


LA MORTE SOSPESA
REGIA:
Kevin Macdonald
CAST: Joe Simpson, Simon Yates
SCENEGGIATURA: Joe Simpson
A cura di Andrea Magagnato
SOSPESI TRA REALTA’ E FINZIONE
Quello che rende straordinario La morte sospesa è quel
rapporto quasi intimo che si viene a creare con lo spettatore, una sincerità
velata e un pathos crescente grazie soprattutto ad una narrazione sempre in
equilibrio tra fiction e non-fiction, tra fatto e testimonianza.
Ci troviamo di fronte, e ne siamo felici, ad un prodotto televisivo come la docu-fiction che già da qualche anno ha saputo ritagliarsi
spazi di tutto rispetto nelle pay-tv, soprattutto quella inglese,
e che merita almeno una possibilità di affermarsi su altri palcoscenici che
offrono certamente migliori soluzioni in quanto a spettacolarità e creatività
nonché maggiori soddisfazioni.
Non conosco la storia produttiva e distributiva del film ma posso immaginare il
coraggio di imbarcarsi in un progetto del genere con il rischio di scontrasi con un pubblico che generalmente al cinema non ama
sperimentalismo o linguaggi elaborati che si distacchino troppo dalla fiction
tradizionale.
L’impresa che viene ricostruita è quella di Joe Simpson e Simon Yates, due esperti alpinisti inglesi che affrontano La Siula Grande, la parete più ardua delle Ande peruviane, con
tutte le difficoltà e i relativi imprevisti che ne conseguono.
Grazie al lato documentaristico lo spettatore è in
grado di instaurare un sano rapporto di confidenza con i protagonisti che, a
dispetto di quanto avviene in una narrazione tutta di finzione, si rivolgono
direttamente a lui. Sono loro a raccontarci gli avvenimenti, il che implica
anche la loro volontà nel farlo, in una lunga testimonianza, non intervista,
che sapientemente alternata e/o sovrapposta alla fiction consegna una utile sincerità al tutto; una sensazione di fedeltà e un
coinvolgimento maggiore, rispetto sempre ad una narrazione tradizionale.
Il fatto che lo spettatore già conosce il lieto fine
della vicenda, avendo davanti agl’occhi entrambi i protagonisti sani e
salvi che si raccontano, costituisce un’altra importante differenza con
la fiction tradizionale, subordinando la risoluzione narrativa dei fatti
all’intensità e drammaticità delle reazioni dei due individui agli
accadimenti che si susseguono.
C’è poi una straordinaria messa in scena di questi fatti sottoforma di
fiction utile e necessaria a drammatizzare il tutto. Qui emerge una regia
sapiente, nonchè la forte personalità di Kevin Macdonald che cambia
registro più e più volte senza esitazioni o ripensamenti.
In almeno tre occasioni il suo linguaggio muta e si adegua giustamente ai
diversi livelli di complessità degli avvenimenti.
Nel primo quarto d’ora Macdonald alterna campi
lunghi talvolta lunghissimi con dettagli e particolari dei due scalatori
all’inizio dell’impresa. Un passaggio dal più grande al più piccolo
molto suggestivo e prettamente descrittivo che
giustamente ci introduce nell’ambiente e nelle circostanze degli
accadimenti.
Una parte iniziale in cui la m.d.p. è molte volte fissa, stabile nelle sue panoramiche, sicura e distaccata
nel mostrarci e nell’introdurci i luoghi sperduti delle Ande peruviane in
cui si avventurano i due scalatori.
Non sappiamo ancora nulla di loro, in questo quarto d’ora iniziale non
sono protagonisti ma solo puntini fluorescenti circondati da immense distese di
ghiaccio e rocce che tuttavia non ci appaiono ancora come minacce ma come
manifestazioni di una natura mai vista così possente, titanica nella sua
magnificenza.
