

LOST: NARRAZIONE
SERIALE ALLO STATO PURO
A cura di Francesco Giulioli
riflessioni ed analisi dopo la
visione della prima serie di Lost
La visione di un’unica stagione può essere troppo poco per dare
un’interpretazione unitaria di una serie come Lost,
eccezionale per qualità, originalità e soprattutto reticenza, tuttavia ci si
può almeno avventurare nel campo delle impressioni articolate, in attesa che la
seconda serie, di cui è appena iniziata la programmazione in Italia, scopra le
sue carte.
In primo luogo, una delle impressioni più forti trasmessa dalla nuova creazione
di J. J. Abrams è che essa rappresenti in qualche
modo il perfezionamento (quando non l’esasperazione) di moduli narrativi
sperimentati con successo dalla serialità americana
degli ultimi anni. Sintetizzando, si può dire che in Lost
si esprime la piena maturazione del meccanismo della sorpresa,
un’elaborazione originale della struttura della puntata e della serie
stessa (attraverso l’espediente del flashback), e un’esasperazione
del principio dell’attesa. Lost appare quindi
come il luogo dove arriva a compimento l’arte americana del racconto
seriale, il diamante scaturito dalla pressione di una storia ormai illustre, da
Hill Street Blues a oggi. E nello stesso tempo
potrebbe persino esserne il punto di non ritorno, magari l’annuncio di
un’apertura verso modelli e ritmi diversi, come per esaurimento delle
coordinate attuali. Chissà se fra qualche anno non andranno di moda fiction dal
carattere contemplativo come film orientali... (anche se naturalmente è molto
più probabile che il successo di Lost vada piuttosto
ad alimentare un buon numero di epigoni di livello inferiore, ma questa è
un’altra storia).
i piani del racconto
Dal punto di vista strutturale l’originalità di Lost
è da subito evidente e risiede nel modo tutto particolare in cui si integrano
flashback e narrazione al presente. Ogni puntata (salvo le licenze di inizio e
fine serie) mostra in flashback un episodio della vita di un singolo
personaggio, montato in alternanza con le peripezie collettive del gruppo di
sopravvissuti sull’isola. Lost ricorda per
certi versi un novelliere medievale alla Canterbury Tales,
in cui ogni personaggio del gruppo a turno racconti il suo percorso
individuale. In Lost però, la cornice non è inerte;
sia nel senso che è pur sempre sull’isola che succedono la maggior parte
delle cose e che si attua l’investimento più ovvio di curiosità
(“come faranno i nostri eroi...?”), sia nel senso che esiste una
forte comunicazione fra i due piani del racconto. Infatti, anche se in genere
il legame materiale fra gli eventi al presente e quanto è già avvenuto al
personaggio è tenue o inesistente, il flashback ci permette comunque di
chiarire il perché il personaggio si stia comportando in un determinato modo.
Nei migliori dei casi, le situazioni che si sviluppano nell’isola
assurgono a verifica del percorso esistenziale del personaggio, e costituiscono
il completamento della vicenda narrata in flashback. Si tratta di
un’interpretazione particolarmente innovativa di uno dei meccanismi
tipici della lunga serialità, l’alternanza fra
le linee orizzontali del racconto, ossia le situazioni che si protraggono per
più episodi, e quelle verticali, cioè lo specifico “caso” di
puntata. Questa gestione dei due piani temporali crea l’effetto di unità
separate ma comunicanti, attraverso l’uso di una retorica sofisticata e
di un’attenta gestione delle scoperte.
Lost si presenta quindi come una panoramica su un
gruppo di personaggi per lo più privi di legami reciproci (l’unica cosa
che li accomuna è l’aver preso lo stesso aereo) e posti in un contesto
apparentemente arbitrario, che li isola dal loro ambiente e dal loro mondo
affettivo originario – che andremo poi a scoprire tramite i flashback. Il
risultato più notevole di questa impostazione narrativa e strutturale è la
creazione di uno spazio narrativo totalmente disponibile, all’interno del
quale in teoria possono affacciarsi personaggi dal background del tutto
differente (vedremo in seguito perchè non è
esattamente così). L’isola è come il sottovuoto ideale degli esperimenti
di fisica, un ambiente puro che consente di isolare i vari personaggi e di
trattarli sia individualmente sia facendoli “reagire” gli uni agli
altri. Lo spazio dell’isola non è però uno sfondo neutro, ma è connotato
come luogo soprannaturale e al di là delle leggi del mondo ordinario. Ma
questo, invece che vincolare, non fa che liberare (per non dire
deresponsabilizzare) ulteriormente le potenzialità narrative: non solo è un
luogo dove può capitare chiunque, ma dove può anche accadere di tutto: orsi
polari, aerei misteriosi, voci che che sussurrano
nella giungla e via dicendo. Queste sono premesse ideali perchè
Lost persegua il suo esperimento sul racconto, verso
una sorta di narratività assoluta, per il quale si
avvale di un uso iperconsapevole dei due strumenti
principali della valigetta del narratore: la sorpresa e la suspense.
