
A cura di Davide
Ticchi
Un
bagno di cinema nel quale è stato piacevole immergersi, a due passi dal Lago
Maggiore il Festival di Locarno offre qualcosa al panorama cinematografico
festivaliero di irrinunciabile. Un denso condimento di pubblico, partecipe,
attento e selettivo durante qualsiasi proiezione, che sia di cortometraggi o
vecchie pellicole realizzate dai giurati, normalmente date per
“sconfitte”. A Locarno no, questa non è la prassi passiva sine qua
non dell’attendersi registi divi e attori stranoti a tutti i costi, ma è
anzi il motivo di un intenso lavoro di ricerca condotto su larga scala, dal
primo all’ultimo parallelo mondiale. Che sia breve o lungo quindi, il
film risulta sconosciuto ai più e comunque tentativo di fare cinema con
passione, anche da parte di chi ha sempre vissuto quest’arte nei dietro
le quinte, fotografando, recitando, non conducendo perciò la carrozza come buon
cocchiere. A tutti prima o poi viene data la possibilità di esprimersi
attraverso qualche espressione d’arte, insopportabile è chi vi rinuncia,
mentre da ammirare chi si scaglia dietro un progetto cinematografico e ne
accompagna poi il prodotto finito alla ribalta di un festival che ama farsi le
ossa, sempre e comunque. Poiché chi arriva è esaurito della tensione che lo
costituisce nei principi di sogno, desiderio e ambizione, e siccome il cinema
non vuole mai farci smettere di provare queste tre emozioni, Locarno da
sessant’anni le palleggia con abilità e determinazione degne di un
fuoriclasse. Un po’ troppo lezioso e saccente forse, raramente si china a
spiegarci il motivo di un tiro velleitario, che intuiamo essere numerico, in
una selezione non sempre amalgamata, alle volte disorganica (alcuni film
trascurabili nella retrospettiva tutta italiana ‘Signore e
Signore’, altri addirittura inqualificabili della ‘Compétition
internationale’), ma comunque infarcita di tutte le salsine e gli aromi
bastanti a solleticare il palato degli spettatori.
E’ solo un pout pourri di intellettualismi, slittamenti e annullamenti a
far storcere il naso soprattutto alla critica, non molto contenta del palmarés
ma comunque comprensiva, noi inclusi. Incoraggiante invece per quanto riguarda
l’intensità e pertinenza dell’offerta, sparsa sul territorio fra
proiezioni, riproiezioni, seminari e feste. Ordine e pulizia svizzera,
giovanilismo scenografico e piena turistica fanno poi il resto.
Tutti motivi validi per farci addentrare nella rievocazione di una galleria
espositiva che, in questa sessantesima edizione di festival, si è comunque
rivelata d’indubbia ricchezza e caparbietà, in una parola, per noi
fiduciosi visitatori: ospitalità. Positif c’era, dal 06/08 fino alla cerimonia
di premiazione, con ben due unità esterne in più (Ludovico Merighi e Daniele
Rossi) oltre a quella redazionale di chi vi scrive, e ha tratto più di un
giudizio positivo o contrastante dalla visione di ogni film.
La nostra seconda metà del festival si è così avviata sotto il segno del
cortometraggio svizzero, appartenente alla sezione ‘Les Léopards de
demain’, nella cui stringa meritano una menzione soltanto Sale Gosse di
Joëlle Bacchetta, per l’aggressivo incalzare di musica e sballo dentro la
testa di una ragazza deragliata, inseguita da un giovane e da una mdp mossa e
rapida come se la terra sotto i loro piedi fosse dissestata; e Fathom di
Vladimir Jedlick, ricerca di un tesoro su una spiaggia dagli esiti del tutto
imprevedibili, girato con limpidezza, mestiere e acuto fiuto del sardonico.
Compétition internazionale:
LO MEJOR DE MÍ
Regia: Roser Aguilar
Cast: Marian Alvarez, Juan Sanz, Lluis Homar
Anno: 2006
Questo il miglior film della Compétition internationale secondo la nostra
valutazione. Quello da premiare con il Pardo per la Migliore Attrice,
all’incantevole interpretazione di Marian Alvarez, secondo il verdetto
della giuria del festival.
Una pellicola spagnola, ci fa piacere. Cosparsa della tipica ironia dei paesi
caldi, Lo mejor de mí ci catapulta subito nella vita sentimentale di una
giovane coppia. Corpi innamorati e ardenti, dal letto alla poltrona in fronte
al tavolo dove fa colazione un rigido signore incravattato dagli occhiali
rossi, perplesso! Ma non è tutt’oro quel che luccica.
