LUSSURIA

REGIA: Ang Lee
SCENEGGIATURA: Eileen Chang, James Schamus, Hui-ling Wang
CAST: Tony Leung, Joan Chen, Chih-ying Chu
ANNO: 2007


A cura di Alessandro Tavola

VENEZIA 07’: L'ACQUA SENZA LE ROSE

 

Il riverbero è quello di uno stadio dopo un grande fallo, un errore, una scorrettezza. La coalizione tra chi ha visto tutto e chi ha visto niente, di chi simpatizzava, amava (da sempre o per sedimento veneziano di due anni prima), odiava (omofobici o cinefili poco versatili), verso un secco, deciso e inimmaginato «No!».

Senza dubbio, Lust, caution è stato molto visto a Venezia: curiosità ambulante o militante, tra i primissimi film in programma, d’un autore se non famoso, conosciuto. Ancora senza dubbio è stato apprezzato, anche senza riserbo di passione ecumenica nella durata, ma con la dimenticanza fuggevolmente successiva. All’infuori della determinazione e della maestria stesse, che tutt’altro mancano, solo la Giuria, che, ricordiamo, era sì di sette registi (macchiati di rosso) ma di cui uno per caso e l’altro per culo (senza andare oltre le colonne d’Ercole), pare averci visto qualcosa, qualcosa che non fosse il chiostro stesso del gio(a)strar(r)e dell’impudicizia registica, non nell’eros palese e astioso ma nella grafia che Ang Lee ha sempre avuto, fulgidamente e al contempo timidamente, sempre pregna come se fosse un primo bacio, il primo contatto con la pelle di qualcun altro – Cinema che così scruta tutto, curioso d’ogni odore, colore, umore e, immancabilmente, sapore, che qui torna, quasi depurato di wuxia, supereroi e cowboy, fin troppo.

 

Sguardo che se fu conosciuto non può che guizzare subito in mente, intrecciandosi con la retina, che qui ha molto su cui giocare, dapprima coi pensieri già presenti d’un percorso visual-spettatorial-registico, che non può venir meno di quella soddisfazione che si ciba di deja vù, ma che scema per quanto riguarda l’opera in sé, perchè è proprio quel sopravvento di alchimie e residui passati che apre varchi colmi di punti interrogativi sull’evolversi dell’autore in sé, senza però ammendare a priori un magari gustoso ripetersi ma rimanendo comunque bloccato, spaesato, trafitto da ricordi di ricordi d’altre pellicole d’altrui realizzatori, non senza un appiglio-Ang Lee che (de)tiene ma che è tutt’altro che trampoLeeno: Lust, caution è un film diluito, di cui le premesse paiono dissolversi pian piano nel ridondare che più che una calma pare una presa di tempo che non sempre avvolge, anzi allenta il nodo fino a perderlo.

Non basta il raffinarsi nel mescolarsi di personaggi senza inventiva e luoghi fata(lizza)ti che godono, tremano felici di un omaggiare il technicolor bicolore (ricordando: premio alla fotografia ben meritato) e un meteo/stenografare fuorviante leggiadro e deciso, incantevole, umido di cose e dilatazioni segnate col trackare dalla macchina da presa i cui (dietro) pensieri sornionamente fumosi nell’architettare risultano danza senza musica, musica senza tema, tema senza idea.

Torbido imbarazzo che perde la carne intorno a sé, bollito troppo a lungo: quel primo bacio cinemotivo si dimentica da solo, nel ricorrersi troppo o troppo poco (non è dato sapere, non si nota, non si deduce) fino a diventare dimenticanza, demenza da carillon che ad un punto, quello della violenza silenziosa hanekiana e dell’erotismo scatarrato in faccia non sa che farsene, rimasto al palo di quella prima partita a domino e dei suoi personaggi pieni di mistero, che d’un racconto breve erano e che di un film troppo trasparente sono.

 

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(18/09/07)

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