
MA QUESTO CINEMA ORIENTALE…
IL CINEMA ORIENTALE… NON
E’ MAI STATO VIVO – A cura di
Luca Lombardini
La soluzione di un problema, ammesso che esista, dipende dalla scelta
dell’angolatura attraverso la quale si decide di guardare al quesito in
questione. Nell’ormai celebre editoriale di FilmTV firmato da Pier Maria
Bocchi, erano presenti almeno tre prese di posizione degne di nota. Tre
punti di partenza e arrivo parimenti importanti, per affrontare la conclusione
che poi dava il titolo all’articolo stesso: Il cinema d’oriente è
morto. Il primo punto sul quale si potrebbe dibattere a lungo è il seguente.
Siamo sicuri che sia giusto parlare di cinema orientale? Se si cerca
un’etichetta per dare un immagine riassuntiva e superficiale alle proprie
visioni/passioni sicuramente si. Se invece si parla di cinema in quanto forma
d’arte e fenomeno espressivo/produttivo, non si può commettere errore più
grande perché, se esiste il cinema orientale, dovrebbe esserci anche un
“panamovimento” riconducibile all’etichetta di cinema
europeo. Cosa di per se impensabile, viste le difficoltà che si incontrano
nell’individuare un cinema non dico italiano, ma almeno francese, inglese
o spagnolo. Premessa fondamentale sulla quale meditare a lungo, che non deve
distrarre da quello che sembra essere il fulcro del dibattito: la mancanza di
un “pensiero” unico e riconoscibile. Fin dall’invasione delle
pellicole targate fratelli Shaw, ci
siamo abituati a pensare a quel cinema con la comodità di chi vi vede
un’idea univoca. Sospetto che diventa prova quando si ripensa alle
infatuazioni per la New Wave di Hong Kong prima, e per il nuovo horror
giapponese poi. Posizioni agiate, che riviste a posteriori sollevano polveroni
obsoleti, perché inerenti alle eterne discussioni sui generi, in grado (secondo
alcuni) di soffocare la libertà dell’artista per inscatolarla in una
serie di prodotti già visti e omologati tra loro. Una spirale dalla quale non
si può uscire senza dover far ricorso alle soggettive vie di mezzo. Da che
mondo è mondo infatti, tutti i grandi registi si sono misurati con i filoni e
con i film su commissione. Ogni cineasta è a suo modo un autore e per capirlo,
basta fare uno sforzo analitico in più per riconoscere la sua poetica anche
all’interno di prodotti che possono apparire standard. Se esiste una
certezza è che il cinema proveniente da oriente è cresciuto, ha guadagnato in
visibilità e rispetto, e merita di essere esaminato regista per regista, senza
dover ricorrere a semplicistiche chiavi di lettura. Probabilmente è morta
questa concezione che si aveva in passato, e che in parte continua ad esistere:
più che resuscitato, il cinema orientale va ripensato. Con tutte le fatiche del
caso. Perché adesso risulterebbe quanto meno fuori luogo parlare di To come esponente del cinema di Hong
Kong, o di Miike come portabandiera
del Giappone. Miike e To sarebbero loro stessi anche se fossero
nati in Irlanda o in Perù, probabilmente non tratterebbero gli stessi temi, ma
farebbero sicuramente dei gran film. Diversi, ma sempre gran film. Quello che a
molti sembra essere sfuggito però, è il problema sollevato da Bocchi circa a metà articolo: la
ricezione italiana di questi prodotti. Tema trattato attraverso la metafora
culinaria e del pubblico a digiuno. Solo soffermandosi su questo punto si può
capire il livello di ignoranza medio in Italia, e comprendere che rispetto a
questo, le chiacchiere su dipartiti veri e presunti della settimana arte stanno
a zero. Nella nostra ridente penisola il cinema asiatico tutto, è praticamente
sconosciuto. Se si escludono gli appassionati sono in pochi a parlarne, perché
il grande pubblico non è stato mai abituato a vederlo e ad apprezzarlo. E come
dare torto allo spettatore medio se la distribuzione nelle sale è praticamente
inesistente, (eccezion fatta per i wuxia di Zhang
Yimou, che comunque vengono sempre presentati come epigoni di Kill Bill), mentre quella home video
risulta assai saltuaria e lacunosa? Ecco il vero problema: il pubblico italiano
non apprezza il cinema orientale perché non lo conosce. Esiste l’import
certo, ma perché io spettatore, dovrei decidermi a guardare un film
sottotitolato in una lingua non mia, quando i film americani arrivano al cinema
doppiati? Da qui al digiuno il passo è breve. Ci si imbatte in Old Boy, si grida (giustamente) al
capolavoro e, per mancanza di alternative ci si ferma. Con queste premesse è
naturale che a Udine vinca un film
sicuramente in linea con il Park
pensiero, ma tutto sommato modesto. Probabilmente un certo modo di pensare il
cinema orientale è morto, perché non essendoci al momento una “nouvelle
vague” della quale infatuarsi bisogna “accontentarsi” di
singoli autori.
