KOREA FILM FESTIVAL 2006’

A cura di Andrea Magagnato (A.M), Daniele Cuppari (D.C), Pierre Hombrebueno (P.H)

Edizione densa, quella del Korea Film Festival 06’, la più grande vetrina italiana del/sul Cinema Koreano svoltasi a Firenze dal 31 Marzo al 10 Aprile 06’. Circa 25 lungometraggi (praticamente il doppio dell’anno scorso), tra cui l’attesissima rassegna su Park Chan Wook, di cui abbiamo finalmente avuto occasione di gustarci i primi lavori pressoché introvabili nei circuiti giornalieri.
Eccovi un breve resoconto delle giornate Koreane, con l’augurio di un futuro sempre più popolare per questa cinematografia così sofisticamente meravigliosa e questo Festival che ogni anno, porta la bandiera del Cinema Koreano sempre più in alto.

CONFERENZA CON SONG IL GON & KIM JI WOON

L’edizione 2006 del Korea FilmFest ci ha proposto, oltre all’incontro con i registi Kim Jee-woon e Son Il-gon, presenti in sala dopo le proiezioni dei loro film (giovedì 6 aprile e venerdì 7), anche una conferenza stampa, venerdì mattina con gli stessi registi.
La conferenza si è tenuta nella hall dell’hotel Atheneum. Gli argomenti di discussione sono stati vari. Da una panoramica generale sulla situazione cinematografica coreana, fino alla presentazione dei film dei due registi. In particolare ci si è soffermati sulla presentazione di A Bittersweet life, opera ultima di Kim Jee-Woon, in uscita nelle sale italiane il prossimo 12 maggio.
Prima però di passare alla presentazione di A bittersweet life, i due registi hanno voluto dare una loro spiegazione riguardo al successo dei film coreani in Korea “La commerciabilità dei film coreani aiuta alla stabilità del cinema coreano. Infatti gli stessi coreani prediligono il loro cinema, piuttosto che quello occidentale o di altri paesi”. Jee woon continua poi sottolineando l’importanza di questi festival/rassegne “...rappresentano per i registi un bel modo di scambio di cultura, ancora prima del successo economico. Il cinema è quindi come uno strumento per conoscere la Korea e la nostra cultura”.. scherzando aggiunge che non vorrebbe che la Korea fosse ricordata solo per la partita di calcio giocata contro l’Italia.
I film che vengono importati in occidente variano dal fantascientifico, all’horror fino al drammatico, quindi una domanda sorge spontanea – In Korea si producono film politici? E se si, si fanno ma sono troppo brutti per essere esportati oppure viene imposto di non esportare questo genere? – Kim Jee-woon-“Esiste anche in Korea un cinema politico, ne è un esempio The President’s Last Bang, presentato proprio qualche giorno fa al Korea Film Fest, però dopo gli anni 80 ci sono meno argomenti al riguardo, la situazione politica si è stabilizzata e quindi se ne parla di meno” (verrebbe da pensare, “vallo a dire a quelli che stanno in Korea del nord”).
Tornando ad A bitter sweet life, Kim Jee-Woon lo definisce un noir con riferimenti (chiari) a Kill Bill e Scarface. Ispirato a “Un flic” (Notte sulla città) di Melville, assomiglia molto anche a “Le Samourai” dello stesso Melville, che però dice Jee-woon, se lo avesse visto prima avrebbe fatto un lavoro migliore. Inevitabile poi è arrivata la classica domanda sull’abuso di violenza - “La violenza presente nel film è una rappresentazione della società moderna, il senso della vita vana.. il protagonista ama dentro di se, senza esprimere i propri sentimenti, un pò come accade nella società coreana e orientale in generale”.
Complice anche la visione “fresca” della sera prima del film di Kim Jee-woon, le domande inevitabilmente erano rivolte prevalentemente a lui, l’unica vera domanda diretta a Song Il-gon riguardava il film Flower Island, un film talmente ispirato e poetico da non sembrare opera di un regista così giovane (?). Son appunto risponde dicendo che forse non è poi così giovane come sembra, e il film era il suo primo lungometraggio, dove ha voluto trasmettere un insieme di emozioni, e dove ha voluto dare libero sfogo alla sua creatività.
(D.C)