personaggi a sorpresa
Più che di sorpresa sarebbe piuttosto opportuno parlare di rivelazione, dal
momento che ogni personaggio è detentore di un segreto, o ha dei lati nascosti
in contraddizione con l’apparenza più immediata, e che quindi ogni
episodio è in primo luogo un processo di scoperta del protagonista di turno. Ad
esempio la ragazza incinta, che viene caratterizzata principalmente da questa
sua condizione, vissuta in modo placido e sereno (almeno finchè
non si scatena un oscuro interesse verso suo figlio), in realtà aveva deciso di
abbandonare il bambino e per questo soffre di un grandissimo senso di colpa. La
sorpresa è in effetti l’espediente retorico che maggiormente distingue i
flashback, anche se spesso le rivelazioni si snodano fra passato e presente in
un continuo gioco al rilancio con lo spettatore. Scopriamo quindi che il
misterioso avventuriero Locke non è che un modesto e
vessato impiegato (seppure interessato a intraprendere un rischioso viaggio di
“rinnovamento spirituale”). La sua storia termina con un autentico
colpo di scena: Locke era in sedie a rotelle quando è
partito ed è miracolosamente guarito in seguito all’incidente aereo, una
rivelazione che ci porta a rileggere sotto una nuova luce la sua storia e a
dare un nuovo significato alla sua presenza nell’isola. In casi come
questo la narrazione è in definitiva più orientata dallo sguardo dello
spettatore, che deve indagare il mondo del personaggio, che dalle azioni e
decisioni compiute dallo stesso.
Lost sembra avere uno schema privilegiato per
raccontare i suoi protagonisti, quello della caduta e del riscatto, che spesso
avviene sull’isola stessa (è il caso del tossicodipendente Charlie che salva il medico intrappolato nella grotta).
Altre volte abbiamo un oscillare attorno al giudizio etico sull’eroe, che
prima si degrada e appare peggiore di quanto non sia veramente, finchè non viene compreso a fondo: è il caso di Sawyer, truffatore traumatizzato (da manuale nel modo in
cui integra passato e presente; infatti qui è Kate a
improvvisarsi detective e a scoprire chi è veramemente
Sawyer).
Nel superare costantemente le apparenze rivelando il personaggio tramite un
sistema di sorprese, Lost dimostra di aver assimilato
la lezione della migliore serialità americana. Viene
ad esempio da pensare a ER, dove curiosamente questo procedimento si applica
quasi più ai pazienti – di cui non sappiamo nulla e che possono essere
oggetto di fraintendimenti o depositari di segreti – che ai medici, di
cui conosciamo vita morte e miracoli e che condividono un background comune.
Questa assonanza con i pazienti di Er rafforza la
nostra impressione che i personaggi di Lost siano le
cavie di un esperimento narrativo, poste in uno spazio assoluto e non
referenziale. La “assolutezza” di questa forma narrativa si
rispecchia anche in quanto detto sopra, nel fatto che il movimento di scoperta
dello spettatore è quasi più importante dell’agire del personaggio. Si
porta alle estreme conseguenze il principio che ogni svolta sul piano narrativo
preveda un cambio di stato a livello conoscitivo, portando a stabilire
un’identità fra i due. Complessivamente, il limite di questa impostazione
è data da un certo senso di meccanicità, che per
altro sembra in grado di produrre solo storie altamente drammatiche. Un limite
aggirato sia dall’abilità degli sceneggiatori di variare sugli schemi
fissi, sia dalla possibilità di far crescere il personaggio durante la serie,
facendo quindi della sua storia passata un termine di confronto dialettico col
suo nuovo ruolo sull’isola.
l’isola dell’attesa
Se nei flashback domina il meccanismo della scoperta e la descrizione con pochi
tocchi di un individuo, l’isola è il territorio della curiosità
insoddisfatta, di un’attesa di risposte eternamente dilazionata che va in
effetti al di là della mera suspense. La narrazione al presente, oltre a essere
il completamento dell’esperienza passata e il luogo
dell’interazione fra i diversi caratteri, è anche il momento in cui la fa
da padrona l’isola stessa, il più bizzoso e contradditorio
dei personaggi.
