LA VITA SEGRETA DELLE PAROLE

REGIA: Isabel Coixet
CAST: Sarah Polley, Tim Robbins, Javier Càmara
SCENEGGIATURA: Isabel Coixet
ANNO: 2005


A cura di Andrea Magagnato

LA RISCOPERTA DELLE PAROLE

Ad oggi quando mi si chiede quale esperienza cinematografica dell’ultimo festival di Venezia io ricordi con più soddisfazione e gradimento, La vita segreta delle parole, nelle sale (poche) da ieri, sta incredibilmente avanti ad ogni maccartismo o coppia gay pluricelebrata.
Anche perché la mia mente si rifiuta di considerare come parte di questa esperienza le ultime sequenze del film.
Questa di Isabelle Coixet non è certamente una pellicola perfetta né tantomeno invadente o prorompente nel conquistare lo spettatore. Parlo di un’opera cauta e sorniona che solo pacatamente occupa i sensi e l’intelletto di chi guarda, ma che certamente si trattiene.
In una modernità multimediatica e ipertestuale dove l’immagine, la grafica, i bit, il movimento preponderano spesse volte sulla serenità, leziosità e scrupolo (ma anche presunzione) della parola, la regista racconta servendosi delle prime (immagini in movimento) la più recondite potenzialità delle seconde.
Per farlo la Coixet confina i suoi interpreti su di un’isola di ferro e nebbia, spigolosa e plumbea come solo una piattaforma dimenticata in mezzo all’oceano può presentarsi, metafora esistenzialista e luogo lontano da ogni frenesia moderna e futurista, scollato da tutti gli eccessi che possono viziare i sensi; come se non bastasse la sceneggiatrice/regista priva (tra il sadico e l’ironico) della vista il suo sofferente protagonista.
Segnate della vita e dai suoi “incidenti di percorso” due esistenze intraprendono un intimo e quasi fanciullesco gioco dei sensi, riesplorando e riassaporando (tra il burbero e lo zuccherato) alcune sensazioni che in circostanze diverse sarebbero state trascurate o inghiottite da altre più violente, immediate.
In questa sorta di obbligata rivalutazione del tatto, dell’olfatto, del gusto soprattutto, nasce l’esigenza della riscoperta del valore profondo della parola, bisbigliata e stretta tra i denti piuttosto che urlata. Le parole si inseriscono quiete tra le fenditure di quel muro di silenzio issato dalla protagonista, come un lento fluire, mai logorroico ed isterico, si fanno custodi timide e tormentate di esperienze traumatiche, cercano di indagare con discrezione luoghi inconsci e abbandonati.
Ma ci sono film che non vanno chiusi, o meglio trovano la loro compiutezza nel “non finito”, nel movimento circolare e non lineare, nel non detto piuttosto che nella spiegazione puntigliosa.
Era questo probabilmente il caso de La vita segreta delle parole che non butta via ma direi volgarizza tutto quello che di buono era stato (non) detto, (non) sentito, (non) visto con un finale davvero poco utile e scarsamente in sintonia con la politica di sottrazione adottata nel resto del film.
I due protagonisti escono da quel isola che aveva covato il loro atipico rapporto e congelato i loro silenzi per trasferirsi con altri ruoli e nuovi discorsi nel limbo della terraferma alla ricerca di punteggiare e caricare una verità che fino a quel momento apparteneva solamente (e sufficientemente) alle parole e alle pause della giovane infermiera. Peccato davvero.
Un appunto finale è d’obbligo sulle straordinarie interpretazioni di Sarah Polley e Tim Robbins
da vedere, più che mai in questo film dove le parole sono protagoniste, in lingua originale.

(19/03/06)

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