FOCUS KIM JEE-WOON: A BITTER SWEET LIFE

Eros segreto e Thanatos ostentato

Mentre la società odierna sprofonda irrefrenabilmente nella violenza più gratuita, verso una raccapricciante e sempre più spiccata tendenza al sadismo mediatico, di cui si è ormai assuefatti, dove si fa a gara per immortalare per primi col la camera del cellurare la tragedia della porta accanto, dove anche il cinema asseconda questa ondata malata elaborando storie sempre più depravate di enigmisti maniaci ed ostelli-macelleria, una ex promessa coreana della regia (ormai divenuta realtà) che di nome fa Kim Ji-woon racconta, servendosi di un genere, una storia amara e rassegnata di un individuo che da questo vortice di inspiegabile ferocia e spirito vendicativo non riesce proprio ad uscire.
Un racconto lineare e pulito (per una volta niente flashback, capitoli, o zig zag temporali) che parla anche di una storia d’amore mai iniziata eppure così viva e sentita da commuovere chi guarda in un finale altissimo, tra i più tesi ed angoscianti che, chi scrive, abbia mai visto.
La trama è scarna, banale se si vuole, ma portata sullo schermo con una maestria e padronanza del mezzo assolute, testimoniate da un ottimo gusto per la scelta delle inquadrature, molte volte emblematiche della situazione o altamente simboliche.
Un giovane e promettente sicario deve “salvaguardare” la vita amorosa della ragazza di cui si è infatuato il suo capo mentre quest’ultimo si assenta per qualche giorno.
La ragazzina, messa sotto custodia, viene sorpresa però con uno studente coetaneo di cui afferma essere innamorata.
E’ allora che il sicario commette l’errore che gli costerà, nel proseguo della vicenda, sangue, ritorsioni e dolori: perdona la ragazza per la sua scappatella e lascia libero di andarsene il compagno amante.
Un solo e brevissimo cedimento al proprio sentimento, un perdono suggerito dall’amore, e Sun-woo (è questo il nome del giovane protagonista) sarà costretto ad entrare suo malgrado e contro ogni volontà in una sanguinosa spirale vendicativa che lo vedrà prima come vittima poi come carnefice.
Anche quando veste i panni di freddo killer che non perdona Sun-woo è comunque sempre vittima: le domande esistenziali del “perché questo” e “perché io” lo accompagneranno ad ogni esecuzione .
Cerca queste risposte in quelli che prima gli erano complici e che ora gli voltano le spalle per quel cedimento di pochi attimi equivalente ad un atto d’amore.
I suoi dubbi sono in realtà posti ad una sfera ancora più alta, quasi chiedersi se esista un fato cinico ed accanito che non gli permetta da killer di farsi uomo.
Sun-woo infatti vivrà fino alla fine con l’impossibilità, o il rifiuto, o la paura, di esternare le proprie emozioni e sentimenti nei confronti di quella donna che per lui doveva essere solo un “lavoretto facile facile”. Anche quando glielo viene imposto sceglie piuttosto di combattere.
E’ questo allora il ritratto della modernità?
Kim Ji-woon ci avverte: andiamo sempre più verso ad una chiusura, all’introversione, alla censura, degli impulsi più fragili, genuini, caldi con dall’altro canto, la denuncia, l’esternazione libera e incontrollabile di quelli più violenti come passione, vendetta, risentimento, gelosia.
Il regista tratta davvero la violenza come materia incontrollabile, insieme di pulsioni che si traducono fin troppo gratuitamente in atti e l’amore come sentimento represso e negato.
Nonostante la forte passione autoriale, il film rimane pur sempre legato ad un genere ed è pensato per presentarsi anche ad un pubblico da multisala (in Korea però non ha ottenuto grossi consensi dagli spettatori paganti), per questo (ma non solo) è elegantemente rivestito da sequenze d’azione montate impeccabilmente e di siparietti grotteschi che non mancano di strappare qualche sorriso (non certo nuovo per un regista che è nato con un deciso gusto per l’ironia ed il surreale, vedere precedenti lavori).
Rimangono comunque impresse certe fortissime immagini, come quando la macchina da presa si alza in una breve inquadratura che ha dell’apocalittico: diviene sguardo divino che osserva il corpo inginocchiato di Sun-woo che, ricoperto di lividi e sangue in una notte di fango e pioggia, staziona inerme ed in attesa di giudizio davanti ad una schiera di ombrelli neri.
O l’ultima: Sun-woo prende a pugni, con aria bambinesca, il riflesso sulla vetrata della città immersa nella notte.
Gesto di sfida dal retrogusto fanciullesco che suggerisce ancora più assurdità allo spettacolo a cui abbiamo appena assistito inorriditi.
(A.M)


