LA MALA ORDINA

REGIA: Fernando Di Leo
CAST: Mario Adorf, Henry Silva, Woody Strode
SCENEGGIATURA: Fernando Di Leo


A cura di Pierre Hombrebueno

E LA MALAVITA CONTINUA…

Fernando Di Leo continua la sua scoperta verso le viscere mafiose italiane fatte di sparatorie e violenza dopo il grande Milano Calibro 9, pietra miliare del Cinema d’azione.
L’autore riprende una tematica cara a Hitchcock: un uomo insignificante che a sua insaputa viene coinvolto in un affare più grande di lui.
L’insignificante della situazione è niente di meno che Mario Adorf, che dopo aver interpretato magnificamente il Rocco duro e meschino di Milano Calibro 9, si trasforma in uno straccio, un magnaccio qualsiasi pescato dalla strada che si ritrova in mezzo ad una caccia all’uomo da parte di Mafiosi dove la preda è nient’altro che lui.
Di Leo ci porta un’opera meno dinamica del precedente, in La Mala Ordina non sussiste il prologo adrenalinico, in quanto il regista intende ricreare un climax direttamente proporzionale alla psiche del protagonista.
La tematica affrontata è quella dell’uomo sempliciotto che davanti a barbarie subite, si trasforma in una belva assassina, pronta a fare il culo a chiunque, sia ai malavitosi da 4 soldi che con il Padrino in persona.
Se in Milano Calibro 9 la spirale decadente in cui Di Leo ci butta è la violenza più esplicita (quindi visiva), questa volta l’infernale spirale è dentro la mente del protagonista: La violenza non è più nelle strade, ma direttamente nell’anima, e nasce pian piano prima di esplodere in un delirio di carneficina.
Proprio perché il film ruota attorno al personaggio principale che giocano un ruolo essenziale le soggettive, numerosissime. Non solo subiscono la funzionalità di trasmigrare emotivamente lo spettatore, facendolo riconoscere nel protagonista come fosse nei suoi panni, ma anche una funzione “taglia-quadro”. Vedendo infatti solo ciò che il personaggio delinea con lo sguardo, il quadro è inevitabilmente tagliato, frastornato, ricreando così un clima di enorme suspense ritmico.
Ancora una volta Di Leo ci espone il suo pessimismo, un mondo dove non ci sono vincitori, ma solo perdenti. La vittoria è solo simbolica, la lacerazione interiore è incancellabile. Come in tutte le guerre, quelle guerre che non sono fatte di bombardamenti capitaliste in terre lontane, bensì tutt’attorno a noi. Dentro di noi.

(22/03/05)