INCONTRO CON ISHII SOGO

A cura di Luca Lombardini

ORen Ishii

Una volta che te lo trovi davanti, con quell’aria un po’ intellettuale, la montatura trasparente degli occhiali e la giacca di velluto che calza a pennello, Ishii Sogo, tutto sembra tranne che un “Punk Director”. Quello che incontra il pubblico all’Istituto di Cultura Giapponese di Roma invece, è proprio l’autore di alcune delle opere maggiormente rivoluzionarie di fine anni ’70. Il regista che più di ogni altro ha esercitato un’influenza decisiva su autori come Shinya Tsukamoto e Takashi Miike che, senza gli esempi precursori di questo sorprendente cineasta, probabilmente non occuperebbero il posto di rilievo che invece possiedono. Pellicole e date alla mano, quello di Sogo, resta uno dei percorsi più affascinanti dell’intera produzione orientale moderna. Figlio del sud del Giappone, nato e cresciuto nella violenta provincia di Hanake, Ishii rappresenta il sunto vivente di tutti i parametri di post modernità facenti capo alla settima arte. Il suo approccio tratteggia la perfetta fusione tra cinema e video clip, zona di scontro linguistico capace di generare vere e proprie pietre miliari in perfetto anticipo sui tempi. Basti pensare a Koko dai panikku (Panico al liceo), debutto del 19enne ancora studente universitario, che nel 1976 girava in 8mm una sorta di Bowling a Columbine ante litteram. Manifesto incendiario di una poetica di rottura, avente come bersaglio l’inumana concezione di selezione sociale tipica del Giappone. Un sistema scolastico soffocante, criticato da Sogo attraverso il gesto folle del protagonista che, oppresso dalla tensione per l’esame d’ammissione all’università, imbraccia un fucile e si prepara alla strage all’interno dell’istituto. Montaggio adrenalinico e sperimentale, riferimenti visivi tipici dei generi (Fukasaku e Peckinpah su tutti), nichilismo di fondo, sono queste le basi di partenza sulle quali verrà costruito 1/880000 no kodoku (La solitudine di 1 su 880000). Sorta di seguito di Panico al liceo che racconta l’aliena solitudine di un “roninsei” incapace di entrare all’università, un individuo che trascorre la sua esistenza tra senso di fallimento e scuole di riparazione, situazione questa, che non farà altro che nutrire ed ingrassare il sentimento crescente di violenza, fino a trasformarlo in un epigono di Travis Bickle: << Nel mio secondo lavoro la violenza deriva dalla solitudine che è conseguenza della vita nelle grandi metropoli. Girai il film dopo essermi trasferito a Tokyo, in un momento in cui tutto mi sembrava diverso e lontano dal luogo dove sono nato. Vidi Taxi Driver e me ne innamorai. 1/880000 no kodoku unisce la mia lettura critica del sistema educativo giapponese alla visone della vita resa celebre dal capolavoro di Martin Scorsese>>. Ma è con l’arrivo degli anni ’80 che quello di Sogo, inizia a diventare un nome chiacchierato all’interno del mercato cinematografico nazionale. Con il nuovo decennio infatti, il regista termina quella che sarebbe dovuta essere la sua tesi di laurea, ma che invece si trasforma nella pellicola capace di fargli guadagnare l’etichetta di regista ultra violento e controverso. Kuruizaki Sanda Rodo (Pazzo Thunder Road) segna il ritorno all’immaginario biker della sua adolescenza, mettendo in scena il duello tra due bande rivali nell’immaginaria città di Thunder Road :<<Io sono nato e cresciuto in una zona provinciale del sud del Giappone. Un posto dove la legge difficilmente arriva e dove tutto è sotto il controllo delle bande. Per la mia tesi di laurea ho cercato di fare un film che mi riportasse a quell’immaginario che, brutto o bello che sia, è parte rilevante della mia vita>>. Ma è con Shuffle che Ishii Sogo trova il perfetto bilanciamento tra il tempo narrativo cinematografico e il ritmo grezzo e distorto del punk rock, rivelandosi come precursore dell’immaginario “tsukamotiano” e guadagnandosi l’azzeccata etichetta di “Punk Director”. La sua sesta fatica dietro la cinepresa altro non è che una lunga scena di 35minuti rappresentante una folle rincorsa giocata su uno stile selvaggio che elimina il concetto classico di drammaturgia, per concentrarsi sulla velocità debordante