GLI ALTRI FILM VISIONATI – IN BREVE

FOUL KING (THE) di Kim Jee-Woon

Il sogno atipico(?) di diventare un wrestler che si tinge di pop-cult (mai come ora una tematica così di moda anche in Italia), e soprattutto di tanto trash. Di quella comicità tipicamente orientale, alla Stephen Chow, ricoperta di quella demenzialità paurosamente e realmente malata, pazzesca, folcloristicamente iper-colorata e decorata, come kamikaze impazziti o semplicemente una profusione di ingenua semplicità d’esilerante euforia. Il tutto condito da una messa in scena impeccabile, proprio come Stephen Chow, una gestione dello spazio che Kim Jee-Woon (che oltre ad abilissimo regista, stavolta si dimostra anche versatilissimo) riesce a sfruttare con una geometria calcolatissima, e un uso (anti)diegetico dei tempi per rendere al massimo la dimensione dinamica, soprattutto nelle scene d’azione. E chiaramente, sullo sfondo, quella specie di malinconia, di voglia di riscatto, in fondo il protagonista non è altro che la metafora vagante dell’American Dream mancata, del sogno spezzato, della volontà di non essere più calpestato in questo mondo così intrippantemente prepotente. Un anti-eroe stanco, e che vede nel Wrestling l’unica possibilità di farsi considerare, di guadagnarsi il rispetto della società, con quella maschera per nascondere le proprie debolezze e la propria solitudine. Peccato per lui che non abbia incrociato quel Frankie di Million Dollar Baby come allenatore. O beato lui, dipende dai punti di vista.
(P.H)

JUDGEMENT (THE) di Park Chan Wook

Una delle perle più rare del Korea Film Festival di quest’anno, The Judgement, cortometraggio di Park Chan Wook che partendo da fatti drammatici realmente accaduti (il crollo di un palazzo causa terremoto in Korea), assume perfettamente la finzione per darne un tono critico al mondo capitalistico-borghese. Mancano ancora anni ai vari Mr & Lady Vengeance, ma la messa in scena e la tematica è puramente Park Chan Wook, come a dirci che prima ancora dei film che lo renderanno celebre in tutto il mondo, lui era già a tutti gl’effetti un filmaker speciale. Proprio come il recente Munich Spielberghiano, la meta-finzione abbraccia il meta-documentario, trapelando qualcosa di seriamente inquietante, soprattutto a causa di quell’ironia sempre respirabile in aria, e che inevitabilmente (e con l’etica pari a zero), riesce a strappare più risate allo spettatore nonostante si trovi davanti a situazioni e fatti iper-drammatici. Così la perdita di una figlia diventa l’occasione per un thriller condito di grottesco, di violenza/ironia visiva che stupra i corpi scenici e la psiche dei fruitori, bombardati di echi avvolgentemente ipnotici e intrippanti, a volte un tantino dispersi nell’oblio in cui Park ci trascina: è la perversione post-moderna che si fa visiva, forte e dura come un fascio di laser capace di trapassare l’emozione, capace di anestetizzare ma contemporaneamente iper-attivare le proprie pulsioni e i propri poli bio-genetici.
Girato completamente in bianco e nero, tranne gl’ultimi minuti (in una vera trovata registica di puro virtuosismo estetico), The Judgement è un’opera che rimane per la sua forza sovversiva, condensata in una ventina di minuti che sono puro Cinema, intrattenimento, e riflessione. Tra fantasmi e sobborghi.

(P.H)

MAGICIANS (THE) di Song Il-Gon

Un gruppo di tre amici si ritrova dopo tre anni in un piccolo bar sperduto in mezzo ad un bosco. Sono ex musicisti, formavano il gruppo chiamato i Magicians fino a tre anni prima quando Ja-Eun, la chitarrista del gruppo si è suicidata, gettandosi dalla finestra. Sospeso tra passato e presente, in quella realtà sospesa nel sogno, i tre ragazzi rievocano quei ricordi nostalgici, immersi in atmosfere cupe, quiete, sottolineate dal bianco e nero, che vanno a contrastare altre piene di colori. Un luogo dove il tempo sembra essersi fermato al quel maledetto 31 dicembre, giorno in cui i tre amici hanno perso la loro linfa vitale, la loro Ja-Eun. La stessa che adesso s'insinua nelle menti dei ragazzi, li ossessiona, appare e scompare con le sue movenze coreografiche, in una sorta di danza mista tra la felicità e la malinconia. Un unico pianosequenza caratterizza il film di Son Il-gon, dove non sono ammessi errori, dove ogni singolo movimento era stato studiato e quindi provato nel minimo dettaglio, fino all'esasperazione. Un'opera surrealista, dove l'emblema principale risulta essere Ja-Eun con quel suo comportamento irrazionale, quasi allucinato e quel suo magnetismo che attira tutto e tutti.
(D.C)