Quante volte martelliamo un chiodo arrugginito dentro il nostro cuore? Ossidato
dalla compresenza di sentimenti ambigui che lo attraversano di sfuggita. La
carne, il sesso, la bellezza esteriore. Tomás tradisce la sua Rachel per il
trionfo dei sensi che gli procura una classica “bella ragazza”,
inconsapevole di ciò che sta per accadergli. Il suo fegato è infatti a pezzi,
la causa? Malattia degenerativa dell’organo. Dopo aver corso in un campo
di atletica, filmato nelle sue morbide falcate, mirate a saltare gli ostacoli della
vita, cade. Opaco, fuori fuoco, lo sguardo preoccupato e compassionevole della
Aguilar lo segue fin quando precipita.
Le donne si affiancano come topolini alla montagna di roccia che è
l’uomo, franata. Il suo corpo è disteso su un letto d’ospedale, il
suo umore a terra, la paura virilmente camuffata. Lei gli è affianco, piccola
anima sradicata dai fertili substrati dell’amore, contrita e resa
irrequieta dal dolore della sua metà, prosegue con il lavoro alla radio, con le
sue fotografie e i suoi progetti serafici da confidare a quella creatura
sfiduciata e depressa che accudisce.
Scopre quasi subito il suo doppio gioco tradente, rabbrividisce, inginocchiata
com’era sul freddo marmo della prostrazione decisionale. Concreta e
razionale vuole donargli la sua parte migliore, l’organo sano che gli
manca. Supera tutti gli esami di compatibilità, Tomás sta sempre peggio.
Vengono operati contemporaneamente, tutto va per il meglio. Ma tutto fra di
loro è cambiato…
Strano come gli uomini siano miopi alle corse chilometriche delle donne,
prestazioni di resistenza, che consumano e accentuano la sudorazione. Le donne,
superato il traguardo, cedono stremate all’irrazionale, al cripticismo.
Indecifrabili a sé stesse si affidano al dio Istinto, in grado di persuaderle
ad essere felici.
Roser Aguilar manovra questa materia con buona dose d’intuito femminile e
spirito d’osservazione. Come i maschi si muovono agili e sicuri lungo le
oblique traiettorie dell’amore, le donne sono finalmente imprevedibili.
Incise come dalla lama di un coltello del “male di vivere”, che le
catapulta in dimensioni ingarbugliate dalle quali devono sapersi sbrogliare con
eleganza e fermezza. Universo sfaccettato quello femminile, che la Aguilar
semplifica e guarda con affetto, alla grinta nervosa e impassibile di volti,
espressioni di grazia e divino, accostati alle beghe più viscose e corrompenti
del mondo. Mentre l’uomo intanto osserva, guarisce, reagisce, ammette che
andava tutto a rotoli e che tutto è tornato come prima. Mai Rachel la penserà
così, perché lei è cambiata diametralmente, senza darlo troppo a vedere.
Anamnesi toccante e commovente di due ritratti umani, quelli di uomo e donna a
confronto nella galleria di un amore. Per raffigurare il volto di Rachel è
bastata una cornice di grandezza inferiore, come meno colore. Per quello di
Tomás non è bastato addirittura il rosa, che gli è stato donato
dall’avanzo di lei. Un atto di perdono? Un gesto d’amore? Non si
sa, quel che si conosce e si prova, durante l’intera visione di Lo mejor
de mí, è uno strano senso di chiarore intellettuale, un bagliore che si fa
largo dentro l’anima, declamando una poesia d’infinito elogio alla
primigenia carità femminile.
DONNA
Nel tuo esserci l'incanto dell'essere,
La vita, tua storia,
segnata dal desiderio d'essere
semplicemente donna!
Nel tuo corpo ti porti,
come nessun altro,
il segreto della vita!
Nella tua storia
la macchia dell'indifferenza,
della discriminazione, dell'oppressione…
in te l'amore più bello,
la bellezza più trasparente,
l'affetto più puro
che mi fa uomo!