delle immagini. Sogo gira una versione live del cortometraggio Run del maestro Katsuhiro Otomo, mettendo in scena l’inseguimento di un assassino con alle calcagna un agente di polizia. Sentimenti e ricordi dei due emergono da un passato vicino e lontano, prima di sfociare in uno spargimento di sangue:<< In Shuffle mi sono concentrato molto sul montaggio. La mia idea era quella di legarlo alla colonna sonora martellante e alla corsa disperata del protagonista che scappa dopo aver ucciso la sua donna. Ma contemporaneamente si trasforma in metafora del rapporto assillante che i giapponesi hanno con il tempo. Mi piace pensare però, che questo mio film sia un omaggio a Buster Keaton, un personaggio che adoro>>. Tre anni dopo invece (1984), arriva l’omaggio dissacrante al tema della famiglia tanto caro ai classici firmati Ozu. Crazy Family dipinge un immaginario domestico folle e surreale, che anticipa la rilettura violenta effettuata da Miike sul medesimo concetto:<< Io mi ritengo un regista di genere. Che si tratti di film d’azione o di commedie è la stessa cosa. Crazy Family è un omaggio fantastico e surreale ai film di un maestro come Ozu. Molti mi dipingono come il precursore di colleghi come Tsukamoto e Miike, personalmente non so se questo sia corretto. Questo mio film è stato paragonato a Visitor Q, ma basta vederlo per capire che io e lui abbiamo angolazioni diverse dalle quali guardiamo il cinema. Il mio è un lavoro incentrato su un divertito spirito di dissacrazione, mentre quello di Miike si sofferma sulla violenza fisica>>. Dopo Crazy Family il regista lascia il cinema per quasi otto anni, una pausa durante la quale lavora con l’industrial band Einsturzend Neubauten e che Sogo giustifica così:<<In ogni paese ci sono dei momenti di stallo nella produzione di film. Dopo Crazy Family ogni mio progetto veniva ostacolato da mancanza di fondi, senza dimenticare che in quegl’anni ci fu una massiccia diffusione del video clip. Più che andare al cinema e trovare l’ispirazione per un nuovo film quindi, preferivo rimanere a casa a guardare la tv, lasciando che la passione per la musica avesse la meglio su tutto>>. Nel 1994 però, esce Angel Dust, serial killer movie atipico che segna il ritorno di Sogo sulle scene. Un’operazione curiosa e spiazzante che conduce il regista a percorrere strade inesplorate rinunciando agli effetti speciali e annullando i contenuti violenti. La cinepresa indaga nei meandri psicologici che conducono l’individuo a commettere il gesto criminale, lasciando libero sfogo all’ambientazione urbana. Angel Dust porta la filmografia di Sogo su nuovi livelli espressivi, ponendosi di fatto come fratello maggiore della sua ultima fatica, Kyoshin (Lo specchio dell’anima): operazione criptica e personale che racconta la perdita d’identità di una giovane attrice la quale, esasperata dal caos metropolitano, parte per Bali alla ricerca di se stessa. Se in Angel Dust il regista si concentrava sui meccanismi mentali di un assassino quindi, in Kyoshin l’attenzione si sposta su un altro tipo di male di vivere, quello legato alla difficile rapporto con l’ambiente quotidiano: <<Il mio ultimo film andrebbe visto durante un soggiorno alle terme, quando l’organismo di chi guarda è totalmente in pace con se stesso. Sto cercando di scoprire il lato più riflessivo del mio essere regista, ripercorrendo le orme di Bresson e Antonioni. Sono solo all’inizio, perché non possiedo ancora quella potenza di macchina che questo tipo di operazione necessita. E’ una sfida intrigante tesa a dimostrare che non mi interessa la violenza in se, ma le cause che la generano>>. Forme e tecniche che cambiano quindi, ma all’interno di un percorso autoriale personale e ben definito, dove è possibile trovare la perfetta convivenza tra il cyber punk e il Kitano più riflessivo. La riprova di come soli due film (Angel Dust e Gojoe, gli unici ad esser circolati in Italia) non bastino affatto per comprendere pienamente la poetica di questo straordinario cineasta, esempio vivente di come la cinematografia orientale, pare aver definitivamente superato in qualità quella occidentale.

(05/04/07)

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