbo tra il nutrimento e il digerito, sempre
vita e morte (ossia l’arco dell’esistere tra questi due estremi), o
meglio, nessuna delle due; un’ematemesi (che in
The alphabet era proprio il climax), forza di
volontà violatata da una componente
che toglie la forza decisionale alle cose e alle persone.
Dipinti, film, foto e disegni di Lynch
sono questa paralisi, cogliendo la sfumatura in cui le cose non sono nessuno
degli estremi che le definiscono ma semplic(ement)e l’intenzione che contengono, sia volta verso
il declino che verso il brillare; l’attimo d’esitazione tra il
pensare e il dire quando il concetto non è poiché non ancora verbalizzato e
allo stesso tempo è il suo intenzionale futuro, destinato poiché pensato;
l’istante in cui la già sottile membrana tra l’oblio e la gloria nasce e muore, prima di andare a (ri)consolidarsi
in una sola delle due. Il keyframe (nel filmato di
una) di una mutazione, il fotogramma che di per sé è amorfo ma determinante; tra il rosso e il blu quel viola che allo
stesso tempo è sangue e cielo, senza però sapere quale venga prima e quale dopo
(Come se fosse necessario...).
(Auto)tentacolare divenire espanso, prese più volte
l’aspetto di un “mostruoso in abito da sera” o
“paradiso orribile”, “agorafobica
minutezza” come “claustrofobia dell’ampio”; un graduale
accostamento di normalità e disgusto, raffinatezza e marciume, nella loro più
assoluta angoscia, nel loro contenersi l’uno nell’altro, nelle loro
identità affini date dal fascino unificante a cui appartengono, vicendevoli disgusto ed eleganza come prodotto di un
disturbo psicotico, di una nausea immancabile, liberatoria. In Lynch, tutto è interiore, la sua musica spazia
dall’hard rock al lounge più avvolgente, tutto
è un discorso tra il dentro e il dentro, tra il dentro nel dentro, tra il
dentro per il dentro, tra il dentro e la sua line-idea del fuori, che appare lontana, ideale, aulica e impossibile, quasi
affermata come inesistente o immutabile, mole immisurabile;
l’infinitamente piccolo quale l’infinitamente grande,
un’immaginazione ad occhi chiusi in cui tutto va a fuoco o risorge come
un’araba (e in questo senso il suo corto migliore è lo spot realizzato per le Parisienne), sempre The air is
on fire.
Sia il tempo di un Film, la temporalità di una narrazione,
le perpendicolari di un’inquadratura o di una tela, la superficie
ristretta di un tovagliolo o di un biglietto da visita, tutto è pensato,
concentrato (o ritrovato) verso l’interno; è un feto che tenta di tornare
allo stato originario di ovulo, spesso senza
riuscirci: i buchi neri, nella seta, i mondi....
Così che nei tratti violenti e scuri dei suoi dipinti
protagonista è spesso Bob (un nome un palindromo un
cerchio), con la sua casa che va a fuoco, il suo cane morto, la sua testa
esplosa, la sua pistola puntata contro Sally mentre intorno è il vuoto inspessito di tempere e oggetti aggiunti - cotone, insetti
di plastica, legni, pompe di plastica, teste di bambola e quant’altro
– e sempre desolato, caldo, sfondo di situazioni realmente nere, disfatte
e insensate, lacrimanti sotto una covata lavica impedente.
Le sue foto, a volte si danno con sensualità a luoghi
abbandonati, altre, brulicanti di pixel, sformano donne senza vesti, i cui arti
vengono dislocati o modificati digitalmente: mutilate
o dai visi distorti, è l’animo che viene adoperato e mostrato, non il
corpo nudo che tanto più non è.
Un estintore, di quelli veri, appartenente alla galleria, viene accerchiato da qualche pennellata rossa e nera e
legnetti, tra grandi e piccoli, disposti in verticale. Diventa protagonista di
“Storia di un estintore” lungo tutto un muro. Anche se
probabilmente non verrà mai usato.
Una saletta proietta a rotazione alcuni dei suoi film
brevi: i primi, quelli cinematografici; la serie digital-stilizzata
d’animazione Dumbland, gli ultimi corti
(pessimi?) di videoarte, che nell’apparente
inutilità traspirano sensazione di sensazione (la stessa sequenza di movimenti una pressa, uno stantuffo, un martelletto ripetuta
per 10 minuti o le decine di secondi di foreste a rallentatore), che tale per
ora rimane, non ancora parte di alcun film.
