
LEONI PER AGNELLI
REGIA: Robert Redford
SCENEGGIATURA: Mathew Michael
Carnahan
CAST: Meryl Streep, Tom Cruise, Robert
Redford
ANNO: 2007
A cura di Pierre Hombrebueno
DI CAMPI E CONTRO-CAMPI
Leoni per agnelli è
essenzialmente un film di campi e contro-campi, cioè di opposizioni ideologiche
messe a confronto, cominciando da quel primo “episodio”,
lunghissimo dialogo serrato tra Meryl Streep giornalista pseudo
militante, e Tom Cruise
senatore stratega. Un continuo incalzare di primi piani, dove al campo di dubbi
e domande che pone la reporter, corrisponde sempre il contro-campo di risposte
e provocazioni da parte del politico, fino al capovolgersi delle due parti e
dei due ruoli prima della fine, in un twist formativo che esplica
perfettamente la volontà da parte del regista di non ritagliare posizioni
statiche nella sua opera corale: le acque si devono mischiare, le certezze
distrutte, ricompatte, e poi ancora distrutte. E se
questa parte del film può essere altamente criticata per l’eccessivo uso
dei dialoghi (c’è chi afferma che Leoni
per agnelli sia un film negativamente uditivo), con un senso didascalico
che può risultare fastidioso ai più, è invece anche e
proprio il frammento che funziona meglio, perché in esso Redford dimostra di avere
un’invidiabile senso di misurazione ritmica (dettata proprio dai
campi-controcampi, veri regolatori dello scandire temporale), rendendo il
trattato molto fluido nonché assimilabile, intrigante e mai estremamente
forzato, senza contare l’uso dei due attori, Meryl Streep e Tom Cruise, non semplici visi di mestieranti
ma icone e già di per sé altamente evocative, le cui presenze in scena bastano
per incidere ancor più senso ideologico ed interesse all’opera.
Redford sceglie una sezione dialogica anche per il
confronto Professore (interpretato dal regista stesso, e qui si speculi su una
certa politicizzazione autoriale) e l’alunno (Andrew Garfield),
dove però il campo-controcampo si dilata confondendosi negli specchi della diegesi, con flash back e sotto-flashback che penalizzano il senso ultimo di questo frammento: laddove il
faccia a faccia Giornalista/Senatore funziona per la sua secchezza e la sua
semplicità, qui l’eccessiva pippa intellettuale
e il tentativo di incastrare in un unico pacchetto i vari pezzi del puzzle,
subordinano il contenuto alla gestione dell’intreccio. Ciò andrebbe anche
bene, se soltanto non ci trovassimo davanti ad un film il cui approccio sociale
si propone di essere tanto più nobile ed importante
della messa in scena stessa, in un’opera la cui importanza risiede nel
messaggio, nella militanza politica, del pensare e prendere posizioni. Se è dunque la chiarezza che il regista vuole comunicare,
perché non seguire una narrazione più lineare/trasparente e meno frammentata? E qui siamo alla prima contraddizione.
Consideriamo poi l’intermezzo che il film ci propone, quello della
spedizione in Afghanistan, il contro-campo degl’altri
due blocchi narrativi, in quanto è la parte che tenta di dare immagini alle
parole; quindi, necessariamente la facciata più visiva, anti-tetica alle altre
due nel suo mettere da parte il dialogo per far spazio alla concretezza
degl’occhi. Ebbene, non solo il capitolo è girato male (vedesi
l’attacco all’elicottero, totalmente privo di suspense e fin troppo
confuso), ma addirittura Redford
cade nell’assoluta enfatizzazione, spezzando prettamente il tono condotto
fino ad allora, annaspando quella freddezza
degl’altri frangenti con il solito e banalissimo espediente tipicamente
da spettacolarizzazione hollywoodiana. Se negl’altri due spicchi è riuscito l’intento di
far implicitamente parlare l’interruzione verbale degli stacchi, in
quella sequenza finale dei due soldati sperduti fra le montagne il regista cade
nell’errore di banalizzare l’atto, a fare marchetta. Facendo così,
egli ha privato il film di una propria coerenza stilistica, spezzando senza
ritorno quel certo grado d’equilibrio che pareva brillare in lontananza. E siamo alla seconda contraddizione.
Il risultato è che abbiamo tre sezioni narrative che paiono allontanarsi sempre
di più proprio man mano che si incastrano, dove
l’errore stesso ricade in quel tentativo di formare un unico puzzle
nonostante i pezzi non combacino fluidamente. O ancora una
volta, quella necessità di dare al campo il suo necessario contro-campo, anche
quando i raccordi non sempre si legano con efficienza.
C’è e permane il sapore del film che poteva essere bello-bellissimo ma
che è stato gambizzato, e a rimanere è solo quell’apprezzare il coraggio di un regista
americano nel riflettere criticamente sulla propria nazione. Riflessione che
però perde nel confronto sia con l’ultimo Haggis che l’ultimo De Palma, tanto più incisivi emotivamente
quanto interessanti formalmente.
(11/01/08)