Ma il vero dramma che nessuno ha il coraggio di denunciare, è che quel cinema
in Italia non è mai stato vivo. Se si devono usare i fazzoletti, allora lo si
faccia per la causa giusta.
IL CINEMA ORIENTALE… E’ IL
CINEMA ORIENTALE – A cura di Nicola
Cupperi
Il primo pensiero che mi è saltato per la testa è: quali altre cinematografie
nazionali possono fregiarsi del diritto di dire che oggigiorno stanno
producendo una corrente cinematografica? Ma vabbè, questa è una mia ignorante
limitazione, ora passiamo al vivo dell'affair.
Parlando dell'import italiano, ormai sfondano veramente solo film che recano
nei titoli di testa il messaggio urlato: QUESTO FILM è PIACIUTO A TARANTINO.
Quindi direi che trattare della qualità del rapporto tra il pubblico medio e il
cinema orientale è inutile: si tratta di un rapporto falsato dal mercato.
Il cinema orientale. Allora, forse solo una cinematografia orientale in questi
anni ha rischiato la morte certa, quella giapponese; che buttandosi sul
mainstream horror che tanto le ha dato fortuna, ha rischiato di collassare
dimenticandosi di tutto il resto. Negli ultimi due anni ci sono stati ottimi
segni di vita, ma i giudici sono ancora in camera di consiglio.
Hong Kong: la particolarità della sua cinematografia è anche la sua ancora di
salvezza. Hong Kong produce solo film di genere, che in alcuni ben conosciuti
casi si innalzano a film d'autore. La cinematografia di genere avrà sempre
cittadinanza in ogni cinema del mondo, e permette importanti differenziazioni
di produzione: si può produrre film ad altissimo budget e film a basso costo le
cui riprese durano due giorni. E il bel film è sempre dietro l'angolo. Questo
perchè tutti si conoscono, non ci sono sprechi inutili di tempo e denaro. Il
problema è che il ricambio generazionale è lentissimo. Ne abbiamo un esempio
con Yau Nai ho, lo sceneggiatore di Johnnie, unico vero esordiente di questa
stagione, oppure Lam Tze Chung,
pretoriano di Stephen Chow.
Corea del sud: qua stiamo veramente a cavallo, e Bocchi può andare a cagare. Se poi qua in Italia arriva solo Park et similia per la storia della
scritta gigantesca “Tarantino”
è un'altra storia, coglioni noi e chi ci porta i film in casa. La Corea è in
questo momento il paradiso filmico: pellicole stupende fanno incassi che sfiorano
i 100 milioni di dollari (!!!!) (The Host),
ottimi esordienti sbucano come i funghi dopo che ha piovuto, e i registi
affermati continuano a lavorare e produrre ad alto livello.
Cina: E’ un posto a parte, veramente fuori dal mondo. Però ha un sistema
che le permette di mantenere costantemente in vita il proprio cinema. I registi
che vengono sfornati dalle università statali possono automaticamente mettersi
a lavorare. Questa, con tutti i suoi limiti, è comunque una gran cosa. Poi
dalla fine degli anni novanta esiste un'ottima, ma difficoltosa, spinta
indipendente che ci ha regalato Zhang
Yuan e il Jia. La Cina è
certamente la cinematografia più insondabile e imprevedibile, due aggettivi che
io non associo alla morte.
Concludendo, il quadro mi sembra abbastanza chiaro. La globalizzazione ha
colpito anche l'oriente, no fuckin' doubt. Ma un cinema popolare così
intelligente è difficile trovarlo da altre parti. Quello che arriva in Italia
non fa assolutamente testo. Quello che dice Bocchi
ha pochissimo senso, sempre tenendo conto del fatto che realmente oggidì non
sembrano esserci sentieri battuti in massa da un qualche gruppo di artisti con
fare e pensieri comuni.
Se posso poi concludere con la mia solita stronzata romantica e di parte,
vorrei dire che a cercare bene in Oriente c'è una corrente. Si tratta della
corrente del cinema orientale, sic et simpliciter. Le peculiarità e le bellezze
del cinema asiatico che conoscevamo ancora ci sono e pulsano con vivida
vitalità.
