
IO NON SONO QUI
REGIA: Todd Haynes
SCENEGGIATURA: Todd Haynes, Oren Moverman
CAST: Cate Blanchett, Heath Ledger, Charlotte Gainsbourg
ANNO: 2007
A cura di Pierre Hombrebueno
VENEZIA 07’: SENZA APPUNTI
SU I’M NOT THERE DI TODD HAYNES
Ancora – di nuovo – dio sia lodato – rock n’ roll.
Fuori la sobrietà e la classicità formale e sirkiana di Far from heaven, e
ritorno sui passi glitters and cigarettes di Velvet Goldmine, stavolta in modo ancor più esageratamente ed
eccessivamente intrippato ed intrippante, masturbazione visiva tra le più
efficaci e iper-potenti degl’ultimi anni, sguardo –
metabolizzazione – ri-elaborazione – sputo – vomito –
collasso di tutta la Storia del Cinema. Non semplice tripudio immaginifico, ma
addirittura trattato antologico sulle e per le immagini, lo spazio e il tempo.
Uno spezzare e ri-agganciare (anti)diegetico, powerful macedonia, piena
(anti)esteticizzazione del Film(icizzarsi) ritornante in territorio anarchico,
che già dai primissimi minuti unisce in un unico corpo diversi colori e
(im)media(rsi), dove il trapasso del bianco e nero si eclissa nel finto
documentario rock, dove il classico hollywoodiano abbraccia ed espelle il
modernismo godardiano, senza lasciare indietro l’arte contemporanea e
visiva, ma anche le attrazioni di Ejzenstejn, del Cinema (delle immagini) che
riacquista con la forza bruta uno spazio (e contenitore) di ideazioni più che
idee, attuazioni più che attualità, controcoglioni più che tutto il resto.
Rimbaud che diventa finto (vero) Dylan, ma anche Billy the Kid, o un bambino nero che sogna la musica; il corpo che
si suddivide in diverse entità convergenti, la cui stessa idea basterebbe a
fare di I’m not there un biopic
superiore e fuorissimo dal comune, in quanto più che impuntarsi su un qualcosa
di scelto (o meno scelto), preferisce invece disgregarsi in atomi che diventano
ricordi o sogni o visioni o viaggi in acido quelchesia, dunque in frammenti di
attimi ed enfasi vissuta (o meno vissuta), a volte limpida e chiara come la
normalizzazione dei sistemi formali classici richiede, a volte semplicemente in
onirica trasposizione figurat(iv)a ed immateriale, polvere d’oro sparsa
negl’orizzonti e negl’occhi degli spettatori, inciecati dalla
percezione, dai sensi, bombardati (troppo, per alcuni) di quell’arma
potentissima che solamente il Cinema ha l’opportunità di usare in modo
così consumante: la formazione audio-visiva. Che qui è al suo massimo procedere
esagerativo, piena eruzione di immagini – frame – musica appalla
– che trapela ecs tasis che è anche purificazione (eiaculazione) in ogni
singola scena, e dunque precocità ogni volta, ma anche energia alla viagra,
attacco e perdita – azione e consumazione – inizio e fine.
Molti si sono chiesti che diavolo si fosse fumato Todd Haynes, ma ve lo dice il fottuto sottoscritto: quel genio vive
in allucinazione continua, dunque, in cinematografarsi continuo. In altre
dimensioni spazio temporali, probabilmente non è nemmeno un essere umano
(magari è semplicemente quella navicella volante di Velvet Goldmine), che qui si lascia esplodere-espandere in un
uragano sensitivo che ha dalla sua la completezza dell’incompleto,
l’unione della disgregazione. Probabilmente I’m not there nemmeno è Cinema Narrativo (seppur narri una
Storia anche abbastanza “semplice” da seguire e capire), perché
appunto concepito per essere qualcosa di isolato da una Narrazione, che deve
necessariamente essere trasfigurazione, immaterializzazione, spiritualizzazione,
enfatizzazione: di nuovo, è un Sogno ad occhi semi-aperti, continui
elettroshock (del cazzo, direbbe Brian Slade), continua immaginazione –
sostituzione della realtà con la finzione, o più che finzione,
dell’autenticità di un’astrazione. Dove tutto è niente e niente può
essere seriamente tutto, e una donna (e che donna: Cate Blanchett), può essere veramente Bob Dylan (o quel che ne rimane(va)) , perché in dimensioni di
questo genere nemmeno la barriera sessuale ha più importanza, in questo posto
sognato dove puoi rinunciare a chiederti chi sei e qual è il tuo ruolo nel
mondo, in questo posto sognato dove non devi nemmeno più preoccuparti ad
allacciarti le scarpe.
Haynes che come un Godard terroristico semi dio del post-post moderno, torna a
liberare l’immagine e gli espedienti narrativi dalle loro catene, tutto a
ritmo di rock n’ roll, perché solamente con esso si può trovare cotanta
libertà, cotanta am(at)or(i)alità e fascino tanto coinvolgente quanto suicida
ed esageratamente piena e vissuta. Per questo non esserci ma esserci (ontologia
della Storia del Cinema da quando è nato), sospendersi nel viaggio che è puro
scheletro di ciò che siamo eravamo saremo – ieri oggi domani –
forse si forse mai più – feeling like a motherfuck, the only way is down
from here, oh, oh, oh. Girls in the back.
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