
INTRIGO A BERLINO
REGIA: Steven Soderbergh
SCENEGGIATURA: Paul Attanasio
CAST: George Clooney, Cate Blanchett, Tobey Maguire
ANNO: 2006
A cura di Luca Lombardini
DOV’E’ EMILE BRANDT?
E’ quello che si chiedono in molti, perché in molti lo stanno cercando.
Primo tra tutti il corrispondente di guerra americano che si fa spedire
nell’amata/odiata Berlino per ritrovare l’affascinante Lola, poi il
caporale/autista Tully, faccia da bravo ragazzo cresciuto tra le villette a
schiera del Midwest, che invece si rivela un laido intrallazzatore,
anch’esso intenzionato a stanare il celebre scienziato dal suo
nascondiglio al fine di utilizzarlo come lasciapassare per fuggire oltremanica.
Ma più di ogni altro se lo contendono le alte autorità russe e americane di
stanza nella capitale tedesca, intenzionate a siglare un trattato di pace che
tutto sembra tranne che duraturo. Già: dov’è Emile Brandt?
Alcune volte può capitare che l’allievo superi il maestro o, come in
questo caso, che l’attore superi il regista. Con The Good German infatti, Steven
Soderbergh ha tentato di ripercorrere il sentiero stilistico battente
bandiera retrò tracciato dal suo attore feticcio con Good Night and Good Luck.
Le intenzioni del cineasta che si rivelò a Cannes con Sesso, bugie e videotape
sono fin troppo esplicite già a partire dalla locandina, che replica con fare
omaggiante il manifesto di Casablanca.
Parimenti evidenti d’altronde, sono i modelli di ispirazione
cinematografica, con Curtiz che si
trasforma ben presto in faro nella notte, mentre qua e là giungono i richiami
ai vari Notorious, Intrigo internazionale e Il terzo uomo. Soderbergh imposta l’intera struttura delle pellicola facendo
ricorso ad un severissimo decalogo di regole imponenti una sorta di
“castità” tecnica: nessuna traccia della computer grafica, sequenze
che si aprono e si chiudono come pagine di un romanzo, lenti fisse, fotografia
in bianco e nero, rinuncia alla steadycam, primi piani rari come l’acqua
nel deserto, innesti posticci dei documentari berlinesi diretti da Wilder e Wyler a secondo conflitto mondiale appena concluso; nulla insomma,
che non potesse essere usato all’epoca della nascita delle opere
utilizzate dal cineasta come punto di riferimento. Quel macro genere chiamato
noir poi, aleggia come un fantasma in ogni singola scena, dove non mancano mai
di presenziare sigarette artigianali, clima mistery, doppio gioco e latente
corruzione d’animo. L’unica distanza “morale” nei
confronti della Hollywood classica è rintracciabile unicamente nella stesura
dei dialoghi e in alcune allusioni sessuali figlie del 2007, anno in cui il
rigido Codice Hays è, per fortuna, un simpatico ricordo storico buono solo per
capitoli ad esso dedicati sui volumi di storia e critica del cinema; Soderbergh lo sa, e lascia che un
po’ di umano turpiloquio e qualche sano coito si intravedano tra le
pieghe del racconto. Ma se l’involucro tecnico e visivo non può non
essere apprezzato, Intrigo a Berlino
si dimostra in primo luogo inadatto nell’affrontare concetti complessi
come l’immoralità presunta dell’umano essere, e secondariamente
lacunoso quando si vede costretto a lasciare totale libertà espressiva ai suoi
attori. Se la Blanchett porta a casa
la pagnotta nel ruolo della donna fatale, nonostante il doppiaggio italiano
istighi la lapidazione in piazza, Clooney,
che in Good Night and Good Luck si
ritagliò con successo un ruolo di secondo piano, si fa ingolosire dalla parte
del protagonista, lasciando intravedere tutte le pecche di fondo di un attore
di scuola televisiva, che non riesce mai ad essere convincente quando deve fare
i conti con una recitazione tutta incentrata sul metodo espressivo tipico del
teatro. Come se non bastasse, The Good
German si perde in un intreccio a dir poco cavilloso, che più che
coinvolgere costringe chi guarda a consultare ripetutamente l’orologio; i
meccanismi e la suspense tipici di quel grande cinema che fu non girano mai
come dovrebbero, e il dipanarsi dell’intreccio si trasforma ben presto in
un’agonia lunga un’ora e 47 minuti. Con Intrigo a Berlino Soderbergh non solo rischia di dare ragione a chi
lo accusa di presunzione e di poca chiarezza all’interno di un percorso
autoriale (anche se a guardare le sue prove dietro la cinepresa il termine
appare sinceramente esagerato), ma finisce addirittura per perdere
l’ipotetico duello qualitativo con l’amico/collega Clooney, dirigendo una pellicola che
più che omaggiare la Hollywood dello Studio System, si rivela esclusivamente
per quello che è: un algido esercizio di stile vuoto e superficiale.
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