Come già detto, alla libertà narrativa nella creazione della galleria dei
protagonisti, corrisponde altrettanta libertà quanto ai fenomeni che si
verificano nel loro nuovo ambiente. Se dei personaggi qualcosa ci è detto e
qualcos’altro (spesso informazioni fondamentali) è lasciato indietro,
tutto quello che scopriamo sull’isola non fa che rilanciarne
all’infinito il mistero. Gli orsi polari, il “meccanismo di
difesa”, gli “altri”… nessuno dei suoi fenomeni più
perturbanti trova spiegazione nel corso della serie. Mentre le piste che hanno
uno sviluppo, come quella del segnale di soccorso in francese, non fa che
aprire ad altri misteri (la superstite, l’epidemia, i numeri magici). Lost si serve spudoratamente di un ordito di tiranti
narrativi, quasi una pletora di Mc Guffin, per uncinare l’attenzione dello spettatore e
traghettarla da un episodio all’altro, in modo che l’autoconclusività dei flashback sia bilanciata da
un’apertura virtualmente infinita. Anche nell’uso di questo
espediente Lost si situa in una dimensione eccessiva
e sperimentale, facendo lievitare la curiosità fino alla frustrazione. È del
resto l’aspetto che viene più criticato dagli spettatori, sebbene è
possibile che nella seconda serie venga data qualche soluzione (naturalmente
assieme a tanti nuovi enigmi). Ma a chi è rimasto deluso dalla conclusione
della prima stagione evidentemente è sfuggito come questo telefilm abbia
funzionato fino a quel punto: il finale con l’inquadratura a ristroso dentro la botola oscura ne riassume tutta
l’ideologia, rilanciando il mistero col suo esplicito invito a proseguire
oltre.
Il risultato di questa assolutezza narrativa, imperniata su un sistema di
scoperte e di misteri, sembra essere una sorta di pornografia della curiosità.
Tutta l’architettura della serie appare orientata in modo da suscitare
questo desiderio di saperne sempre di più, sia dei bizzarri misteri
dell’isola, sia circa i protagonisti. Anche sulle parti in flashback, una
volta che se ne è assimilato il meccanismo, lavora una forte componente di
interesse, in questo caso di stampo quasi voyeristico:
“e adesso voglio sapere qual è la storia di…” Storia che per
altro sarà sempre parzialmente reticente, congegnata in modo da dare abbastanza
informazioni perché la puntata sia intellegibile, ma
non di più. In qualche modo, la “purezza” narrativa che abbiamo
riscontrato in Lost rivela – in una forma
spettacolarmente evidente – la dinamica fondamentale che sostiene tutta
la lunga serialità (almeno quella basata su lunghi
archi narrativi orizzontali). Del resto, la narrazione seriale in quanto tale
ha come obiettivo primario quello di rimanere stimolante nel corso del maggior
tempo possibile, e per questo ha bisogno di suscitare curiosità più ancora che
emozione. Questa istanza elementare in Lost assume un
carattere più evidente, perché il concept su cui si
basa la serie teoricamente è più adatto a una narrazione breve: quanto a lungo
un gruppo di naufraghi può stare su un’isola deserta prima di salvarsi,
essere salvato o annoiare? L’isola deserta inoltre non è un ospedale, una
cittadina di frontiera o un college, e può sembrare una ambientazione poco
adatta per rifornire con costanza una stagione di nuovi personaggi e
situazioni. Queste due considerazioni elementari bastano a spiegare il perché
di un’impostazione narrativa tutta giocata sulla moltiplicazioni delle
domande, e sulla scelta della fantascienza come genere di riferimento.