Eliomar Ribeiro de Souza
(poeta brasiliano)
SOUS LE TOITS DE PARIS
Regia: Hiner Saleem
Cast: Michel Piccoli, Mylène Demongeot, Maurice Bénichou
Anno: 2007
Sopra i tetti di Parigi vola un’aquila dalla straniante ampiezza
d’ali, dalla pelliccia marrone e dagli occhi ferini e immortali. Vola più
veloce della luce e muove le ali con squisita eleganza. Secondo il surrealismo
di Saleem, ma mi sembra di ricordare anche quello di Jodorowsky (Santa Sangre),
l’atto del volo in sé e per sé è rappresentazione di allontanamento,
(tras)migrazione dell’anima che abbandona un corpo ormai inospitale. A
partire da queste condizioni biofilosofiche irrinunciabili, il sogno,
l’irrazionale può poeticizzare quell’atto che noi prosaicamente
definiamo con la parola: morte. Un addio drammatico o silenzioso, comunque sia
un punto di non ritorno. Ma chi ha affermato con immensa sicurezza che la morte
sia la fine di tutto? La religione, in tutte le sue forme più anguste e
materialistiche, celate da una spiritualità artefatta ormai dilagante in ogni
settore. Eppure la realtà delle scritture darebbe ragione alle molte dottrine
attendiste di un giorno del giudizio che chissà mai quando e se arriverà. Nel
nostro piccolo, nella nostra dimensione microscopica e micro sociale potremmo
quasi sperare che tutto non sia così “certo” e sentenzioso.
Il cinema, come tutte le belle arti in modi diversificati, ci approvvigiona
della materia prima del sogno: l’isolamento in sala, il buio, e la
proiezione di una storia che inizia e finisce, che può forse ottemperare
all’arduo compito di svegliarci. Saleem non è un caso voglia lasciar
riflettere il suo pubblico prima di esprimersi, anche a proiezione ultimata,
per non disperdere quella sottile trama di misticismo scaturita dalla visione
ed esportata via dal sogno, nella vita che noi consideriamo vera,
all’esterno della sala. Il suo film parla chiaro e scuro nello stesso
tempo, si apre con momenti di muto divertimento giocati sui corpi sfatti, le
facce, la grassezza e i silenzi; prosegue incanalandosi sempre più fra i
minimalismi quotidiani dei suoi personaggi, dalla monotonia del vecchio Marcel,
alla speranzosa insoddisfazione di Thérèse, fino allo sguardo retrospettivo
sull’età giovanile: confusa, spaventata e profondamente depressa. Non a caso
l’interesse che il regista nutre verso questa dimensione emerge dal
confronto fra le due età, una volta che l’amico di Marcel, Amar, parte,
una giovane ragazza, che ha perso il suo amore nell’overdose, chiede
aiuto a questa figura che sa essere fraterna, più che retoricamente paterna.
Dal sesso fisico che praticava con il giovane drogato emerge quiete e bellezza,
tratti tipici della giovinezza. Un armonia che collima con il buon cuore del
vecchio e stanco Marcel, che però, elemento da non sottovalutare, non ha smesso
di aver voglia di sognare. E il sogno è senza età, in grado di mostrarci
diversamente da quello che siamo senza snaturarci troppo, senza travisarci,
infonde una silente sensazione di benessere. Concediamoci al sogno come tutti i
protagonisti di questo film, senza sottovalutare il malessere del corpo ormai
esausto, che pervade di dolore l’anima di Marcel, scalpitante di librarsi
in un volo eterno. Il corpo è una prigione, ma una prigione colorata, in grado
di trasmettere emozioni, qualità. Ognuno le rintraccia nei volti amici che sono
numerati.
Hiner Saleem, dopo la deliziosa poesia “povera” di Vodka Lemon,
ritrae il nostro modo di vivere con complessità e profondità, concedendosi
talvolta all’autocompiacimento allegorico, ma rispolverando dimessamente
i valori semplici e i saldi principi che caratterizzano ancora, in minima
parte, l’occidente. Michel Piccoli carnifica magnificamente questa
atmosfera ormai antica e morente ma pur sempre in grado di insegnare a quella
nuova, più arieggiata nel bene e nel male, e si guadagna un Pardo per il
Miglior Attore.
Qui i ventilatori diffondono poesia, le tende e i temporali rappresentato stadi
dell’anima, la regia di Saleem sprigiona stupore e gioia di vivere da
ogni fotogramma, e sì, anche di morire.
In fondo, un figlio che non va mai a trovare suo padre è degenere e ingrato, e
l’ultimo incontro fra i due, al tavolino di un bistrot, è il più parlato
di tutto il film, nonché, come suggerisce il regista, il suo inserto più amaro.
