


JARHEAD
REGIA: Sam Mendes
CAST: Jack Gyllenhaal, Jamie Foxx, Peter Sarsgaard
SCENEGGIATURA: William Broyles Jr.
ANNO: 2005
A cura di Pierre Hombrebueno
VITA E MORTE DI SAM MENDES
Amavo Sam Mendes alla follia. Così
amabile (bisognava amare Sam Mendes)
così lucido e (anche se molti ancora lo negano) così fottutamente personale nel
mostrarci un’America si patinata (oscuramente patinata, grazie alla
fotografia di Conrad L.Hall, morto
l’anno di Era mio padre), ma
così elegantemente noir e inversamente in decadenza di valori che scorrono a
retro. American Beauty è la
folgorazione dell’esordio al lungometraggio cinematografico, tra i film
migliori degl’anni 90’, un classico ritinto di (in)valori
attualizzati, come un lungo squarcio gelido e alienante, depresso seppur carico
di quella tenerezza della solitudine che pochi registi americani della
nuovissima generazione avevano saputo mostrare sullo schermo. Poi seguì Era mio padre, un viaggio
nell’America di Al Capone che sembra irrimediabilmente unire Howard Hawks a Clint Eastwood, non solo per quella fattura così incenerita e
carbonizzata, per quei duelli che sembrano tanto una resa dei conti (sia col
tradimento indiretto che diretto) tra pelle carne e sangue western, film di
sacrificio e anche stavolta, di valori oscurati dalla vita (dura): questione di
scelte e di etica, potremmo in fondo affermare.
In questa new Hollywood della new Hollywood Sam
Mendes non poteva che conquistarsi un posto nell’Olimpo (con le varie
divergenze, è ovvio), e con trepidanza aspettavamo (in gergo potremmo dire:
attendevamo col cazzo in mano) questo Jarhead,
in qualche modo il completamento di questa specie di trilogia
sull’America dai valori decaduti, e quale miglior occasione da cogliere
se non la guerra per il petrolio che tanto ha destato scandalo e scalpore, un
film bellico quindi, di militari (in questo caso: marines) dalla testa rapata
(e dalla forma di queste teste deriva il senso del titolo) che sembrano delle
“scodelle vuote”. E la percezione è che le teste di questi marines
mostratoci siano veramente scodelle vuote, prive di riflessione e di consumo. O
forse (anzi: sicuramente), e questa è dura da ammettere, è la testa di Sam Mendes che si è trasformata in una
scodella vuota, cancellando di fatto ogni nostro rispetto ed affetto nei suoi
confronti, perché Mendes cancella sé stesso, non solo togliendosi dalla propria
mano registica tutto ciò che lo distingueva da ogni comune e qualunque regista
giovincello hollywoodiano, ma anche cambiando completamente rotta dal classico
al post-moderno inteso nel senso più cool del termine, svuotando di fatto la
significazione riflessiva e riflettente del suo Cinema. Difficile, a primo
occhio, credere che dietro questa spazzatura di film ci sia proprio la stessa
mano del realizzatore di American Beauty
ed Era mio padre, anche se eravamo
stati avvertiti da quel trailer che sparava musica simpatizzante hip-hop e
frasi ad effetto come “Benedico ogni giorno che sto nei marines”
pronunciata da un Jamie Foxx, che
passata la mimica metempsicotica di Ray,
si dilegua nel gigioneggiare in mezzo al deserto.
Per non subire lo stesso trattamento (iper-torturante, ammettiamo) che abbiamo
subito, bisognerebbe dunque dimenticare tutto ciò che Mendes ha fatto in questo passato prossimo, fingere che sia la
prima volta che lo vediamo sugli schermi, in quanto il proprio topoi
(amabilissimo) del Cinema mendesiano è completamente inesistente in Jarhead.