MY MOTHER, THE MERMAID di Park Heung-Shik

La Korea più in cerca di sentimentalismo. Di proiezioni fiabistiche che superano la realtà per addentrarsi in trip onirici e fantasiosi, anche se (tra)vestiti da una messa in scena pseudo realistica, seppur poppante nella sua anonima traccia registica.
Un viaggio nel tempo tinto di patinatismo e bontà. Una ricerca delle proprie origini, un continuo chiedersi del perché. Il perché del presente che nasconde forzatamente la verità nel passato. L’opera di Park Heung-Shik, pur con momenti di una certa intensità (grazie soprattutto alla direzione d’attori, che coglie brevemente nel cast momenti dolcissimi d’enfatica eleganza), rimane però intrappolato nel suo piccolo mondo d’anti-coinvolgimento, gustosamente pasticciato nella gestione dei tempi e della macchina da presa, spesso incapace di penetrare laddove l’occhio e la mente inizia a cessare: parliamo del cuore. Pur essendo un film che parla dei sentimenti che ne scaturisce (amore, famiglia, amicizia), il suo problema sembrerebbe proprio la mancanza di essi, la mancanza di una poetica autoriale personale e personalizzata che riesca ad andare oltre la plastificazione della fotografia oliosamente da cartolina. Peccato, si dice. O è semplicemente e puramente routine, che spesso e (in)volentieri si inabissa nella noia o nella rabbia per qualcosa che in mano a registi più adatti, poteva seriamente diventare un’opera più che buona.
(P.H)

SCARLET LETTER (THE) di Daniel Byeon Hyeok

Ennesimo thriller coreano che si lascia volutamente contaminare da un certo spirito drammatico-sentimentale avvolto in un ambiente raffinato e benestante pieno però di ipocrisie e scheletri nell’armadio.
Il film sembra prendere in certi momenti più strade, tutte diverse ma tutte legate comunque ad un’idea generale abbastanza chiara: denunciare, senza rinunciare ad una certa crudeltà, la falsità di un mondo affettivo zeppo di chiaroscuri, incertezze e fragilità.
Le sottotrame sono più di una , e non sempre appaiono sviluppate a dovere.
Convergono comunque tutte nella lunghissima e rivelatoria sequenza finale, dilatata di proposito, che appare come una catarsi conclusiva che più truculenta, sadica, malsana non poteva essere. Talmente malsana, pare, da segnare indelebilmente la sua attrice, Lee Eun-joo, suicidatasi poco tempo dopo le riprese del film per motivi che sembrano proprio legati all’effetto distruttivo della sua interpretazione.
Ma queste sono forse solo dicerie montate a sproposito per pubblicizzare, ignobilmente se fosse vero, il film.
La verità è che The Scarlatt Letter rimane un film non completamente convincente forse perché troppo dispersivo ed altalenante.
(A.M)

SHE’S ON DUTY di Park Gwang Choon
Tocca ripetersi.
Ancora una volta abbiamo a che fare con una commedia made in Korea che si prolunga oltre il necessario (o almeno oltre il sostenibile per un pubblico occidentale, chissà).
Si tratta questa volta di una action-comedy tendenzialmente “televisiva” che racconta una giovane e spigliata agente segreto infiltrata in un liceo per ottenere informazioni dalla figlia di un boss ricercato.
Film di pasta leggera, non originalissimo, con alcuni siparietti comici e/o sentimentali gradevoli, altri più banalotti ed infantili.
Certo è che il film poteva essere notevolmente alleggerito e reso più scorrevole, e di conseguenza piacevole, con un ritmo più action e meno comedy…
(A.M)

