


MILANO CALIBRO 9
REGIA: Fernando Di Leo
CAST: Gastone Moschin, Barbara Bouchet,
Mario Adorf
SCENEGGIATURA: Fernando Di Leo
A cura di Pierre
Hombrebueno
PRIMA DI TARANTINO, C’ERA DI
LEO
Il Cinema Italiano, più di chiunque altro, ha saputo portare con sadismo la
violenza nelle strade metropolitane. Anni prima di Taxi Driver e decenni prima di Le Iene e Pulp Fiction, Di Leo batteva già la via
dell’iperviolenza poliziesca con occhio crudo e
spietato. I primi quindici minuti sono da antologia, in quanto lo spettatore si
ritrova immediatamente impreparato in medias res. Di
Leo non spreca tempo e ci butta in faccia come un forte schiaffo
la violenza della malavita milanese. La Colonna Sonora di Luis
Bacalov ci introduce l’enunciazione del
prologo, e poi, neanche una parola di pausa, ma solo un mafioso incazzato che fa esplodere la dinamite in testa a 3
sfigati. E’ nella presentazione di questo mafioso, Rocco, che vediamo subito la cura maniacale/caricaturale di Di Leo di fronte ai suoi personaggi, e regala loro la
possibilità di interpretare personalità che in futuro avrebbero fatto la
fortuna di Joe Pesci, ma anche del Kitano di The Boiling Point.
La messa in scena è precisa ed asciutta, non ci sono mai sbavature di troppo e
i vari elementi del quadro sono sempre disposti congiungenti alla plasticità
dei movimenti di macchina: Non è ciò che vediamo che ci fa capire il mondo
storto che Di Leo espone, bensì come lo vediamo; i quadri sono spesso
sbilanciati e obliqui, la fotografia di una sporcizia metropolitana, accentuata
da luci grezze e stonate. La degradazione è stampata in ogni minimo frame, e alla presentazione dei personaggi, capiamo che è
un mondo di merda senza speranza, dove non ci sono
eroi salvatori ma solo anti-eroi (rimandi a Melville?). Quello di Milano
Calibro 9 è un universo dove la giustizia e la malavita sono divisi da una
linea sottilissima, dove i poliziotti usano lo stesso linguaggio volgare e meschino
dei mafiosi, dove tutti sono bugiardi e corrotti, ma pronti a soccombere con
dignità, fino all’ultimo respiro. Di Leo dimostra di conoscere il lato
più oscuro dell’essere umano, c’è una grande
carica psicologica in Milano Calibro 9, difficilmente contenibile per
un’opera poliziesca, ma ugualmente incisiva. Di Leo ci prende per mano e
ci trascina in una spirale di decadenza, ci presenta gli uomini come animali da
bastonare, un mondo dove si uccide per non essere ucciso, buttandoci dentro la vortice di un climax adrenalinico in attesa
dell’epilogo, quando gli intrecci verranno sciolti per far luce sul
mistero, che ancora una volta si rivelerà una soluzione pessimista che non
lascia scampo a niente e nessuno, tradendo anche quei pochi bagliori di positività
buonista che il film a malapena delineava.
Di Leo ha un uso della grammatica filmica efficacissima nel dare fluidità
geometrica alle scene d’azione, in particolare i raccordi di grandezza
scalare, la cui alternarsi di piani stretti e piani larghi nella scansione ci dà l’idea di una coreografia in cui al posto
dell’orchestra classica abbiamo i rimbombi delle pallottole. Nei tempi
recenti solo John Woo,
l’ultimo regista poliziesco che il Cinema abbia conosciuto (venduto poi
alle maledette leggi di Hollywood), è riuscito ad eguagliare la dinamicità
d’azione di Fernando.
Funzionale anche la scena di Barbara Bouchet che
balla sul cubo, una scena fissa che il regista gira sotto l’occhio di
diverse angolazioni della macchina da presa, dando all’opera quella carica
sexy immancabile nel genere e lasciandoci ammirare le curve e la sensualità
dell’attrice/icona.
Ed infine, l’inquadratura finale,
l’inserto indiegetico della sigaretta che si
sta spegnendo, metafora riassuntiva di tutto il significato dell’opera:
Noi siamo solo le ceneri di un mondo che va a fuoco, bruciamo come sigarette in
questa realtà, che non è altro che l’inferno fattosi concreto.