
JOHN RAMBO
REGIA: Sylvester Stallone
SCENEGGIATURA: Sylvester Stallone, Art Monterastelli
CAST: Sylvester Stallone, Julie Benz, Matthew Marsden
ANNO: 2008
A cura di Pierre Hombrebueno
“UN’ ESPERIENZA
GLORIOSAMENTE BRUTALE” (CIT.)
Rocky Balboa e John Rambo parlano poco, ma quel poco che dicono è
incommensurabilmente fico ed immediatamente d’effetto, dovesse anche solo
essere un “vaffanculo” buttato lì semi-casualmente. Sono icone la
cui presenza fisica in scena basta per scatenare dell’incontrollabile
carisma, e Stallone ha ormai
totalmente imparato a sfruttare e controllare i suoi due alter-ego
definitivamente parti della mitologia cinematografica, entrambe figure perseguitate
da un fantasma perennemente pulsante in quanto incapace di essere dimenticato,
quello dell’amata Adriana per Rocky, e quello di un passato bruto e
letale in Rambo, fantasma che ritorna sotto forma di flashback dalle pellicole
precedenti, ancora una volta a sottolineare l’inafferrabile difficoltà
psicologica del personaggio, ma anche per solleticare i fans che seguono la
saga dal primo film di Ted Kotcheff
datato 1982.
Eppure, come yin e yang, i due personaggi sono esattamente complementari nella
loro opposizione: laddove Rocky rappresenta il sogno americano e la speranza,
Rambo è invece la rapacità e la meccanicità della violenza più nera. Egli sbuca
dal nulla per tagliarti la gola, ti trivella di pallottole prima ancora di
accorgerti della sua presenza, e semi-nascosto_semi-invisibile tra
gl’alberi, tira frecce che ti spappolano direttamente il cervello.
Quello che Stallone mette in scena è
violenza che passa dallo slasher alla catartica distruzione atomica, con lo
stesso protagonista che incarna la mostruosità anti-eroica di una macchina da
guerra che non conosce nessuna ragione se non la sopravvivenza, dunque
l’istinto animale. Per questo, John
Rambo, al contrario di quanto alcuni hanno affermato, non è affatto un film
di corpi, bensì l’esatto opposto: è totale sfracellamento della fisicità.
In questo micro-cosmo il corpo non ha valore perchè si disintegra alla velocità
della luce, così come è totalmente disintegrata ogni lucidità della messa in
scena: molte sequenze d’azione sono scandite con una velocità tale da non
poter permettere la totale coscienza degl’avvenimenti; ciò che vediamo è
una serie di confusi movimenti di macchina a mano e corpi mutilati che si
disintegrano a suon di pallottole. In questo film Rambo è ancor più incazzato e
virale dei precedenti, così come è virale l’approccio alla macchina da
presa di Stallone, che dopo averci
immortalato l’ultimo Rocky col
classicismo crepuscolare alla Clint
Eastwood, stavolta congegna un Cinema che esplode dal proprio interno, la
cui nitidezza d’immagine non può persistere perché continuamente scossa,
mossa da un odio che scorre tossicamente nell’aria: il pessimismo di un
oggi che si bagna irrefrenabilmente nel sangue e nell’amarezza di chi è
partito credendo fosse possibile cambiare le cose, morire per qualcosa. Allora
il film si apre con le immagini documentaristiche della guerra (genocidio)
nell’ex Birmania, un’ espediente, questa, che sarà pure immatura se
non ricattatoria, ma che proprio per la sua semplicità trova efficacia fra le
mani di un cineasta che ha fatto del naifismo registico il suo punto di forza.
Rambo ci sottolinea ancora una volta come l’umanità abbia perso, e in
ciò, Stallone ricorre al paradosso
più rischioso nonché più moralmente ambiguo: fare un film di denuncia usando
però colui che è forse il personaggio più sanguinoso e violento della Storia
del Cinema. Per questo Stallone
congestiona il suo Cinema, deframmentando le immagini e calpestandole con
possente marcatura, che ha nella scena di Rambo-Hulk urlante e liricamente impazzito
con la mitragliatrice, la sua punta di disperata “gloriosa
brutalità”. Estremizza totalmente la figura dell’anti-eroe politicamente
scorretto, non vale più neanche la pena contare i morti, perché la morale sta
nella stessa disillusione di un nichilismo mascherato da action movie. Quella
stessa disillusione che diventa malinconia quando la macchina da presa si
sofferma enfaticamente sulla desolazione panoramica di cadaveri putrefatti
senza pietà, e in un campo-controcampo, quello del finale, di visi colti in
primissimo piano che, nel loro piangersi, nascondono e contemporaneamente
esplicitano la commovente poetica della rassegnazione per un mondo che va in
fiamme.
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