In primis la meditazione, corredata da piani fissi per imprimere la riflessione
(o (in)volontariamente il ritratto) dei personaggi, o meglio, del personaggio
fulcro che ritagliava perfettamente un proprio spazio nel racconto corale,
diventando di fatto corpo sangue e ossa che irrimediabilmente rispecchiava non
tanto uno stereotipo della società, bensì la nullità di questa società, in
un’indagine per la ricerca del riscatto. Il Kevin Spacey di American
Beauty o il Tom Hanks di Era mio padre, che giunti ad un punto
cruciale della loro vita, ne cambiano totalmente la direzione, in un tentato
ricerca di assoluzione o perdizione; la critica velata di silenzio sussiste
proprio in questi tentativi di riscatto, in questa scelta di condanna, di
malattia che si riflette negl’occhi del proprio contorno sociale. In Jarhead invece, non c’è nulla di
introspettivo, forse perché alla storia (quella di Jack Gyllenhaal), Mendes preferisce far parlare le storie, provando
a delinearci la collettiva dei marines in un tentativo di sguardo corale e
generalizzante a questo elite. Però questi marines vengono privati della loro
personalità, del loro modo di pensare e d’intendere la vita, delle loro
ideologie sul mondo (indirettamente la risposta c’arriva proprio da uno
dei personaggi, che sussurra: “Noi siamo qui, ed è questa l’unica
cosa importante”). Abbiamo dunque un raffreddamento di sensi e di sensazioni,
che non ci permette di amare nessuna di queste anime vaganti, in quanto non
c’è un minimo intreccio con l’apparato emotivo dello spettatore.
Sono caratterizzazioni così piatte e lineari, prive di un cambiamento o di
un’evoluzione (o retro-evoluzione), dove la guerra non è che un
intermezzo nel nulla, un intervallo tra 2 tempi dalla stessa polarità
psicologica. Tantochè vedremo pochissimo sangue nell’opera (perlopiù
scorreranno invece le nuvole di fumo di petrolio bruciante rifatto a pc grazie
alla Industrial light and magic di Lucas), e loro, i marines, incazzatelli
in quanto non hanno ammazzato nessuno, malinconici perché non hanno visto la
guerra che volevano. Si torna a casa tra un funerale e un paio di corna, con
l’indifferenza sotto mano. E Jake
Gyllenhaal, che è arrivato in Iraq senza uno scopo nella vita, se ne torna
negli States nello stesso modo.
In modo ambiguamente pericoloso, Mendes spettacolarizza la guerra, e in questo
senso è emblematica la scena dove i soldati, guardando sul grande schermo Apocalypse now di Coppola, siano completamente esaltati dall’arrivo
degl’elicotteri per lo sterminio dei vietcong e dei civili.
Indirettamente, forse, Mendes arriva
ancora una volta a mostrarci un’America malata, ma fatto in un modo così
distaccato e privo d’interiorizzazione che la sua operazione si riduce ad
una pura esibizione di coolness, tantochè la colonna sonora ci bombarda
continuamente di quella musica rappo-ganstà fastidiosa all’inverosimile,
come se la guerra sia un’esibizione tra big boys, in un procedere simil
vagamente Tarantiniano, fino alla scena
dove i soldati arrivano con un’immagine dissolta nel deserto come
fossero i RunDmc pronti a fare una gara rap con gl’arabi in cammello.
Una volta, Francois Truffaut disse
che è impossibile girare un film di guerra pacifista, in quanto mostrarlo al
Cinema equivarrebbe, implicitamente o esplicitamente, a spettacolarizzarlo e a
renderlo appetibile. E Jarhead
ottiene proprio questo effetto perché tinto di insensibilità dall’inizio alla
fine, senza una chiave d’approccio investigativa o introspettiva nella
mente di questi marines spediti al fronte e rispediti indietro senza
volontariamente un come e un perché. Una messa in scena impersonale e comune a
diversi action movies che girano tranquillamente per i multiplex per un sabato
sera in compagnia, tra macchine a mano e un qualcosa che un tempo si usava
chiamare dinamismo(?).
Ripercorrendo all’inverso la (breve) filmografia di Mendes, ricordiamo con particolare affetto e amore la scena del
ragazzo che riprende un sacchetto vagante in American Beauty, esponendoci l’illimitatezza del mondo nel
suo essere assoluto e totale. Ma Mendes
sembra aver perso questo amore per la scoperta e per il pensiero, mostrandoci
dei soldati robotizzati e macchinizzati, ma non per una trauma a causa della
guerra, ma perché erano così fin dal principio. Soldatini di legno, appunto. E
non si può rimanere né turbati né interessati nel vedere soldatini di legno
brucianti o pseudo brucianti.
Per la bruttezza del film, persino gl’omaggi cinefili (l’inizio
uguale a Full Metal Jacket, passando
per Il Cacciatore o Lawrence
d’arabia) assumono un effetto dissacrato, fastidioso perché
immeritevoli di essere inseriti o accennati in un’opera di così bassa
capacità comunicativa come questo Jarhead.
(23/02/06)