IL CINEMA ORIENTALE… E’ IL
MIGLIORE DEL MONDO – A cura di
Pierre Hombrebueno
Non è leccaculaggine, ma semplice statistica mentale. Sempre supponendo che
questo Cinema Orientale esista. E se per esistenza intendiamo sempre la
“collettività”, allora possiamo dirci d’accordo con Pezzotta quando dice che “Il
Cinema Orientale non è mai esistito, perché un Autore di Hong Kong non ha nulla
da spartire con un Autore Taiwanese o Giapponese”. Va bene, ma mettendola
così non dovrebbe esistere nemmeno il Cinema Italiano, perché Sorrentino non ha nulla da spartire con Tornatore od Olmi. Dunque? Dunque, tralasciando momentaneamente altre
riflessioni in proposito, prendiamo l’etichetta “Cinema
Orientale” solamente dal punto di vista geografico: “Cinema
Orientale è il Cinema che viene prodotto nel Pan-asiatico”. Il nostro Nicola Cupperi ne ha tracciata una mappa
sintetizzata poco sopra, che gradirei arricchire con altre cinematografie come
quella Tailandese e Filippina, che di sicuro, non solo non sono
“staticamente morte”, bensì, al contrario, stanno (ri)nascendo
solamente ora nei vari circuiti internazionali, e la presenza dell’ultimo
Ekachai Uekrongtham a Cannes non è un
caso. Nemmeno i passaggi (e le vittorie) degl’ultimi Solito e De Los Reyes in
quel Berlino, dopo ormai decenni e decenni in cui il Cinema Mainstream
Filippino non veniva accolto così bene all’Estero nei Festival
Occidentali (l’ultima volta Lino
Brocka e Ishmael Bernal erano
ancora in attività, pensate!).
Questo, giusto per un tracciato del bilancio. Perché ormai il sottoscritto ha
spiegato altrove che non gliene fotte un cazzo di minchia se manca una
“Visione d’Insieme”, una “New-new(new)wave”,
perché l’importante è avere una schiera di (vecchi e nuovi) Autori in
creazione di film buoni-ottimi-capolavori ogni cazzo di giorno. E davvero,
sinceramente, la riflessione portata da Bocchi
mette una gran tristezza, perché è un Editoriale pericoloso, capace di
influenzare i cinefili ai primi approcci con questa cinematografia, e di
scoraggiarli nella scoperta e svisceramento. Beh, se dopo aver visto Still Life avete creduto d’aver
vissuto qualcosa di Grande e Nuovo, state tranquilli che non è stato un
semplice abbaglio. Still Life
E’ qualcosa di GRANDE E NUOVO. Urlatelo fra le strade perdio, che avete
visto qualcosa di GRANDE E NUOVO.
L’unico e vero problema è già stato espresso altrove. Ed è “il
solito” problema, quello della distribuzione e fruizione.
“Il pubblico italiano non apprezza il cinema orientale perché non lo
conosce. Esiste l’import certo, ma perché io spettatore, dovrei decidermi
a guardare un film sottotitolato in una lingua non mia, quando i film americani
arrivano al cinema doppiati?”.
E ancora
“La storia della scritta gigantesca “Tarantino” è un'altra storia, coglioni noi e chi ci porta i
film in casa”.
In un contesto drammatico, tristissimo, come quello della (non) promozione del
Cinema Orientale in Italia, l’ultima cosa che può servire d’aiuto è
un Editoriale (su una delle (poche) Riviste di Cinema più lette della nazione
per lo più) che proclama la Morte del Cinema Asiatico. Tutto ciò è nocivo, e
invece di promuovere, non fa che scoraggiare ed allontanare quei pochi
volenterosi della resistenza. Per questo il sottoscritto è assolutamente
contrario al Bocchi-Pensiero.
“Può andare a cagare” (cit.).
Appurato che il Cinema d’Oriente pulula di Auteurs (sfido chiunque a
dimostrarmi il contrario), per il sottoscritto molti di più che in Europa o
negli States, l’unica azione giusta e sacrosanta da fare è cercare di
portarne il maggior numero possibile alle orecchie e agl’occhi di quella
militanza che ha ancora la Passione e la santissima buona volontà di andare
oltre le solite proposte. Anche e soprattutto considerando che l’80% di
questi Autori, nei circuiti tradizionali italiani, non arrivano. Eppure un
mini(ssimo) branco di cinefilia dagl’occhi aperti c’è, li vediamo
ai Far East di Udine (ogni anno
sempre più affollato), e nei Cineforums. A volte stanno alzati fino a mattina
per riuscire a vedere, grazie a Ghezzi,
l’ultimo film di Hirokazu Koreeda.
Eh già. La lotta continua. Il momento è più opportuno che mai. Perché stavolta,
a coprirci il culo, si sono svegliate anche istituzioni/manifestazioni. La
corrente è favorevole perché, di nuovo,
Pezzotta docet, “Il Cinema Orientale va di Moda”. Una moda
(ancora) limitatissima, ma che è già riuscita a dare alcuni buoni frutti, uno su
tutti il passaggio recente su RaiSat
di due film diretti da Shunji Iwai,
uno dei migliori Autori non solo del Cinema giapponese contemporaneo, ma di
tutto il Cinema mondiale. Eppure, ciò non basta. Perché Iwai, continua a conoscerlo un ceppo secco. Il lavoro è lungo e
faticoso. Ma non c’è tempo per le messe funebre. Vere o false che siano.
(03/06/07)