si vede che era destino
Quella della fantascienza è veramente una scelta geniale, e per nulla scontata,
dal momento che una storia di naufragio ben si presta a essere declinata anche
in un registro puramente avventuroso. In effetti è più corretto parlare più
generalmente di fantastico, in quanto il repertorio fin qui esibito è piuttosto
vario e vago (voci e numeri misteriosi, premonizioni e predestinazioni, una
botola metallica nel terreno…). L’appartenenza al genere fantastico
ad ogni modo, non solo è il mezzo che consente la semina di indizi
indecifrabili necessari a mantenere l’interesse, ma è anche il luogo in
cui la serie trova unità e senso. Abbiamo detto come Lost
sia prima di tutto una carrellata su un gruppo di persone prive di background
comune e poste in territorio neutro. Questa è senz’altro una premessa
narrativa potenzialmente centrifuga, atta a generare una serie di ritratti
slegati e sparpagliati in un contesto astratto. Attraverso il ricorso al
fantastico – sempre ellittico e mai sistematico – Lost riesce a produrre senso proprio opponendo
costantemente resistenza alle sue stesse premesse. Uno degli aspetti su cui si
insiste di più è il sospetto che i naufraghi siano in realtà un gruppo di predestinati
che l’isola ha voluto chiamare a sé. Tutta la serie sembra lottare contro
una spontanea impressione di casualità per suggerire una qualche necessità
dell’essere sull’isola da parte di questo particolare gruppo di
persone, ed è proprio qui che agisce con maggior forza ideologica
l’assunto fantascientifico. Lo fa a volte in maniera implicita, spandendo
un ambiguo alone di magia sulle storie di alcuni dei suoi protagonisti: il
bambino, la donna incinta, il ciccione (ossia i diversi per statuto), dando
l’impressione che forse qualcosa li attendeva sull’isola da prima
del loro arrivo. Verso la conclusione della stagione, questa idea viene anche
esplicitata nel dialogo: è Locke, il più tenace e
fanatico esegeta dell’ambiente circostante a insinuarla al razionalista
Jack.
Se il gruppo non è finito lì per caso, allora è necessario che ci sia qualcosa
in comune fra i vari membri, e questo in qualche modo dà anche conto del perché
tutti abbiano inevitabilmente alle spalle delle storie particolarmente dure.
Del resto, l’isola è il destino di ogni personaggio in quanto ne è il
banco di prova, il territorio dove superare i propri traumi e paure. Questa
dinamica costituisce forse la poetica stessa della serie, il suo nucleo più
profondo e più produttivo di senso. Anch’essa viene esplicitata a più
riprese dallo sciamanico Locke,
che guiderà alcuni dei suoi compagni d’avventura nel loro processo di
crescita. È questo dunque il senso del percorso di tutti i protagonisti:
l’isola pone una sfida ai suoi nuovi abitanti, che devono fare i conti
con i propri fantasmi e possibilmente superarli. Il contesto fantascientifico
rende più accettabile questo tipo di logica e il suo ineluttabile ripetersi di
episodio in episodio. Grazie ad esso la serie ottiene un’identità di tono
che ha la meglio sull’eterogeneità dei caratteri (il soldato, la rockstar, la ragazzina viziata…), creando unità e
rafforzando la sensazione di un destino comune. La forza centripeta che tiene
insieme Lost è proprio l’unità di tono e la sua
blanda appartenenza alla fantascienza. Questo è un tratto che la diversifica
dalla maggior parte delle serie, dove a dare unità c’è il gruppo dei
protagonisti e il mondo che condividono, con la sua ideologia e le sue regole
precise. Ma in Lost abbiamo un’ambientazione
senza regole e con mille eccezioni, ossia tutti quegli elementi che servono
proprio a garantirne la permanenza nel fantastico.
Naturalmente anche la percezione dell’unità interna alla serie vive nella
dimensione dell’attesa, dal momento che per ora non ci viene fornita
alcuna teoria che ci spieghi perché il naufragio dei nostri eroi non sia
casuale. E quindi anche il senso della serie rimane sospeso, è un
“tendere verso” il senso. Allo spettatore si chiede di avere fede:
in questo senso il genere fantastico serve a creare una vera e propria mistica
di Lost. Anche il promo
della seconda serie attualmente in circolazione conferma questa necessità: lo
speaker pone l’inquietante prospettiva che se tutto è casuale, allora
nulla ha senso. Un personaggio pronuncia la frase “e allora che cosa
dobbiamo fare?”. La risposta fideistica della
voice over è “Credere, credere che nulla sia casuale”…
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