


LADY SNOWBLOOD
REGIA: Toshiya Fujita
CAST: Meiko Kaji, Toshio Kurosawa, Masaaki Daimon
SCENEGGIATURA: Kazuo Uemura,
Kazuo Koike
A cura di Pierre Hombrebueno
FAR EAST FILM FESTIVAL 05’ REPORT: E SI
SCOPRI’ CHE KILL BILL E’ PURA CIOFECA
Mi è personalmente difficile pronunciare anche qui, come se non fosse già
abbastanza, il nome di quel regista ormai rockstar
che corrisponde al nome di Quentin Tarantino (si, lo stesso dei tanti Special Guest Director, Presented by, ecc..).
Tarantino, che da questo momento chiamerò
semplicemente “Signor Pirla”, ha infatti abusivamente copiato, o
meglio dire storpiato, Lady Snowblood di Toshiya Fujita per farne il suo Kill Bill Volume 1. Che nel
Cinema da sempre si coppi e ricoppi
è palesemente scoperto, ma trovare nella stessa situazione la stessa
inquadratura, la stessa battuta, e pure la stessa canzone diventa indigeribile.
Ma ciò sta solo a significare la forza emotiva che si
trascina ancora oggi, 28 anni dopo, l’opera di Toshiya
Fujita. A rendere forza al dramma è il grande uso
della fotogenia attoriale, colta in primissimi piani
nel fulcro della piena ebollizione di rabbia e disperazione.
Lo slasher è puro contorno, addirittura cavallo già
provato e riprovato della nuova exploitation di
violenza tra i giovani registi giapponesi dell’epoca; Fujita
capisce che per dare fuoco alla vendetta che intende raccontare non basta più
il sangue splashato ovunque, né l’aria
iconografica che si intende ormai (ri)chiamare
come pseudo-cool, ma è necessario qualcosa che va
oltre la vista degli occhi per rendere partecipe gli spettatori nel girone
infernale. Ed è così che basa la sua narrazione su
semplici inquadrature ravvicinate, formando con la propria direzione una
fotogenia che riesca a bucare lo schermo con due occhi.
Proprio come la protagonista Meiko Kaji è ormai robot paralizzata dal
proprio destino di vendetta, gli attori dell’opera sono puri manichini
agghiaccianti nelle mani di Fujita, e utilizzati per
lo shock psicologico proprio per il loro essere così disumani.
Quel che conta in Lady Snowblood non è quindi, come a
prima vista potrebbe sembrare, la carne e il sangue, bensì il cuore e i
sentimenti, circondati da un odio ambiguo che probabilmente non renderà mai
chiara la grande mappa emotiva dell’opera Lady Snowblood. La macchina da presa, che segue le lame affilate
mentre tagliano i corpi sfracellati, si addentra laddove l’occhio
non tocca più, perché il regista è grandiosamente falso nella sua
estetica visiva, in quanto la vera spada proviene direttamente dallo stomaco,
ed è un qualcosa che affonda nell’estetica per addentrarsi in un livello
di significazione puramente ego-spirituale.
E al contrario dell’ultimo pirla venuto (Q.T), il senso del vigore stilistico e tematico di Lady Snowblood s’è mantenuto anche negli attuali grandi
del Cinema giapponese quali Takeshi Kitano e Takashi Miike, dove la violenza visiva non è altro che parte
successiva di una violenza interiore ben più grande, uno stupro
dell’anima che rende l’opera cinematografica come puro attacco
artistico tra le vene e le ripulsioni del sangue.
E non basta copiare le inquadrature, le battute, e
persino la canzone per avere questo vigore.
(21/05/05)