Piazza Grande:
LE VOYAGE DU BALLON ROUGE
Regia: Hou Hsiao-Hsien
Cast: Juliette Binoche, Simon Iteanu, Song Fang
Anno: 2007
Le voyage du ballon rouge semina istantaneamente l’impressione di essere
un film stanco, nato gracile. Fin dai primi fotogrammi della pellicola
“evento” di questo festival, si percepisce un’emotività
gonfia di elio, appesantita più che per sua natura, dal marasma cinematografico
occidentale, che non smette mai di far leva sui simbolismi facili e la bolsa
retorica.
Hou Hsiao-Hsien, dopo grandi prove della portata di “Millennium
Mambo” e “Three Times”, incespica sul grosso ostacolo che si
era proposto di superare con convinzione e sicurezza. L’auscultazione
dell’occidente, dalle sue bronchiti familiari ai suoi muchi sentimentali,
viene ripulita e tirata a lucido, come la superficie di quel palloncino rosso
che opera da vero fil rouge nella narrazione.
Quanta brillantezza è perciò assegnata con forza all’estetica di una
pellicola tossente ansie e depressioni di oggi. Qualche conto non torna,
pertanto, potremmo asserire che il regista taiwanese porti avanti un calcolo
necessario, più che mai atteso da uno straniero ospite in casa nostra,
soprattutto nel nuovo millennio; ma lo stile cui si rifà per dirci tutto questo
è il tipico feuilleton speziato di domestiche asiatiche indulgenti e madri
pressappochiste parigine. Figure stanche e stancanti.
WINNERS AND LOSERS
Regia: Lech Kowalski
Anno: 2007
Un collage di reazioni a caldo durante la grande finale di coppa del mondo
2006, disputata a Berlino e seguita in Francia e in Italia più che negli altri
paesi.
Disposte le telecamere in una manciata di set strategici, in primis le due
capitali coinvolte, il regista ha poi accorpato i momenti più
“sublimi”, puntellando così un vocabolario del perfetto tifoso di
calcio, dall’Amore alla Zizzania.
Chiusura divertente del festival.
Compétition Cinéaste du Présent:
IMATRA
Regia: Corso Salani
Cast: Paloma Calle, Corso Salani
Anno: 2007
Una dedica d’amore all’addiaccio. Sceglie il confine finlandese,
determinato dalla per nulla ridente, anzi plumbea e scoraggiante cittadina di
Imatra, per ambientare questo lavoro reale, che insegue una donna amata e
fuggita in seguito alle incomprensioni. Corso Salani vuole riconquistarla, e la
breccia giusta sembra quella della simpatia, della sorpresa e della caparbietà.
La attraversa rimediando anche i nostri più buoni umori, e aggiudicandosi il
premio della C. P. Company Golden Leopard.
JAPAN JAPAN
Regia: Lior Shamriz
Cast: Imri Kahn, Tal Meiri, Naama Yuria
Anno: 2007
Un urlo, un richiamo, un’incitazione: Giappone! Un paese che strizza
l’occhio ai più giovani, pieno di mini macchine turbo, pubblicità,
colori, glamour, sessualità, virtuale. Forse dozzinale, pacchiano e povero di
contenuti, ma attraente e divertente senza dubbio. Di tutte queste carinerie, i
giovani protagonisti del breve film semi amatoriale di Shamriz imparano a
montare un ideale, un desiderio, una tensione verso qualcosa. E in
un’epoca di remissività, ben venga un po’ di sana evasione. Benché
a piccole dosi.
TAGLIARE LE PARTI IN GRIGIO
Regia: Vittorio Rifranti
Cast: Micol Martínez, Isabella Tabarini, Fabrizio Rizzolo
Anno: 2007
Ballardiano, aggettivo ormai desueto che si riaffaccia con grinta e
irregolarità sul film vincitore del Pardo per la Miglior Opera Prima. Un lavoro
provocatorio e stridente, di primo acchito si direbbe amatoriale, ma dietro
questa facciata grezza operano i bui ingranaggi della mente.
Cosa spinge i tre protagonisti a sfidare la propria soglia di sopportazione del
dolore fisico? Parrebbe un incidente d’auto, un CRASH! Di lì in avanti i
loro gesti saranno marchiati sotto il segno dell’irrazionale, cianotico
di morte. Parti del corpo che vanno tagliate e lasciate scoperte.