SPIDER FOREST di Song Il-Gon

Prodotto coreano saldamente ancorato ad una sceneggiatura d’impianto circolare fortemente arzigogolata e compiaciuta, tanto da mostrarsene succube, che ha il pretesto di indagare i meandri più cupi ed ambigui della mente umana.
Tutto ruota attorno alla prima sequenza dove Kang Min scopre i corpi di due persone brutalmente assassinate, e che sembra riconoscere, in un cottage sperduto nella leggendaria Foresta del ragno. Sei accorge che l’assassino è ancora nei paraggi così comincia a scappare tra la secca vegetazione della boscaglia finché, dopo essere stato raggiunto e malmenato, non finisce travolto da una macchina in una strada poco lontana.
Si sveglia in ospedale diversi giorni più tardi dopo aver rischiato la vita sotto i ferri ed aver riportato una brutta ferita alla testa. Da lì partiranno le indagini.
Alla ben congeniata predisposizione all’horror-thriller iniziale, che pur senza mostrare nulla di nuovo immerge lo spettatore in un aura di mistero e raccapriccio, segue una più lunga ed estenuante melina fatta di continue sovrapposizioni di spazi e tempi degni del peggior Kaufman che suscitano il rovinoso effetto di abbagliare lo spettatore facendolo sperare in una chissà quale risoluzione quando invece quella che gli viene rifilata è la conclusione più banale e vicina, infarcita, gonfiata, però di tanti vaneggiamenti, cerebralismi, e riflessioni incerte.
Interessanti alcune atmosfere, sensazioni, fotografie ma l’impianto generale è troppo destabilizzante e confuso con il duplice effetto di non riuscire da un lato a portare avanti un’analisi posata, intima, credibile delle profondità della materia cerebrale, e dall’altro di confezionare un thriller degno di un qualche interesse.
(A.M)

TRIO di Park Chan-Wook

Uno dei primi film del Park più famoso in occidente. Diretto qualche anno prima del thriller politico JSA e già parzialmente intriso dello stile che lo ha reso poi autore oggetto di culto.
Esteta e geometra dell’inquadratura Park Chan-Wook già si esprimeva attraverso quella vena ironico-grottesca ricavata da un montaggio, caratteristico anche del maestro Kitano Takeshi, che accosta inquadrature fisse (quasi sospese nel tempo) a piani in movimento eludendo nello stacco una porzione di tempo significativa ma che può essere tranquillamente colta dallo spettatore.
Così facendo chi guarda si trova di fronte ad un “lieve salto in avanti” che rende sensibilmente comica o ironica (dipende dagli elementi in campo) la situazione.
Tutto è basato su un conflitto di inquadrature leggermente lontane nel tempo ma che, una volta accostate, suscitano ilarità.
E’ questa la caratteristica stilistica inconfondibile del regista coreano che meglio risalta in questa sua opera che per il resto non pare particolarmente ispirata.
La storia unisce tre personaggi disgraziati alla ricerca di bambino abbandonato, denaro e voglia di vivere (o morire).
C’è da dire che l’intreccio non appassiona mai più di tanto e il gusto della visione lo si trova solo nella mano del regista che regala di tanto in tanto qualche perla di bravura non certo inaspettata.
(A.M)

TWO SISTERS di Kim Ji-woon

Kim Ji-woon è uno dei registi omaggiati da questo Korea Film Festival con una retrospettiva che propone qui in Italia la sua intera filmografia, compreso l’ultimo A bittersweet life prossimo alla distribuzione italiana.
Non sarà la prima occasione per Ji-Woon di godere di questo privilegio poiché già un paio di anni fa il suo Two Sisters incontrò il giudizio del pubblico italiano in qualche sala e poi nei lettori dvd.
Parliamo quindi, questa volta, di un film facilmente reperibile in videoteca e che resta uno dei prodotti horror orientali più validi visti sui nostri schermi.
L’innato talento per la costruzione degli spazi e per la scansione dei tempi necessari a sviluppare e mantenere la tensione fanno di Two sisters l’alternativa ideale all’ondata di splatter disturbati o fracassoni che spesso calcano le nostre sale.
Uno psico-horror che prima di colpire l’occhio allena la mente, la culla in una sorta di enigmatico gioco psicologico fatto di un continuo susseguirsi di inquietudini.
Ji-woon ci porta a spasso per una serie di stanze prima raffinate, poi lugubri ed arcane, dando una struttura marcatamente policentrica alla tensione: moltiplicando i fuochi d’interesse (l’armadio, le apparizioni, la matrigna, la fragilità della sorella, la preoccupazione del padre, la crisi della donna a tavola) moltiplica anche l’ansia dell’ignaro spettatore che non capisce da che luogo o persona provenga la minaccia o addirittura se questa esiste davvero.
La conclusione può essere compresa e giustificata fino in fondo oppure no, ma l’esperienza di profonda inquietudine rimane salda anche fuori dalla sala.
(A.M)

ALTRI FILM VISIONATI IN PRECEDENZA:

Joint Security Area – Park Chan Wook

Mr. Vendetta – Park Chan Wook

Old Boy – Park Chan Wook

Lady Vendetta – Park Chan Wook

(26/04/06)

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