
KUNG FU-SION
REGIA: Stephen Chow
CAST: Stephen Chow, Wah Yuen, Qiu Yuen
SCENEGGIATURA: Stephen Chow, Tsang
Kan Cheong
A cura di Pierre Hombrebueno
KUNG FU HUSTLE
Quello di Stephen Chow è un Cinema decontestualizzato dai cliché di genere, una (anti) contaminazione multipla di echi
narrativi che porta un’opera ad una lettura puramente stephenchowiano.
E probabilmente Chow è il regista meno copiabile di oggi
in quanto il suo è Cinema portato in un’ecografia così personale e non
raggiungibile se non tramite una liberazione analitica sotto forma di
spettatori (in)diretti, cercando di assimilare il più possibile le immagini e
le dinamiche dell’universo chowiano e magari provarne
a capire il meccanismo che lo rende così unico e intelligentemente funzionale.
Kung Fu-sion sta a Stephen Chow come Guerre
Stellari sta a George Lucas;
è un universo che forse non è più neanche Cinema, ma manifestazione di
personaggi, icone ed avvenimenti di un substrato ego-meta-fisico del passato,
adolescenza ed infanzia. Si parla di un Signore degli Anelli e di un Chansons de Roland per Lucas, sicuramente di eroi cartooneschi (non solo orientali, e in quest’opera
abbiamo piena rilettura di Speedy Gonzales
e Road Runner), e cinematografie revisionizzate
cinefilicamente per Chow. E non solo, Chow rilegge sé
stesso, rimette in campo personaggi che ha già precedentemente
usato e creati, ripropone cliché del suo stesso cinema, rielaborando e
ricostruendo l’ossatura della propria immagine come un meltin’ pot e manifestazione (ir)reale
del suo specchio filmografico.
Così in Kung fu-sion si
addentra, in verità, una celata auto-biografia, come dei nastri incisi nella
memoria (trip) visiva del regista, fatto di frammenti rotti, pestati e poi
ri-emersi oltre quell’immaginazione di un
passato già glorioso, proprio come il protagonista, ri-lettura di sé stesso da
perdente scompisciato trasmigratosi in un nuovo corpo e una nuova anima, e
riportando in scena quell’estetica di esaltazione/esagerazione che tanto ci mancava e che solo Stephen Chow riesce a darci. E in questo
mondo così anti-logico, dove tutto è portato all’esasperazione visiva
oltre l’esagerazione, che Chow trova la perfezione delle sue immagini e della
sua autorialità, in un bilancio stilistico che scorre tra le coreografie colte
da una macchina da presa così insettica
nell’inseguire gli avvenimenti come una sanguisuga attaccata ai corpi,
sanguisuga che risucchia in pieno la forza iconografica di personaggi e
situazioni, gonfiandoli e dilatandoli a proprio piacimento in un attacco (pre)potente contro la staticità e lo standard immaginifico,
dando forma ad un’estetica nuova, o meglio, dando estetica ad una forma
nuova di affrontare il Cinema moderno.
“Re della demenzialità” lo chiamano in patria. Ma più che
demenziale, Stephen Chow è solo illogico, e abolisce
non solo le leggi fisiche di gravità e mortalità, ma anche le leggi
cinematografiche legate ai generi, rilegandole ad una multi-generalità autoriale
detto semplicemente Stephen Chow.
Ed è così che i primi minuti sembrerebbero puro (spaghetti) Western, dove la
struttura si basa su codici chiari e precisi, nel cowboy perdente che si
delinea nel protagonista, che proprio come i personaggi di Clint
Eastwood, appare in un primo carismatico fuori campo,
per poi scorgersi e manifestarsi come un solitario cavaliere del west.
Ma tentiamo questo approccio meta-biografico:
La banda dell’accetta rappresenta il western e il mafia-movie.
I maestri del villaggio, il wuxia-pian e il kung fu.
Il protagonista, Stephen Chow stesso, “Re della
demenzialità”.
Inizialmente osserva sia la banda che i maestri, ne viene
deriso, perché è solamente lo sfigatello di turno. Ma poi li assimila, e diventa (crea) qualcosa che non è più
solamente Western, wuxia-pian, o kung
fu, ma misto impossessato e rieccheggiato di tutti e
3. Perché proprio come il protagonista è riuscito a
superare sia la banda dell’accetta che i maestri kung
fu, Stephen Chow ha realizzato dal suo ideale di
cinema, la forza esasperante, grandioso, di Kung Fu-sion.
(29/05/05)