Rispetto al film di Cronenberg quello di Rifranti si differenzia
deontologicamente, tratta in maniera diversa i personaggi, li incattivisce e
animalizza, sferra attacchi improvvisi allo stomaco dello spettatore, che
reagisce alzandosi o lasciandosi torturare dalle immagini, e che in ogni caso,
difficilmente supererà la soglia estetica spiazzante per approdare
all’arenile concettuale. Ma è già qualcosa…
Tantoché il produttore Villalobos, consegnando il premio all’italiano, si
domanda: “Cosa sta succedendo al cinema oggi? Manca il coraggio di non
sottomettersi alle convenzioni, cadendo così nella monotonia e
ripetitività”.
Ici & Ailleurs:
HANDERSON E AS HORAS
Regia: Kiko Goifman
Anno: 2007
Tanto, troppo tempo, addirittura anni passiamo in mezzo ai veicoli in
movimento, una manciata per chi vive in media settant’anni. Stima
certamente rilevante, degna di nota, ma non bastevole alla realizzazione di un
film documentario, in quanto, finanche questo genere abbisogna più che mai di
materia umana arzilla, vivace. E quale miglior set allora se non il Brasile,
per alimentare le braci della riflessione e del gusto. Ne viene partorito un
documento sul tempo impiegato nel traffico da un brasiliano per andare al
lavoro. I compleanni, le canzoni, le goliardate di un viaggio su di un autobus
trasandato. Un circolo vizioso nel quale si possono, per fortuna, vivere attimi
di gioia.
Mediometraggio genuino e preciso.
SALATA BALADI
Regia: Nadia Kamel
Anno: 2007
Esordio d’impegno socio-religioso per la cineasta egiziana Nadia Kamel,
che indaga le genealogie meticcie cavandone fuori una morale complessiva
inevitabilmente conflittuale, dove non sembrano esserci soluzioni in vista.
Frotta di “quarti” di nazionalità all’interno di una stessa
famiglia disseminata un po’ dappertutto, e invitati a preoccuparsi
solamente di fare ritorno al proprio paese d’origine. Una docufiction intricata
e intrigante. Ovviamente girata con pochi mezzi.
Appellations Suisse:
I WAS A SWISS BANKER
Regia: Thomas Imbach
Cast: Beat Marti, Laura Drasbæk, Anne-Grethe Bjarup
Anno: 2007
Era un banchiere svizzero fino a quando non mise piede nel mondo del sogno,
entro i cui confini tutto è capovolto di senso. Le donne abili seduttrici, il
maschio efebico oggetto dei desideri. Il tutto letto in chiave narcisistica,
soprattutto per quanto riguarda la fotografia da cartolina, di una nazione
verdeggiante che non si esime mai dall’esibirsi, a ragion veduta. Ma ogni
cosa ha un limite, e l’inventiva, la fantasia compensano queste facili
malizie di progettazione, in un film tutto sommato molto godibile, che provoca
più volte il sorriso con la puntualità di un orologio svizzero.
I Vincitori:
Competizione Internazionale
Il Pardo d’Oro viene assegnato a AI NO YOKAN di Masahiro Kobayashi, Japan
Il Premio Speciale della Giuria a MEMORIES di Pedro Costa, Harun Farockis e
Eugène Green, South Corea
Il Premio per la miglior Regia a Philippe Ramos per CAPITAINE ACHAB,
France/Sweden
Il Pardo per la Migliore Attrice a Marian Alvares in LO MEJOR DE MI, Spain
Il Pardo per il miglior attore a Michel Piccoli in SOUS LE TOITS DE PARIS,
France
e
Michele Venitucci in FUORI DALLE CORDE, Switzerland/Italy
La menzione Speciale a Cho Sang-Yoon, fotografo in BOYS OF TOMORROW, South
Corea
Competizione dei Cineasti del Presente
C. P. Company Golden Leopard / Filmakers of the Present Competition:
TEJUT (Milk Way) di Benedek Fliegauf, Hungary / Germany
IMATRA di Corso Salani, Italy
TUSSENSTAND di Mijke De Jong Netherlands
Pardo per la Miglior Opera Prima
TAGLIARE LE PARTI IN GRIGIO di Vittorio Rifranti, Italy
Prix de pubic UBS
DEATH AT A FUNERAL di Frank Oz, USA / Great-Britain
Premio giuria giovani
Primo Premio a SLIPSTREAM di Anthony Hopkins
Secondo Premio a FREIGESPROCHEN di Peter Payer
Terzo Premio a LA MAISON JAUNE di Amor Hakkar, France / Algeria
Premio FIPRESCI
CAPITAIN ACHAB di Philippe Ramos, France / Sweden
(13/09/07)