

LIGHTNING OVER WATER
- LAMPI SULL’ACQUA - NICK’S MOVIE
REGIA: Wim Wenders
CAST: Gerry Bamman, Pierre Cottrell, Ronee Blacklyy
SCENEGGIATURA: Wim Wenders
A cura di Federica Basso
UN OMAGGIO ALLA VITA ATTRAVERSO LA MORTE
“Non si muore due
volte” era solito dire Bazin. Non si muore al
cinema e nello stesso tempo nella vita reale, in quanto,
se il cinema è un’Arte (o forse L’Arte) del tempo dotata dello
straordinario privilegio di poterlo ripetere, violare l’irrepetibilità della morte con la ripetizione della
macchina cinema è osceno.
Non si muore due volte, ma si può, forse, vivere due volte: si può vivere
vecchi e ammalati nella realtà odierna e giovani e sani nel passato
cinematografico.
Si può anche cercare una soluzione alla morte attraverso il Cinema, se ciò non
si può verificare nella vita. Ed è quanto ha tentato di
fare Wim Wenders nel
momento in cui, nel 1979, ha deciso di girare Lightning
over water – Nick’s movie, sorta di documentario (anche se forse risulta improprio parlare di
documentario per un’arte, qual è il Cinema, in cui la messa in scena è
componente fondamentale) sugli ultimi giorni di vita di Nicholas
Ray, il grande regista americano di cui Godard aveva scritto: “Ecco qualcosa che esiste solo
attraverso il cinema”.
Nel farlo, nello sbatterci letteralmente in faccia il dolore di Nicholas Ray, le sue urla, il suo
contorcersi rantolante, la sua consapevolezza di essere invaso da un cancro che
lo avrebbe inevitabilmente portato alla morte, Wim Wenders non intende rendere omaggio al regista Ray. Ciò che Wenders vuole invece
fare è dare un senso completo e totale alla vita dell’uomo Nicholas Ray, restituirgli
un’immagine unitaria di sé, consentirgli di rileggere la sua vita
dall’inizio perché solo alla fine di una vita se ne può rivedere
l’inizio.
Qui Filmografia e Biografia, Vita e Morte convivono in un equilibrio
doloroso e a tratti insopportabile, ponendo lo spettatore a contatto con una
morte fattuale ( e per questo insostenibile) che
stride fortemente con l’idea della morte che lo spettatore conserva
dentro di sé.
Ma c’è di più: c’è la constatazione di come il cinema, dando un
senso compiuto alla vita attraverso le storie che racconta, riesca
a realizzare ciò che nella vita accade solo dopo la morte, ossia privarle di
continuità dandole però finalmente senso e significato.
Al di là di ciò che potrebbe sembrare ad uno
spettatore distratto (o forse annoiato, perché certo è che Nick’s
movie non sia un film di facile visione) non è comunque la Morte la grande
protagonista di questo film, bensì la Creatività, la sua capacità di
sopravvivere all’erosione del corpo e alla morte.
E, accanto alla creatività, l’altra grande
protagonista è la macchina da presa, nei suoi vari formati, intesa come occhio
ipertrofico dell’autore, protesi del regista e che ritroveremo, nel
finale del film,eretta a poppa della giunca cinese che contiene le ceneri di Ray, in una commovente metafora del ritorno a casa di un
regista che del ritorno a casa ha fatto la tematica portante di moltissimi suoi
film (come non ricordare il ritorno a casa di Mitchum
in Il temerario?).
Molto spesso i grandi film sono destinati a suscitare rigetto, fastidio, a
tratti addirittura rancore… è quanto accade con Nick’s
Movie, nella sua capacità di farci disprezzare Wim Wenders per la sua presunta o reale morbosità, per la sua
semi dichiarata attrazione nei confronti del dolore di Ray,
e, dopo pochi istanti nella sua capacità di suscitare in noi la più sincera
ammirazione commossa nei confronti del coraggio quasi sfrontato del regista
tedesco.
Nick’s Movie non è solo un grande
film (definizione forse ormai talmente sprecata nel corso della storia del
cinema da aver perso tristemente significato), ma è soprattutto un film che sa
essere nello stesso tempo scandaloso ed odioso, ma anche pudico, sincero e
consolante, nel suo rammentarci costantemente, per citare Lang,
che “La morte non è una soluzione”.
(17/03/05)