


LUCI NELLA NOTTE
REGIA: Cedric Kahn
CAST: Jean Pierre Daroussin, Carole Bouquet, Vincent Deniard
SCENEGGIATURA: Cedric Kahn, Jean Pierre Darroussin
A cura di Davide Ticchi
MULHOLLAND PALMS
Dal momento che si attendeva il miglior film della stagione, ci si è fermamente
convinti che non uno, ma molti di più, fossero i
capolavori giunti finora nelle nostre sale cinematografiche. Ma quanto è vero
che il meglio va cercato e solo dopo un po’, forse, anche trovato; arriva
per darcene la conferma questo terzo film di Cedric Kahn, e così come accadde
la stagione scorsa con il scioccante “29
Palms” del regista francese Bruno Dumont, è ancora una volta dal taciturno
territorio francese che ci proviene il miglior prodotto di un intera annata.
Sta tra Chabrol e Lynch, tra Clouzot e Dumont appunto, e dopo lo schizofrenico
“Roberto Succo” Cedric Kahn si proietta verso
la ristretta cerchia dei cineasti che contano. Attraverso un
perfetto road-movie si possono percorrere e scovare numerose frontiere
della mente umana, sembra suggerirci il regista, e solo con
l’interruzione e la sconnessione di questa alla monotonia della vita
reale, sperimentarne le reazioni. Così come la spasmodica ricerca di qualcosa
che sopraelevi alla mondanità, ovvero ciò che porta il protagonista ad
assuefarsi all’alcol, a non poter fare a meno di esso
senza ricadere nel paragonare e invidiare sua moglie piuttosto che se stesso.
Lei che è una classica donna in carriera poi, avvocatessa
e con due sole settimane all’anno da dedicare ai propri figli, quelle
delle vacanze estive, lo fa sentire a carico di tutto, ovvero con meno priorità
di un’affascinante donna perennemente ricercata (anche dal cellulare,
s’intende). Lui che si deve contrapporre a questo status, che lo vede
svantaggiato in ogni senso, deve cercare di uscirne e di uscire a bere ora un
whisky doppio e ora tre birre, prima di incontrare la donna che per lui, sarà
quasi fatale. Sì perché a breve, anche se i tempi sono resi
dilatatissimi, i due dovranno raggiungere i propri figli ad una colonia di
Bordeaux, per formalizzare l’abituale vacanza estiva del tipo moglie,
marito, figlio, figlia. Ma il marito appare
irrequieto durante il viaggio per Bordeaux, trova in ogni minima parola della
moglie qualcosa da contraddirle più o meno esplicitamente. Poi esasperato
scende dall’auto e si dirige in un bar a bere ancora, fa la conoscenza di
strane persone che gli offrono bicchieri e se li lasciano offrire, fino a
quando tornando in macchina non troverà più sua moglie, ma un bigliettino sul
sedile del guidatore che riporta la scritta: “proseguirò
in treno”. Mentre lui rincorre il treno incappa in posti di blocco che
segnalano la fuoriuscita di un pazzo criminale di galera, proprio colui che cambierà per sempre la vita e le percezioni del
reale di questa coppia.
In sospeso, come un quadro di nera torbidezza monocromatica, il cinema francese
torna ad analizzare i significati e i sentimenti più oscuri che si aggirano tra
le quattro mura di casa. Il rapporto conflittuale tra moglie
e marito, la presenza fonica e pressante dei figli, il timore per
l’ignoto e il sonno che risucchia le identità solo per quei momenti dove
le luci nella notte splendono. Semplicemente costruito e sviluppato in
questo modo per quasi metà film, Luci nella notte assume un carattere di
perfezionismo d’immagine e geometria degli elementi inquadrati già
riscontrabile nei titoli di testa, come nelle fluide inquadrature esterne al
veicolo in viaggio per le interstrade francesi, che preavvisa un certo
stravolgimento e sconvolgimento contenutistico nei restanti minuti del film. Il
tutto però avviene con appassionante riservatezza e interiorità stilistica,
proprio come negli stessi protagonisti del film, che subiscono
lo stesso mutamento inconsapevolmente, ma dettato da un potente agente esterno
incontrollabile, come la violenza. In questo senso il ruolo cardine del film è
quello di Vincent Deniard, criminale silenzioso e titubante che non fa mai comprendere
a fondo la sua natura di portatore di morte, forse proprio perché confacente
agli incubi del protagonista, che lo vede come un diavolo insanguinato e
spietato. Lui che come un Virgilio maledetto ci guida per le vie di un inferno
di strade suburbane e cupi boschi di notte, dove non c’è un’anima
viva, bensì la vivissima presenza di anime morte. Così
per espiare le colpe dei due coniugi, come per vendicare le proprie vittime,
egli porterà la coppia a ritrovare la perduta felicità(?), dopo aver vissuto
tutto il dolore del mondo.
Jean Pierre Daroussin qui supera sé stesso, in un
interpretazione magistrale di un uomo sottomesso in ogni occasione e
sempre a sé stesso, proprio come dimostrano i 12 minuti di piano sequenza dove
lui in cerca della moglie, effettua infinite telefonate per ritrovare il senso
delle sue azioni e della fine della consorte. Rimangono così congiunti gli
elementi catalizzanti del cinema di tanti maestri, che scissi in un film di egregio valore tecnico e sconvolgente senso visivo e psicologico,
risultano talmente ben amalgamati e funzionanti, da far desumere che si tratta
di un ormai raro esempio cinematografico di perfezione drammatica e minimale.
Tratto dal romanzo “Feux Rouges” di Georges Simenon.
(29/05/05)