Le parole fuori campo ora accavallandosi ora sostituendosi alle immagini
lasciano già intendere con l’uso del condizionale le complicazioni e gli
imprevisti che seguiranno, ma si limitano per ora a fornire qualche regola o
curiosità riguardo alla vita in queste condizioni estreme, ci
illustrano il metodo di scalata e le prime impressioni, ci accolgono in
questo mondo a noi lontano dove il rischio si fa verbo e dove la meccanicità e la passività della vita quotidiana non sono
mai state così remote.
La regia muta, e con
essa il montaggio, in occasione della svolta narrativa
che segnerà le sorti dei due scalatori. Le personalità dei due emergono
bruscamente con l’emergere delle difficoltà. Quello che è certamente da
apprezzare è la volontà di restituirci due uomini in balia della natura con le
loro debolezze e con i loro silenzi carichi di significato. Sono debolezze che
li allontanano subito dalla figura eroica ma falsa dello scalatore coraggioso,
altruista in ogni circostanza, a volte logorroico e
sempre ottimista figlio più del cinema hollywoodiano che di altro.
Le strade e le sorti dei due si divideranno e verranno
seguite con un ritmo certamente più incalzante, le inquadrature si fanno
instabili, oblique, le composizioni interne più complesse. Il montaggio
alternato segue parallelamente le due vite in una narrazione che si fa via via più drammatica, ma sempre lucida e sincera. Le voci
fuori campo diventano voci interiori, sebbene rimanga il tempo passato, e sanno
quasi sempre quando lasciar spazio alle immagini.
Viene molte volte scongiurato, ma non sempre, il
rischio in cui inciampano molti documentari e cioè quello di risultare
ridondante con la voce narrante perché descrittiva di qualcosa che già le
immagini ci mostrano dettagliatamente.
Il tempo subisce un’evidente e giustificata dilatazione, il racconto dei
primi tre giorni scorre in venti minuti e quello dei successivi tre si protende
per quasi un’ora e venti, soprattutto nell’ultima parte quando si
sente il bisogno di accentuare la sofferenza e il calvario dello scalatore
sperduto.
Quando il fisico si fa sempre più debole, quando con lui anche la psiche
degenera occorre un altro cambio di registro a sottolineare
la situazione. Lo stato fisico e mentale di un uomo allucinato e spaesato in
una natura qui invincibile non può che essere reso attraverso un certo
sperimentalismo che sembra qui calzare davvero a pennello.
Macdonald diventa un piccolo Oliver
Stone, si carica la macchina in spalla e si cimenta
in giri vorticosi, soggettive sporche fuori foco, rallenty,
hard cut. Ha la bella idea di legare la camera al
petto dello scalatore rivolta verso la sua faccia e di alternarla alle
soggettive testimoniando una sorta di sdoppiamento della personalità: una
fredda e insensibile al dolore che avanza ponendosi obiettivi e una disperata
che vorrebbe lasciarsi andare solo per mettere fine al dolore.
La dignità diviene il valore più inutile, i pensieri si fanno radi e insensati
e il tutto è veicolato straordinariamente dalla scelte
stilistiche di Macdonald; lo spettatore non può che
sentirsi coinvolto in maniera viscerale quasi fisica.
Occorre fare un appunto anche riguardo alla fotografia.
Quanti di noi hanno provato a scattare qualche foto ad un paesaggio innevato e
si sono accorti poi che tre quarti delle stampe sono da buttare perché
sovresposte? Ecco, dirigere la fotografia di un’intera pellicola in
luoghi come quelli de La morte sospesa deve essere qualcosa di
massacrante…anche solo per fare in modo che tra un’inquadratura e
l’altra la varietà cromatica rimanga costante. La luce, si sa, in esterni
è difficile da governare, figuriamoci in ambienti del genere dove
l’intensità e i riflessi sono tra i più instabili in natura.
Certo non è né il primo né l’ultimo ad essere ambientato in questi luoghi
ma mi fa sempre un certo effetto pensare al grande
lavoro di fotografia che c’è dietro.
E’ certamente una scommessa vinta quella di Macdonald,
staccandoci per un attimo da quello che è successo o succederà al botteghino,
perché La morte sospesa è un film che vale la pena di essere visto, anzi,
vissuto.
(01/04/05)