MICHAEL CLAYTON

REGIA: Tony Gilroy
SCENEGGIATURA: Tony Gilroy
CAST: George Clooney, Tom Wilkinson, Sidney Pollack, Tilda Swinton
ANNO: 2007


A cura di Alessandro Tavola

VENEZIA 07’: DEI RICORDI POSTERIORI PER UNA DERIVAZIONE TROPICALE DA MICHAEL CLAYTON

 

VISIONE/

 

Su Michael Clayton c’era poco da dire, se non cose abbastanza qualsiasi. Perché si trattava di un film qualsiasi. Michael Clayton, fino a un certo punto, ero convinto fosse il nome del (non conosco questo) regista, quando invece era Tony Gilroy, che ora come ora mi piace pronunciare alla francese anche se mi sa che è sbagliato. George Clooney, l’ho saputo dopo che fosse il protagonista; non avevo neanche visto la locandina. Michael Clayton, dei film di Venezia 2007, è probabilmente l’unico che abbia visto veramente a scatola chiusa, con beata ignoranza. Non sapevo neanche ci fosse Tom Wilkinson e che sarebbe stato da Coppa Volpi. Un giudizio puro, per quanto lo possa essere, senza preamboli/pretrip/precisioni ipotetiche, come difficilmente può succedere quando si tratta di Cinema occidentale già destinato alla distribuzione. Dedichiamoci a ciò che gli occhi vedono e chi se ne frega una buona volta.

Su Michael Clayton c’era poco da dire, se non cose prettamente negative: il fantasma di Insider – Dietro al verità col quale taluni tipi cinematografici di oggi devono fare i conti ancora ne esce vincitore. Dopo otto anni lo spirito grigio cenere di uno dei capolavori di Michael Mann è tenace e forte e ancora insuperato, e col passare del tempo lo sarà sempre di più, fermentando mentre gli altri si infittiscono verso caratteri che vogliono, che sentono dover, che sentono non poter. Categoria film di denuncia anti-lobbistica statunitensi che, come detto, a fronte di un sistema aziendale striminzito, scarno, semplicistico risultano con l’esserne sì critica, ma strutturalmente speculare, quindi banale, così come Michael Moore raggiunge difficoltosamente (e la sua stazza potrebbe averci a che fare) tratti satirici che la televisione nostrana ha sempre espresso meglio. Questione di proporzioni, e se Clooney-Pollack-Wilkinson hanno a che fare con gli armadi di un’industria farmaceutica che semplicemente li teneva chiusi, non hanno che aprirli. Facile facile. Script di deja . Eh…

Gilroy ha sempre saputo scrivere roba che poi è stata messa in scena bene: I Bourne (Identity, Ultimatum, Supremacy), L’avvocato del diavolo, L’ultima eclissi ne sono la prova e, chissà, sarebbe potuto esserlo anche Michael Clayton, sul quale c’era poco da dire se non cose qualsiasi.

Si annusa del metafisico spruzzato di zoofilo all’inizio, Clooney sotto qualche impulso mistico s’avvicina a dei cavalli in una campagna scampando un attentato. Ancor prima ci si trova davanti ad un inizio fantastico, vorticoso, in pseudosoggettiva con la voce di Wilkinson che impazza in impatto nevrotico: un inizio giubilare, ma solo questo. Il resto è accademismo dei più scialbi e accomodanti, avvolgenti sia il divismo che la tematica. Di Buon Cinema ce n’è poco, di Bel Cinema praticamente niente, di Cattivo… è anche difficile colpevolizzare, si capisce che lo scopo era tutt’altro che cinematografico.

Su Michael Clayton c’era veramente poco da sentenziare, che lasciava il tempo che trova quanto il modo di dire in sé.

 

/IN VISIONE/

 

Ma d’un tratto il divino s’interpose tra gli occhi e il tedio a pois di rabbia, endorfinicamente. Il piacere delle didascalie che spesso salutano con nomi conosciuti, senso di familiarità, come tendenza di questo millennio vuole, la foto sbiadita dei titoli di testa in via d’estinzione, i Crediti principali di fine film. Che poi come si chiamano? Head Title ugualmente anche se stanno nello sfintere della proiezione?

Nomi e cognomi che stravolgono il senso di spreco provato fino a quel momento:

«Prodotto, tra i vari, esecutivi e non, da: George Clooney, Sydney Pollack, Steven Soderbergh, Anthony Minghella.».

Spiegati, nell’ordine, l’effige di Clayton, alcune tematiche, l’approccio, la tendenza al piatto.

 

/POST VISIONE

 

Su Michael Clayton c’è sempre poco da dire, ma sulla visione c’è qualcosa su cui pensare.

Sono colpito, nel cercare di tener fede a filosofie cinefil-spettatoriali ad ogni costo, mi ritrovo un bug, mentre aspetto Friedkin, che chissà come e quando uscirà in Italia.

Voler mantenere fili autoriali, percorsi formativi di realizzatori e del rapporto critico con essi, una quadratura d’aspettative e di aspetti che mai combaciano, per limiti personali, per inclinazioni assolute o derivate, di preveggenze, che rinconfermano o che vengono smentite sempre comunque nella stessa idea che semplicemente cambia di gradazione; per ogni Film come parte di diversi Cinema, che tenga conto del diverso peso del singolo e del collettivo, consapevole che ogni paio di occhi ha dietro una mente diversa.

Se quei nomi fossero stati proiettati all’inizio, l’approccio e quindi perlomeno un lato del giudizio sarebbero stati diversi? Indubbiamente sì, per coloro che sanno chi siano Soderbergh e Minghella e che da questo feticcio d’amore e odio non possono fuggire, come attenuanti e come aggravanti. Provarci con una senza sapere che è fidanzata.

Ma se trovo nel leggerli, nel venire a conoscenza dopo d’aver assistito ad una soderberghata (cioè pregi, difetti, caratteristiche già appurate, presuntuosamente), un autotradimento conflittuale perché nel volerli considerare avrei già dovuto sapere della loro presenza pare più d’aver assistito alla visione di me di un altro tempo che guardo un film che al film stesso, un film che era molteplici, mentre ne consideravo uno solamente senza veramente volerlo, cercando una cosa che voglio – almeno parziale politica degli autori – e che è fulcro d’ogni cosa ma che come ogni cosa è imperfetta: ho sbagliato?

Così come Cassandra’s dream assume fuochi differenti che la si consideri un film di Woody Allen in generale, la terza parte della trilogia londinese o Un Film nel senso più puro.

Così come un Film di Tinto Brass sarebbe ben accetto se non ci fosse il suo nome.

Qui non potevo, incurante.

L’onniscenza è impossibile e neanche umanamente vicina, ma non si riesce a fuggire da quel senso d’imbarazzo (con se stessi), quella che propriamente è una gaffe.

Non sbagliamo, anzi sì, perché le regole ce le diamo da noi. Ma facciamo del nostro meglio, nulla è dovuto. Avrei potuto saperlo ma non lo sapevo, anche se sento che avrei dovuto.

 

Anche perché poi Michael Clayton sarebbe stato un brutto film anche se l’avessi considerato fotogramma per fotogramma, frase per frase un by Soderbergh.

 

(20/10/07)

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