

LE LUCI DELLA SERA
REGIA: Aki Kaurismaki
SCENEGGIATURA: Aki Kaurismaki
CAST: Janne Hyytiäinen, Maria Heiskanen, Maria Järvenhelmi
ANNO: 2006
A cura di Marco Compiani
NEGAZIONE
VITALISTICA… ILLUSIONE DI UNA SPERANZA
Entrare nel cinema di Kaurismaki dà un non che di anestetica
disperazione.
Il suo sguardo che con Luci della sera conclude la cosiddetta
“Triologia dei perdenti” (insieme a Nuvole in viaggio e L’uomo
senza passato) riflette sempre un mondo spietato, auto-annullante, dove i
protagonisti galleggiano come fantasmi, evanescenti io fluttuanti in una
dimensione di drammatica indifferenza. Con un cinismo-sprezzante e con punture
d’ironica (dis)umanità, l’autore (in)coll(oc)a le sue vittime in
una società vuota di sentimento, glaciale nei rapporti interpersonali, dove
l’individuo non può far altro che abituarsi inevitabilmente ad un ritmo
dilatato e desensibilizzante di una vita ripetitiva ormai basato su una
routine.
E’ il caso di Koistinen ,manifesto degli (anti)eroi del finlandese, che
differentemente dai precedenti personaggi dei due capitoli precedenti, risulta
inserito in un processo di formazione(?) molto più all’insegna della
solitudine (in Nuvole in viaggio i due protagonisti, benché afflitti dal
flagello della disoccupazione, sono marito e moglie, e tentano di andare avanti
appoggiandosi l’un l’altro; ne L’uomo senza passato,
l’Io riesce comunque, grazie alla perdita della memoria, ad inserirsi in
un nuovo contesto, quello dei senza-tetto).
Ci troviamo infatti di fronte ad un guardiano notturno che fin
dall’inizio è presentato nella sua contraddittoria oscillazione tra un
misantropismo-masochistico e tra una profonda necessità di affetto, di
compagnia (rapporto amichevole con una donna che serve in un chioschetto);
isolato dal mondo, da cui però è costretto a scendere a compromessi
(lavorativi), accentua il suo status quo di desolazione attraverso il suo
impiego, ulteriore elemento di emarginazione.
Sarà l’incontro con Marta, femme fatale di echi noir (ma anch’essa
svuotata dal processo annichilente di Kaurismaki), a provocare la prima
svolta. Un cambiamento che assume le forme della fregatura (Koistinen viene
sfruttato da una banda di cui fa parte la donna per poter fare un colpo ad una
gioielleria) portando il protagonista a finire in carcere. Da qui si sviluppa
un altro elemento della poetica del regista: la volontà di salvaguardare la
propria dignità, che accende in Koistinen un forte senso di vendetta che lo
porterà a un tentativo di rivincita (fisica) nei confronti di coloro che lo
hanno incastrato.
Parlare di ossessione per il rispetto della propria dignità rientra nel
processo ironico di caratterizzazione dei personaggi. In Nuvole in viaggio
Lauri rifiuta i sussidi statali per i disoccupati affermando: “Non voglio
compassione, il mondo va avanti lo stesso”.
Questa sorta di psicologia paradossale è da riallacciare al più esplicito
modello da cui Kaurismaki attinge: Chaplin. Prendendo in analisi
solo la maschera di Charlot si noterà la volontà di negare (ma anche
accentuare-idealizzandola) la propria condizione sociale mostrandosi
grottescamente in uno sfasciato abito da galantuomo, ma rimanendo pur sempre un
vagabondo da strada.
Anche questo richiamo però si presenta solo come un nostalgico sguardo verso il
passato (filmico) dal momento che l’umanità viene tratteggiata senza
alcun (apparente) vitalismo.
Un elemento affascinante e di ulteriore forza-contrastiva è la recitazione
degli attori, presentati presentati in una mimica facciale congelata,
pietrificata (di chiara ascendenza keatoniana), evidente esorcismo per le
sofferenze continue; e proprio come nel caso di Keaton, non bisogna
assolutamente ridurre questo espediente ad una presentazione dei personaggi
piatta e univoca, in quanto questi volti bloccati, grazie anche ad un uso
radente della luce, presentano sempre una forte pienezza interiore, il cui
specchio è lo sguardo. Gli occhi sbarrati, persi, rassegnati sono il veicolo di
un’anima fratturata, disperata, in simbiosi con il proprio destino, ma
pur sempre con un barlume di possibilità.
E’ la speranza di un dettaglio, di due mani che si stringono e che probabilmente
ci indicano che la vita va avanti lo stesso, e che al di là di tutto, bisogna
continuare a vivere.
Il pessimismo di Kaurismaki non termina nel baratro del nichilismo, ma
prova in tutti i modi a lasciare un po’ di spazio per provare a rialzarci
e ricominciare a camminare.
Un cinema minimale, esasperatamente minimale, sia in termini di sceneggiatura
che di messa in scena. Dialoghi singhiozzanti che si manifestano in una
incredibile brevità delle battute, evidenziando così, nella propria ideologia,
l’importanza dell’immagine al di sopra delle parole, e ovviamente,
appare chiaro che questo processo sia nient’altro che un atto di
amore/nostalgia verso il cinema muto, del quale Aki ripropone gli
stilemi più caratteristici: il tocco registico si presenta con inquadrature
statiche, fisse, prive di alcuna forma di movimento (nel caso di avvenimenti
dinamici questi vengono sempre relegati in un inquietante fuori-campo), con
susseguirsi di riquadri sincopatici che spesso si spengono in dissolvenze su
nero, come a mostrare una fatica dolorosa anche per lo sguardo. Ma questa
particolarità merita più ampia riflessione, costringendoci a chiedere, in
primis, il senso di girare un film come fossimo rimasti a 100 anni fa. Se da
una parte persiste un magnifico senso di viva nostalgia e fascino
(necrofilico?), dall’altra è inevitabile provare nel contempo un senso di
fastidio per il ritorno a questa passività della mdp, rassegnata a osservare il
tutto e a registrare apaticamente la linea narrativa che procede con difficile
lentezza. Perché con l’Arte (perduta) di Kaurismaki bisogna scendere sempre ad un doloroso compromesso, in
quanto l’identificazione con la materia trattata rischia sempre di
trasformarsi in un rigetto necessario, come a voler negare una condizione di
vita (e cinema) odiosa da accettare e forse macchiata di un eccessivo
(iper)realismo pessimistico.
Una visione che dunque oscilla tra amore/odio odio/amore: Amore per un cinema
d’autore di coerenza straordinaria, Odio per un Cinema ormai incenerito e
difficile da fruire, a tratti indigesto.
(11/02/07)