Una scarpa col tacco, circondata da secchi e lunghi legni
bianchi. È bianca, l’interno è zebrato. Il tacco
laccato di rosso e nero. È su un piedistallo, illuminata da una
forte luce bianca. Le ombre dei legnetti così sono
proiettati su un muro.
3. GENETICAMENTE
Affascino senza stupore, che trae la principale
propulsione dal background dato dal conoscere Lynch
in quanto Autore Cinematografico, punto di partenza
che inevitabilmente è sempre il punto d’arrivo. Opere finite come foto e
quadri perdono d’interesse, sono lì date in assoluta completezza che non
appare tale, poiché ultimo (cronologicamente) capillare dell’immaginario
che si diceva, che nel Cinema trova la maggiore risoluzione del volgersi stesso
del pensiero, che proprio da tutte le altre trova la sua stessa composizione:
il Cinema sa di tutto, soprattutto di quel tutto che non parla di niente o che
non sa di parlarne, è sunto nuovo di altre
espressioni, è parola tradotta, dialogo tra i suoi componenti traverso i
costituenti, tra il film e se stesso e il suo autore, tra il film e quelli che
lo precedono, parentela non preposta (Strade perdute e Mulholland Dr sono fratello e sorella, Eraserhead è il loro albero genealogico); il Cinema è
fatto di tutto pur non possedendo niente, è ciò a cui tutte le altre opere han sempre mirato, il punto di convergenza finale. Al di
fuori di ciò c’è la musica: di ogni cosa si può
dire che è cinematografica o che è musicale, si può dire che un film è musicale
ma non che una musica è cinematografica, perchè non
può non essere che solo musicale, mancante della dimensione del Reale che
all'ambito del visivo appartiene. Al centro, quindi, c’è il Cinema, tra
la musica e il resto; ancora di più nella poliedricità
Lynchana, che, rimanendo fedele all’atto di
mutazione, in questa mostra trova la sua par(e)te
migliore negli scarabocchi, sì.
Decine di schizzi, appunti, frasi
a caso, disegnini da sovrapensiero
su pagine di copioni, tovaglioli, fogli intestati, fogli semplici, biglietti da visita, cartoncini di
hotel.
Composizioni astratte fitte di sottili e semiperfetti
tratti di penna o di matita, che sembrano palazzi,
corridoi, volti, affreschi, panorami; quando in realtà magari sono semplici
linee.
Volti abbozzati, incrostati di
colori di pennarello, sbilenchi e sformati, ripetuti decine di volte o una
volta sola.
Mescolarsi di fittizi schemi che pare provengano da
qualche blue print: linee semplici, dritte e
chiaroscuri.
Lettere in bella grafia, in pessima grafia,
«PEG WAKE ME UP AT 9:30 AM LOVE DAVID». Nomi, parole che sembrano dettate dal caso del momento.
Inchiostro nero e filiforme di cavi, sagome, divani,
luoghi, oggetti: un calderone denaturato e espressionismizzato.
Scavare nel risultato dei momenti
di vuoto di una persona, quando questa è un Autore: ogni cosa, ogni singola
linea, ogni singolo puntino, spazio riempito o lasciato vuoto, ogni sbavatura,
ogni scelta di colore è già Cinema, tende al Cinema perché da quei pensieri che
nascerà o con cui avrà un momento di comunione.
In questa visione uno sgorbietto
sulla prima pagina dello script di Velluto blu è più parte di colui che qui stiamo considerando come Cineasta che di
qualunque sua fotografia nata per essere “solo” tale.
Mo(a)strar(r)e che per la
maggior parte non sarebbero opere se non prese attraverso un fitto feticismo,
sforando anche il considerarle per il loro essere costituenti di Cinema e di Autore, presupposto essenziale per capire il fascino, il
tratto, il meccanismo, che è nella causa stessa non dei dipinti (o non
completamente) ma degli schizzi, degli scarabocchi, degli appunti, delle
divagazioni di stilografiche, pennarelli e penne Bic;
DNA creativo comprensibile solo col dopo di tutte quelle Pellicole e
Digitali che furono poi, ma esistenti prima, qui nella loro propria sottopelle,
nella radice che sta sotto un cuoio, magari connessa, sicuramente accostata,
accomunata e accomunante, tangente con il resto dei tessuti, dei nervi, dei
linfonodi, delle membrane; di tutto quel sempre più preciso e meno specifico
abisso sterminato della Creazione.
Sì, il disegnare libero e spensierato (senza scopo) del
Regista di The elphant man, Fuoco Cammina con me, Una storia
vera, Cuore selvaggio è più importante di un quadro del
pittore David Lynch.
(04/11/07)