LAST DAYS

REGIA: Gus Van Sant
CAST: Michael Pitt, Lukas Haas, Asia Argento
SCENEGGIATURA: Gus Van Sant
ANNO: 2005


A cura di Davide Ticchi

COME PERDERSI NELLA BOSCAGLIA

Grande merito di Gus Van Sant in passato fu quello di introdurre un linguaggio narrativo tanto essenziale e ossuto da apparire di primo acchito affascinante, poi coinvolgente, e solo in seguito un po’ forzato ma egualmente efficace. Si parla dei rispettivi tre film che hanno caratterizzato maggiormente la cinematografia del regista americano, ovvero Drugstore Cowboy, Da morire e necessariamente Elephant, quello che rimarrà probabilmente il suo miglior lavoro. E si sa che dopo l’ascesa segue sempre la discesa, come accade con questo inspiegabile Last Days, che assomiglia ad una vera e propria dichiarazione d’intenti al fatto che Gus Van Sant, oggi, è un regista senza idee. A darcene la conferma sembra proprio essere il soggetto, che anziché infondere certezze e sicurezze nel progetto Last Days, le omette per cercare una dimensione produttiva e narrativa che va oltre il mainstream. Quella che stava alla base di Elephant, e che oggi con Last Days si rivela completamente inefficace, ottenendo l’effetto esattamente contrario a quello desiderato. Perché Van Sant ci riporta ancora una volta i frammenti della storia di uomini, esseri viventi anonimamente suicidi che vagano nella costante lotta che avviene in loro, tra mente e corpo, tra passioni ed azioni. E così erano i due ragazzi di Elephant, e così è il Blake di Last Days, un Kurt Cobain derelitto, e raccontato per quello che è stato il crepuscolo della sua vita. Un Kurt Cobain raffigurato inizialmente come uno zombi del nuovo millennio, che vaga per la fitta boscaglia che sta intorno alla sua casa, stesso luogo dove sarà trovato morto dai poliziotti nell’epilogo del film. Totalmente priva di dignità è l’immagine che ne da Gus Van Sant di Kurt, cantante dei Nirvana, gruppo in grande auge, tuttora che dalla morte del suo capo sono passati ben undici anni. Ma per Van Sant la figura emblematica di quest’uomo è tale solo perché nella sua ultima parte di vita, questi era rimasto incapace di comunicare e interagire col mondo che lo circondava, conchiudendosi in un costante ed incoerente monologo con se stesso.
Privandosi delle indispensabili prerogative dalle quali si parte per raccontare la storia di un uomo, il nostro regista americano trasforma lo scorcio di esistenza più privato di Kurt Cobain, in una rappresentazione indiscreta e intrusiva di quella che è stata la sua ultima natura, selvaggia, oscura e delittuosa. Proprio sui silenzi, le dilatazioni temporali, e i minimalismi Last Days gioca d’azzardo - quegli elementi che guarda caso avevano fatto la fortuna di Elephant – e rimpicciolisce di conseguenza quel cinema caratterizzato da tali elementi, che ieri come oggi si rivela il più profondo e psicologico in assoluto, per chi lo conosce, il migliore. Gus Van Sant è a conoscenza di questo, e visto il suo climax ascendente, che riguardo la produzione cinematografica è andato sempre più a sfruttare tale genere, deve ammettere che con Last Days il fondo è stato però toccato, e che per risalire occorrono nuovi mezzi, ma soprattutto nuove idee. Non è pensabile la realizzazione di un film quasi muto che parla di un uomo che ha avuto tanto da dire e da insegnare ai giovani d’oggi, e che si inseguano in maniera così banale le sue scorribande pei boschi e i suoi rari amplessi con altri uomini. Questo se non altro per un mero gioco di scambi fra tecnica e contenuto, dove almeno una delle due deve sostituire l’altra; mentre in Elephant non accade niente di tutto ciò, in Last Days ci si limita a seguire con occhio assopito, i giri vorticosi di una mdp che trova difficoltà nel rintracciare il suo soggetto da inquadrare.
Un cast di tutto rispetto si abbandona poi a dichiarazioni di pessimo gusto, che noi temiamo abbiano il solo fine di far parlare di Last Days, nel bene e nel male; come a Cannes, dove Michael Pitt dichiara di aver avuto rapporti sessuali antecedenti alla realizzazione del film con il regista Gus Van Sant, per una “miglior conoscenza”. Certo è che per arrivare a parlare di queste cose si sottintende che di Last Days non ci sia poi molto da dire, e di questo in effetti si tratta, di un idea balenata male ed espressa peggio. Come dire che realizzando un film su di un personaggio noto e che ha sofferto gli si renda automaticamente omaggio, mentre invece si può ottenere un effetto indesiderato, anche cinematograficamente parlando. Così Gus Van Sant ci è riuscito.

(02/06/05)

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