IO SONO LEGGENDA

REGIA: Francis Lawrence
SCENEGGIATURA: Mark Protosevich, Akiva Goldsman
CAST: Will Smith, Alice Braga, Dash Mihok
ANNO: 2007


A cura di Luca Lombardini

COME SMANTELLARE UN CULT MOVIE: ISTRUZIONI PER L’USO

Nel cinema le eccezioni sono rare a verificarsi, eppure, quando si ha alle spalle uno dei racconti di fantascienza meglio riusciti dell’intera storia del genere, può capitare che dalla sua trasposizione sul grande schermo venga fuori un ottimo film; anche se a dirigerlo barra firmarlo, ci sono o dei perfetti sconosciuti (Ubaldo Ragona), oppure degli onesti mestieranti di formazione e fama quasi esclusivamente televisiva (Sidney Salkow e Boris Sagal, conosciuti ai più per essersi misurati con episodi de La famiglia Addams e Lassie il primo, Alfred Hitchcock Presenta e Ai Confini della Realtà il secondo). Ma a tirarla troppo, la corda si spezza, e quando te ne accorgi è ormai troppo tardi per riparare al danno commesso. Ne più ne meno quello che è successo al povero Francis Lawrence rimettendo mano all’incubo di Richard Matheson, divenuto film nei primi anni sessanta e trasformato nel 2008 in un innocuo video clip popolato da personaggi in stile play station. Il regista tenta di inserirsi nel nuovo filone apocalittico inaugurato da Danny Boyle, ma finisce per dare alla luce un pastrocchio digital-plastificato privo di un’idea originale che sia una. Lawrence si posiziona dietro la macchina da presa dando l’impressione di voler mantenere, costi quel che costi, un’andatura a tavoletta (l’inseguimento iniziale, inutile e totalmente fine a se stesso); così facendo manda il motore su di giri prima del previsto, rabberciando assieme visioni di pellicole meglio riuscite e sorvolando colpevolmente dove ci si dovrebbe soffermare. Se l’intuizione principale, dalla quale traevano derivazione e spunto libro e prototipo cinematografico, poggiava le sue basi sul terrore suscitato da un mondo dominato dai vampiri, i succhiasangue partoriti dall’immaginario paranoico di Matheson, giunti alla loro terza esperienza davanti la macchina da presa, vengono immortalati come improponibili “creature del buio”, a metà tra gli infetti di 28 giorni dopo e gli abitanti delle caverne di The Descent; senza contare l’imbarazzante omaggio fatto al secondo Resident Evil (avessi detto…) attraverso il riutilizzo dei cani zombificati: idea questa, che più pacchiana non si può. Prevedibilità, riciclo di cliché visivi, palese impreparazione di base nei confronti della materia trattata: ecco cos’è Io sono leggenda, film con la f minuscola all’interno del quale uno spaesato Will Smith non riesce mai a dare il giusto spessore ad un personaggio reso indimenticabile dal dolore arreso e alienato di Vincent Price prima, e dall’allucinata esistenza di Charlton Heston poi. Il miracolo fotografico compiuto nel ’63 da Franco Delli Colli, capace di imprimere sfumature agghiaccianti e inaspettate all’albeggiare desertico dell’Eur, diventa ben presto un lontano e rimpianto ricordo, sostituito da una cartolina trattata al PC priva di qualsiasi emozione. Le tecnologie digitali vengono utilizzate seguendo pedissequamente i comandamenti da bignami, mentre immagini e colori non sono mai in grado di trasmettere turbamento. Particolare questo, di certo non da poco, visto che ci si trovava in presenza di una pellicola che avrebbe dovuto fare dell’ambientazione il vero protagonista della vicenda. Lawrence dimostra di non aver imparato nulla dai suoi errori. Come in Constantine, infatti, il regista resta ammaliato e intrappolato dalla superficie dell’opera che si ritrova tra le mani. Non ne carpisce le sfumature, i sottotesti e le sottotracce, finendo per non sfruttarne mai a pieno le sue reali potenzialità, che restano schiacciate sotto il peso di una regia accademica, piatta e prevedibile. Del sottovalutato gioiello che fu in grado di anticipare buona parte della rivoluzione “romeriana”, rimane poco e niente, se non una New York artefatta e posticcia, troppo pulita per essere spettrale come invece dovrebbe. La situazione non migliora quando si sposta l’attenzione sul versante della “morale”. La riflessione telefonata sull’uomo che manipola la natura, credendo di poter trovare in un virus (in questo caso il morbillo) la cura per un male più grande (il cancro), viene lasciata inspiegabilmente ai margini della vicenda, palesando in maniera evidente lacune di profondità e messaggio in fase di scrittura del progetto. Carenze di fondo evidenziate successivamente dalla smania di voler dare a tutti i costi una spiegazione a tutto, mentre spesso sono proprio il non sapere e il non capire a fare in positivo la differenza. Fuori luogo e fuori posto, infine, la conclusione buonista e consolatoria. Da che mondo è cinema, infatti, determinate storie dovrebbero trasmettere apprensione anche dopo i titoli di coda. Passato e presente insegnano che l’umanità perde sempre. Qui, invece, vince.

Antidoto per sfuggire al “contagio”: rileggersi tutto d’un fiato Io sono leggenda nella vecchia edizione Urania, 200 pagine di inebriante inquietudine.

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(25/01/08)

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